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Il Gruppo dei Cinque Armeni

di Linda Iobbi - 5 Ottobre 2022

Se ci fosse una singola parola per riassumere ciò che la cultura e la musica sovietica sono, questa parola sarebbe multiculturalità. Il caso dell’Unione Sovietica è un esperimento culturale di grande interesse. Molti musicisti e compositori hanno avuto i natali lontano dalle due grandi capitali, Mosca e Leningrado. Molti grandiosi pianisti dell’epoca d’oro del pianismo sovietico hanno origini ucraine e proprio nel conservatorio di Kiev il pianista Vladìmir Puhàl’skij, allievo di Teodor Leszetycki, dava forma a quella che oggi chiamiamo la scuola pianistica di Kiev e che ha regalato al mondo personalità impareggiabili come Vladimir Horowitz. Anche l’Armenia e il conservatorio di Yerevan potevano vantare una loro marcata identità, soprattutto nella scuola di composizione.

Aràm Chačaturjàn è il compositore armeno più famoso dell’Unione Sovietica ed è forse l’unico nome noto in Europa. In realtà, Chačaturjan è l’erede più importante di una tradizione musicale armena che nasce ancora prima della nascita dell’Unione Sovietica ed è la punta di un iceberg che comprende molti compositori armeni che durante gli anni dell’URSS hanno contribuito a definire la scuola di composizione sovietica e soprattutto a creare la cultura della musica pop degli immediati anni del secondo dopoguerra. Un gruppo di cinque compositori, nati tra il 1920 e 1921, divenne così emblematico di questo movimento tanto da spingere il musicologo Jùrij Korèv a definire il loro sodalizio con il nome di “Gruppo armeno dei Cinque” sulla falsariga del più celebre “Gruppo dei Cinque”, cerchia di compositori russi della seconda metà dell’800 capeggiati da Balàkirev.

Per fare un parallelismo con qualcosa di più vicino a noi,  il “Gruppo Armeno dei Cinque” sta alla cultura pop sovietica degli anni 50/60 come il Cheiron Studios e i producers danesi stanno alla musica pop americana degli anni 90.

I membri che componevano questo particolare gruppo erano: Làzar’ Sar’jàn, Aleksàndr Arutjunjàn, Arnò Babadžanjàn, Èdvard Mirzojàn e Adam Chudojàn.

Questi cinque compositori si formano tra Yerevan e Mosca nell’ambito di un gruppo speciale di giovani talenti e sono il frutto di una lunga tradizione che ha inizio con il compositore Padre Komitas che agli albori del XX secolo intraprende una nuova strada che porterà la musica armena ad una importante svolta.

Nascita della musica armena moderna

Vardapèt (padre) Komitàs, ovvero Sogomòn Kevòrk Sogomonjàn, non fu soltanto un religioso e musicista armeno tra i più importanti della sua epoca ma soprattutto un etnomusicologo e compositore di grandissimo talento. Nel primo decennio del ‘900 Komitas, viaggiò lungo tutta l’Armenia per raccogliere e registrare le canzoni popolari armene, turche, persiane e curde che fino ad allora erano state tramandate solamente per via orale. Presto Komitas diventerà un esperto e divulgatore di musica popolare armena e verrà invitato a tenere lezioni e concerti in molte città europee. In questi viaggi diventerà presto un modello ed una guida per i giovani artisti emergenti tra cui lo stesso Debussy che incontrerà Komitas a Parigi e ne resterà molto colpito.

Allo scoppio della prima guerra mondiale le ricerche di Padre Komitas dovettero irrimediabilmente fermarsi. La situazione peggiorò ulteriormente durante il periodo del genocidio armeno nel quale verranno distrutte gran parte delle numerose raccolte di canti popolari e porterà Padre Komitas a sviluppare gravi problemi psichiatrici.  Morirà nel 1935 in una clinica psichiatrica a Parigi dopo ben 20 anni di ricovero. L’eredità materiale che lascia Komitas ai suoi successori è una piccolissima parte del suo immenso lavoro di ricerca. Di Padre Komitas però resta senza dubbio l’impulso allo studio e alla rivalutazione della musica popolare come parte del nostro bagaglio musicale, culturale ma soprattutto spirituale. Nelle sue composizioni, come ad esempio le 5 danze per pianoforte,  è possibile ascoltare il frutto di queste ricerche: melodie armene di antica memoria che trovano nuovo spazio nel mondo moderno.

L’eredità di Padre Komitas e il gruppo dei cinque armeni

La musica armena moderna ha inizio con Padre Komitas e prosegue nel suo secondo periodo con il più celebre Aram Chačaturjan che cresce e opera in un’Armenia ormai parte dell’Unione Sovietica. Con Chačaturjan abbiamo l’avvio a quel processo di fusione tra la cultura russa e armena che troverà il suo apice nella generazione successiva quella del terzo periodo: il gruppo dei cinque armeni.

