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La musica come corpo e vita: intervista a Hossein Pishkar

di Luca Cianfoni - 4 Settembre 2021

Hossein Pishkar, direttore d’orchestra, vincitore di numerosi premi – tra cui il Deutscher Dirigentenpreis – e conduttore di numerose orchestre europee e mondiali, dal 2019 è a capo dell’Orchestra Filarmonica Calamani. La sua formazione si divide tra l’Iran, a Teheran, dove ha studiato composizione e pianoforte e la Germania, a Düsseldorf dove nel 2012 ha studiato direzione d’orchestra con Rüdiger Bohn alla Robert Schumann Hochschule. Ha diretto la Teheran Youth Orchestra e l’Orchestra of the Teheran Music Scuola, mentre in Europa ha assistito direttori importanti – come François-Xavier Roth, Sylvain Cambreling, Daniel Raiskin e diretto orchestre in Francia, Germania, Svizzera, Italia, Serbia. Nel 2016 ha partecipato alla masterclass di Sir Bernard Haitink (nell’ambito del Lucerne Festival Orchestra) e nel 2017 all’Italian Opera Accademy di Riccardo Muti. Quest’anno con la sua Orchestra Filarmonica Calamani è tra i protagonisti del Festival della Piana del Cavaliere ad Orvieto. Ecco la nostra intervista.

Dall’Iran in Europa, cosa ti ha portato a studiare un tipo di musica lontano da quella tradizionale iraniana? Qual è stato il momento in cui ti sei innamorato della musica?

Devo fare una premessa, non è vero che la musica di tradizione occidentale sia sentita come altra cosa in Iran. Essendo uno dei pochi direttori iraniani nel panorama internazionale che lavora in posti come Stoccarda o Copenaghen porto questo peso con me, di essere un po’ un outsider e ad oggi è molto strano vedere un iraniano sul podio, ma mi auguro che questo un giorno diventi effettivamente la normalità, anche perché Beethoven, Mahler o Verdi hanno scritto musica che parla a chiunque e ovunque nel mondo. Ho studiato composizione classica in Iran, approfondendo il sistema russo di armonia e contrappunto e poi quello americano con Walter Piston e lì ho continuato la mia formazione con dei master decidendo di diventare direttore d’orchestra quando a 12 anni ho ascoltato il III movimento della I sinfonia di Mahler, a Teheran. Quando sono arrivato in Germania poi ero a un livello alto, perché in Iran avevo studiato con insegnanti molto bravi.
Ho cominciato con la musica a 4 anni, da una famiglia che non aveva niente in comune con quest’arte; non so se esistono le coincidenze, ma dal momento in cui hanno visto che avevo sensibilità per la musica e per il suono mi hanno sempre incoraggiato e sostenuto nel mio percorso. Ho iniziato con il metodo di Carl Orff, molto famoso a Teheran e che attrae moltissimi bambini che vogliono imparare; poi ho continuato con la musica persiana tradizionale mentre mia sorella ha deciso di suonare il violino; la musica classica quindi è sempre stata presente in casa. Ho suonato diversi strumenti fino ai 12 anni fino a quando ho ascoltato la musica di Gustav Mahler e lì ho deciso: “darò tutta la mia vita per essere direttore d’orchestra”, mi sono detto. Direzione d’orchestra purtroppo non c’è in Iran, quindi ho iniziato studiando composizione, alla Scuola della Musica, un istituto altamente specializzato, in cui vieni formato per essere musicista.
Ci sono stati poi altri due momenti importanti per me, dopo aver ascoltato Mahler: il primo, quando ho cominciato ad insegnare ai bambini e dentro di me sentivo già quel sentimento quel trasporto di dare la musica agli altri, di far suonare gli altri; l’altro, molto personale, è quell’aspetto unitario e totalizzante di tutta la cultura. A me piace molto leggere, ho iniziato con Nietszche, Kafka o Kant quando avevo solo 16-17 anni; ho cominciato a studiare storia dell’arte a 18 anni, perché credo ancora che tutta l’arte crei un bagaglio culturale enorme che può sempre servire in ogni occasione. Novalis, ad esempio, è tedesco, Dante italiano, ognuno porta con sé i propri sistemi di riferimento culturali, del tutto differenti; entrambi però arrivano da un punto trascendente, posto al di sopra di tutto e di tutti, a cui ognuno può tendere; per arrivare a quello, nella musica si direbbe andare dietro le note, bisognerebbe vivere in un modo molto più grande. Questo mi interessava e mi interessa dell’arte e della cultura e tutto lo studio che ho condotto anche nella storia dell’arte, come Monet, Manet, Kandinskij o nella letteratura, ad esempio con la lettura di Majakovskij, spero arrivi sul podio, perché per fare musica bisogna avere alcune abilità, ma per fare arte, ne servono altre, che lavorano anche a prescindere dall’arte stessa. Dipingere nell’aria è la cosa più facile nel mondo della musica, invece creare dagli esseri umani che hai di fronte, dai musicisti dell’orchestra è difficile; forse bisognerebbe dare tutta la vita a loro e creare con la vita un unico corpo umano con il suono. La musica si deve vivere, non basta solo sapere quella cadenza funziona così. Sono molto grato perché questo è un percorso che non finisce mai.