Siamo negli anni immediati del secondo dopoguerra e sotto la guida di Aram Chačaturjan e Dmitrij Šostakòvič un gruppo di giovani talenti inizia a prendere spazio nel mondo musicale sovietico. Caratteristica principale di tutti e cinque è una forte propensione alla melodia e uno spirito ritmico di armena ispirazione. I cinque armeni collaborano spesso insieme creando nuove musiche sia in ambito più strettamente accademico che nella cultura pop producendo colonne sonore e canzoni che diventano immediatamente famose.

Il sodalizio più fruttuoso diventa senza dubbio quello tra Aleksandr Arutjunjan e Arno Babadžanjan, personalità molto diverse tra loro ma legate da un forte spirito musicale comune. Nel 1950 scrivono insieme la “Rapsodia armena” per due pianoforti e la incidono eseguendola in duo.

Il carattere di questa rapsodia è una straordinaria sintesi tra i colorati motivi di armena illuminazione e l’ampio respiro ereditato dalla tradizione musicale russa e più specificatamente da quella rachmaninana. L’armonia e il gusto sfociano anche oltreoceano, strizzando l’occhio a sonorità jazz.

All’ascolto diventa evidente come i due compositori e pianisti provengano da una stessa scuola pianistica, quella di Konstantìn Igumnòv che nella sua continua ricerca perseguiva l’idea di un ponte tra il grandioso passato della musica russa e le nuove intuizioni della musica contemporanea.

Dieci anni dopo, nel 1960 i due compositori tornano a scrivere insieme, ne uscirà fuori la “Prazdničnaja” (“festiva”) per due pianoforti e percussioni. I ritmi sono accessi e splendenti, ampliati dall’uso delle percussioni, ma non eccessivamente preponderanti perché lasciano spazio a questa melodia così generosa e distesa. L’eredità di Šostakòvič, prevalente nella prima parte del brano che si alterna all’eredità di Chačaturjan, in una sintesi e nello stile riconoscibile di Babadžanjàn.

Identità, sintesi e visione sono le caratteristiche che accomunano questi artisti e ispirano la loro produzione musicale.

Esempio perfetto sono le miniature musicali per pianoforte di Arutjunjan del 1960 dove la vena più romantica si fa ispirare da un’espressività molto rachmaniana e lo slancio ritmico è figlio dell’origine armena e frutto maturo dell’eredità di Chačaturjan.

La veemenza ritmica che incontra la tradizione classica diventa estremamente evidente nel concerto per timpani e orchestra d’archi di Edvard Mirzojan, dove lo strumento a percussione è protagonista accompagnato dall’orchestra che crea atmosfere che risentono molto dell’esperienza del compositore nel campo della musica da film.

I compositori del gruppo non perdono mai il legame con la tradizione musicale armena e anche quando tale eredità incontra le forme classiche che la cultura russa porta in se, le proprie radici non vengono snaturate ma anzi, trovano la giusta ricombinazione. Questa grande capacità di restare se stessi e aprirsi all’altro è una caratteristica che ha da sempre entusiasmato Šostakovič che diventa prestissimo il mentore del gruppo.

Lazar’ Sar’jàn, compositore di punta della cerchia armena e figlio del pittore Martiròs Sar’jàn, fondatore della moderna scuola nazionale armena fu allievo prediletto del compositore di Leningrado. E’ evidente la presenza è l’influenza del maestro ad esempio nel concerto per violino e orchestra del 1972.

Come in ogni gruppo che si rispetti c’è sempre un membro molto amato e favorito. Nel gruppo dei cinque armeni il più popolare è senza dubbio Arnò Babadžanjàn. Compositore conosciuto in Russia soprattutto per le sue canzoni pop, fu da sempre considerato dai suoi colleghi e amici come “il compositore della luce e della gioia” per il suo grande amore per la vita e per il suo spiccato senso dell’umorismo. Il linguaggio musicale di Babadžanjàn è la massima esemplificazione dell’espressione musicale del gruppo: la ricca melodia e l’intonazione accesa tipicamente armena che incontra la forma nel segno della cultura più tradizionale russa. L’intensa emotività e trasporto della musica di Babadžanjàn è osservabile soprattutto nelle colonne sonore e nelle canzoni pop, musiche che segnano il secondo dopoguerra. Babadžanjàn arriverà a scrivere quasi esclusivamente per la musica leggera come risposta ad una grande sfida che si troverà a superare nel 1952. Poco più che trentenne gli verrà diagnosticata la leucemia. In quegli anni una tale diagnosi era una condanna a morte. Gli venne dato un mese di vita.