Questa visione carnale e viscerale, in cui la musica prende corpo e diventa materia, riporta a uno dei maestri che ha avuto, Riccardo Muti, qual è il bagaglio che porta con sé dell’esperienza con il Maestro?

Muti è uno dei grandi direttore che ha cambiato la mia vita in maniera fondamentale, perché oggi non posso immaginare neanche un momento la mia vita senza Verdi; lui è diventato uno dei compositori più intimi nella mia vita e questo è accaduto durante l’Accademia. Aida è stata la mia prima opera verdiana studiata, in Germania avevo già eseguito alcuni numeri d’opera ma in maniera separata; ora invece dirigerò Macbeth, ho diretto Rigoletto, Don Carlos. Il mio percorso con Muti su Verdi mi ha fatto capire la sua grandezza, il suo atteggiamento con la tradizione: “che cos’è, da dove viene, perché alcune cose no, perché altre sì”. Mi ha fatto capire il legame tra l’opera e il teatro, con la lingua italiana che porta con sé la propria cultura e mi sono detto: “se la musica di Verdi mi fa perdere la terra sotto i piedi, allora devo parlare italiano!”. Il cambiamento alla mia vita che ha fatto Verdi, di cui sarò sempre grato a Riccardo Muti, è avermi condotto nel mondo dell’opera italiana e soprattutto verdiana.
Il resto delle mie esperienze è naturalmente un’altra cosa, ho assistito alcuni direttori d’orchestra come Sir Simon Rattle, il grande Mariss Janson da cui ho imparato mille cose, solo guardando e parlando. Anche guardando Muti ad esempio con i Wiener Philarmoniker, durante le prove con altri repertori, impari tante cose. Però quello che rimarrà impresso particolarmente in me per tutta la vita è la lingua italiana e in generale soprattutto Verdi.

Quali sono i i tuoi ispiratori tra i direttori d’orchestra? Quali invece tra i compositori?

L’ispirazione per un direttore d’orchestra può essere molto pericolosa, perché io lavoro per il compositore, che sia egli Beethoven o un contemporaneo. Se io mi ispiro a qualcosa al di fuori dalla partitura, potrei allontanarmi molto facilmente da quello che voleva dire colui che ha scritto quelle note. “Io me la sento così”; nessuno che ha lavorato con me ha mai sentito questa frase uscire dalla mia bocca, perché io come direttore devo dare voce a quello che è scritto. Vengo dalla scuola toscaniniana, per cui per me sono fondamentali la struttura e l’armonia. Allo stesso tempo la mia vita è stata molto particolare, a 23 anni, prima di arrivare in Europa, ho avuto esperienza con la musica tradizionale persiana che è basata sull’improvvisazione; s’impara una cosa e poi si improvvisa. In questo caso bisogna reagire o meglio bisogna rispondere in ogni momento a quello che succede nella musica, a ogni suono.
Il percorso che sto sviluppando mi porta a dire che io sarò un toscaniniano per tutta la vita, questo però fino alla prova generale; nel concerto io sono un assoluto furtwangleriano. Provo finché ognuno avrà la libertà di improvvisare nel concerto, perché mentre si suona si deve inviare un messaggio e deve essere vissuto da qualcuno. Io do un levare, ascolto e reagisco sia nella prova che nel concerto, non prevedo mai. È un percorso complesso, ma per me è molto più importante che durante l’esecuzione la musica trasmetta il suo messaggio umano. Non è così facile alle volte trovare delle orchestre che accettano questo modo di vedere, alcune vogliono sapere cosa succede in corrispondenza del mio gesto.
Un aneddoto. Tre anni fa ho eseguito 13 concerti a Strasburgo, dirigendo i balletti di Tchaikovskij; ogni musicista alla fine del ciclo mi diceva: “è incredibile, pur suonando per 13 volte la stessa opera, non è stata mai la stessa”. Io nel concerto non so cosa succederà, ma avendo lavorato bene con l’orchestra so bene cosa non succederà e perché. Questo però non è causato dal fatto che il musicista si sente di suonare in un “modo particolare”, su questo sono molto categorico. Soprattutto quando dirigo l’opera sia essa Wagner o come quest’anno Il Naso di Shostakovich o Verdi, ai cantanti ma anche ai musicisti, chiedo sempre, “ma perché fate in questo modo?” e per me sono assolutamente vietate 2 risposte: “me la sento così” o “perché si fa così”. Secondo me qualsiasi nota deve avere una spiegazione, un senso, che sia esso storico o armonico.
Infine non sono un direttore che fa una cosa solo per l’effetto. È vero, se si ha l’effetto il pubblico riceve “elettricità”, rimane stupito; è ovvio poi che mi auguro che dopo un concerto diretto da me il pubblico esca dalla sala contento e entusiasta di ciò che ha ascoltato, ma cosa utilizzo per fare questo? Dentro la musica devo metterci tutto quello che ho nel mio bagaglio personale, tutto ciò che ho studiato. Stupire per il solo gusto di stupire è fuori di ogni discussione per me. Quando studio le cose, il mio atteggiamento personale è questo: leggo una frase e mi dico “a me non piace così” e cerco in qualche modo di cambiarmi e non cambiare quella cosa.

Nel concerto di domenica dirigerà tre prime esecuzioni di musica contemporanea cosa ci può anticipare dei brani? Cosa l’ha portata ad accostare loro Simple Simphony, di Britten?

Prima di vedere le partiture delle nuove composizione dovevo scegliere il programma; Non volevo avere un brano troppo romantico come Tchaikovskij o Dvořák, ma nemmeno troppo contemporaneo come Takemitsu o Lutosławski per gli archi. Britten invece è perfetto, perché lui è vissuto esattamente in quel periodo, come Ravel, in cui si guardava in avanti, al nuovo, ma allo stesso tempo anche al passato. Anche questi tre brani inediti si trovano a sposare secondo me lo stesso concetto, guardare avanti ma allo stesso tempo anche al passato, grazie ad esempio a Dante.
Il suo “lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”, del terzo canto dell’Inferno, è uno specchio odierno della società. Vedere che durante la pandemia il mondo dell’arte è stato dichiarato non essenziale, è il termometro della concezione che si ha della cultura nella nostra società. Ora stiamo nuotando in questo problema, capire se siamo, come mondo dell’arte, essenziali o no. Ecco perché la prossima settimana ho scelto di eseguire la Sinfonia n. 45 di Haydn, per far uscire l’orchestra dal palco e non tornare più, nemmeno per l’applauso. Voglio dimostrare che senza di noi c’è solo il silenzio e con il silenzio non si può vivere.
Tornando a Britten, nella Simple Simphony c’è tutto: ha una struttura chiara nel primo movimento, è scherzoso nel secondo con il suo essere tutto pizzicato, è dolorosissimo nel terzo movimento e ha un fuoco strepitoso nel quarto. In lui ci sono sempre molti colori da fuori e sempre tanti colori all’interno o tanta armonia; ad esempio è presente un diminuendo in un momento “sbagliato” della struttura e da fa maggiore si passa in re maggiore in una sola battuta. Ecco io non conosco niente nel repertorio musicale di Brahms o Schumann, ad esempio, che abbia un cambio così repentino. Questo è un elemento che guardava al futuro. Così accade anche con i tre brani inediti di Beste Özçelebi, Livia Malossi e Daria Scia, con i testi di Dante e Sciascia che vengono dal passato e invece la musica contemporanea che guarda al presente, una musica che non si basa sulla melodia o l’armonia. La struttura di questa musica viene totalmente dai colori, dal gesto particolare, dall’intensità.

Qual è il suo rapporto con la musica contemporanea? Come si approccia allo studio di un brano della nostra epoca?

Sono abituato a fare musica contemporanea, ho diretto sicuramente più di venti brani in prima esecuzione. Ho studiato composizione, per cui sono totalmente aperto alla musica d’oggi. Tanti autori del presente sono nel mio repertorio perché hanno molto concetto alla base delle loro opere. Purtroppo non è così facile mettere questi brani nei programmi musicali. Una volta a Stoccarda ho diretto un concerto con musiche di Fausto Romitelli, Salvatore Sciarrino e Beethoven, la IV: il pubblico degli abbonati, che era lì per ascoltare Beethoven, non solo ha ascoltato la IV Sinfonia in un altro modo, ma è rimasto scioccato, stupito, dopo le musiche di Sciarrino e Romitelli. Dopo l’esecuzione di quest’ultimo mi è capitato di dover tornare sul podio per ben 6 volte. Per me Romitelli e Grisey sono grandi compositori come Beethoven e Bruckner; ovviamente tutte le opere hanno bisogno di un pensiero forte sotto, che deve parlare per sé, senza l’aggiunta di parole.
Per un nuovo brano che devo portare in scena devo comunque avere la partitura, studiarla e capire in quale direzione va, perché oggi non abbiamo l’armonia classica o romantica che instradano l’ascolto, ogni compositrice e ogni compositore ha il suo modo. Un’altra cosa da capire all’interno della musica contemporanea è il rapporto con il rumore. Ecco, questo lo si capisce solo dalla partitura, se c’è un rapporto come quello che ha Helmut Lachenmann con il rumore, allora si riconosce subito, funziona. È un percorso che non finisce mai, la musica contemporanea andrebbe sempre più eseguita, andrebbe dato sempre più spazio ai nuovi compositori.

Dopo importanti premi e conduzioni in tutta Europa la direzione dell’Orchestra Calamani nel 2019, come sta andando quest’esperienza? Cosa le sta dando in termini professionali e artistici?

Purtroppo durante il Covid abbiamo perso tanto, avevamo un programma molto serrato, peccato. Ho iniziato a lavorare con quest’orchestra dal 2019, quando mi ha chiamato Anna Leonardi, con cui ho suonato insieme nell’Orchestra Cherubini, nella produzione di Rigoletto e mi ha illustrato la situazione, con quest’orchestra formata da moltissimi giovani. A me piace molto lavorare con i giovani, l’ho fatto in Germania, l’ho fatto in Iran e mi conosco, ho tanta pazienza e farò questo lavoro ovunque, perché per me lavorare con i giovani è sempre molto importante. Abbiamo cominciato molto bene, molto forte, con Haydn e Schumann, volevo come imprimere un timbro insieme a loro, con il primo concerto volevo dare un messaggio forte.
Il problema con i progetti delle orchestre, in generale, non parlo della Calamani, è che ogni volta si deve ricominciare da zero. Con un’orchestra professionale che suona ogni giorno non c’è questo problema ovviamente. Questa è la mia visione, ma se anche si riuscisse a suonare ogni due mesi, probabilmente si potrebbe arrivare allo stesso obiettivo, sempre però con gli stessi musicisti, senza stravolgere tutta l’orchestra, in modo tale che loro conoscono il mio modo d dirigere, il mio pensiero e io allo stesso tempo conosco le qualità di ognuno di loro.
Questi ragazzi, musicisti bravissimi e giovani, non saranno solo il futuro ma sono il presente della musica, lavorano con tanti direttori, con grandi programmi sempre diversi. Io credo totalmente in questi musicisti.

Qual è l’obiettivo, la missione della musica secondo lei?

Sono contento di non sapere la risposta. Non sono un amico delle risposte ma delle domande. Tante volte mi chiedo qualcosa e mi metto sulla strada per cercare la risposta e a volte arrivo a un punto, credendo di averla trovata; ma proprio in quel momento sopraggiungono altri dubbi che mi danno un’energia nuova.
Posso trovarla però in tante strade diverse, ma alla fine credo che ogni umano ha un anelito, un’attesa, una Sehnsucht verso la spiritualità, per esprimere qualcosa, per vivere qualcosa con cui si cambia, si cresce, si scopre; e la musica è qui per questo, non è la soluzione a tutti i mali del mondo. La musica consola, con lei è più facile perché ci porta ad essere più umani, non sempre “migliori”, ma sicuramente più umani. Questo secondo me è il messaggio della musica che mi auguro arrivi in tutto il mondo ai bambini, nelle scuole e nella società. C’è una musica che si deve consumare e buttare via ma anche altra musica che parla direttamente alla nostra anima e al nostro cervello. Samuel Beckett diceva: “try and fail, try again and fail better”, quindi cerchiamo e proviamo e se falliamo, ci riproviamo.

L’opera che non ha mai diretto e che vorrebbe dirigere?

Ce ne sono tantissime!! Mi dica almeno di scegliere tra le opere di un compositore.

Abbiamo parlato tanto di Verdi allora le dico, tra quelle di Wagner quale vorrebbe dirigere?

Tristan! Amo il Ring, ma ecco se dovessi scegliere tra le opere di Wagner, sicuramente Tristan. Però questa è la differenza tra Wagner e Verdi, se mi dicessero di scegliere un’opera di Wagner sarà dolorosissimo ma alla fine sceglierei il Tristan, ma se dovessi scegliere una sola opera di Verdi…mi ucciderei subito! Non voglio vivere in un mondo in cui posso scegliere solo una opera di Verdi!

Luca Cianfoni

Autore

Nato con la chitarra tra le mani e tante cose da dire, sempre alla ricerca delle parole giuste. Laureato in Musicologia all'Università "La Sapienza", provo a metter nero su bianco le parole trovate.

Amo la filosofia, le etimologie e le intersezioni della cultura; ma anche un buon vino può bastare.

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