Babadžanjan deciderà di dedicare gli ultimi giorni della sua vita alla musica e inizierà la stesura del Trio per pianoforte e archi in Fa# minore che si prospetta diventare il requiem dello stesso compositore.

La forza e la fede nella vita però che da sempre hanno contraddistinto il compositore armeno saranno le virtù che permetteranno di rimandare l’estremo saluto alla vita terrena. Babadžanjan scamperà alla morte per altri trent’anni nei quali si avvicinerà alla composizione di piccole forme e alla canzone pop, allontanandosi definitivamente dalle grandi forme come sinfonie ed opere. La paura di lasciare inconcluso qualcosa era un tormento insopportabile.

Sebbene il Trio per pianoforte ed archi in Fa# minore non diventò il requiem del suo stesso compositore, il caso volle che l’esecuzione storica fu realizzata proprio ai funerali di Stalin. Gli esecutori furono lo stesso Babadžanjan insieme a David Oistrakh e al violoncellista Sviatoslav Knuševitskij.

Consigli d’ascolto 

Proprio in questi giorni, Ares Trio ha deciso di incidere il trio di Babadžanjan per il loro album di debutto in collaborazione con Coviello Classics.  L’interesse e lo studio di questo compositore sono segno di una significativa rivalutazione del repertorio sovietico che affascina sempre di più le nuove emergenti formazioni del panorama europeo. Ho chiesto ai componenti del gruppo, Carlotta Malquori (violino), Matthias Balzat (violoncello) e Andrea D’amato (pianoforte), il dietro le quinte di questa scelta.

Tra pochi giorni esce il vostro album di debutto e nel programma avete scelto il trio per pianoforte e archi in fa# minore di Babadžanjan, come mai questa scelta?

È stato Matthias a proporre per primo il trio di Babadžanjan, che da subito ci ha catturati e portati nel suo mondo.
Babadžanjan è per noi l’emblema dell’atteggiamento musicale che cerchiamo di portare avanti: lui stesso, abilissimo compositore di musica classica, è conosciuto nel suo paese per essere principalmente uno scrittore di canzoni pop, nel senso “Sanremese” del termine.
La conciliazione di stili differenti, ci ha ispirati ad includere nei nostri concerti arrangiamenti di canzoni che hanno fatto la storia della musica pop, come “Imagine” di John Lennon o “Hallelujah” di Jeff Buckley.
Inizialmente avevamo paura che fosse un trio troppo sconosciuto, che in poche occasioni avremmo potuto suonare in pubblico, ma ci sbagliavamo.
Sin da subito il linguaggio affascinante, ma riconoscibile di Babadžanjan ha incuriosito tutti e ci ha portati a presentarlo a Festival rinomati, come “Classiche Forme” con direttore artistico Beatrice Rana, “I Tramonti di Tinia” a cura di Massimo Spada ed Avos Project e “Villa Pennisi in Musica” di David Romano.

C’è qualcosa in particolare che vi affascina nella musica di Babadžanjan?

Una storia particolare ci lega al secondo movimento di questo trio. Già dalle prime prove spesso ci ritrovavamo sopraffatti dall’emozione, incapaci di trattenere le lacrime. Il contrasto stridente tra l’essenza del dolore affidata agli archi, e l’accompagnamento semplice e scarno in Do Maggiore del pianoforte crea una dimensione eterea, inspiegabile. Come se alla fine di quel movimento si fosse in grado di poter accettare senza amarezza anche il dolore più straziante.
Solo più tardi abbiamo scoperto che questo trio fu scritto dal compositore solo dopo che gli fu diagnosticata la leucemia. Nonostante i pochi mesi di vita che si credeva gli restassero, Babadjanian non ha tradito il suo atteggiamento positivo verso la vita. Improvvisamente tutto ha avuto senso.

È un trio che non ci stanchiamo mai di suonare, che ci emoziona anche alla centesima prova, che dopo un anno continua rappresentarci e che siamo davvero onorati di presentare nel nostro primo disco in collaborazione con Coviello Classics, che uscirà il 7 Ottobre.

La cultura pop

Tutti i membri del gruppo dedicheranno molto tempo alla composizione della musica leggera e quella da film definendo praticamente il genere.

Babadžanjàn si dedicherà quasi esclusivamente alla canzone pop scrivendo i più importanti successi degli anni 50 e 60 dell’URSS. La direzione che il compositore segue per la musica leggera è la stessa che si pone nella musica più accademica: melodia generosa senza fine, influssi orientali e grande senso del gusto e del bello. La sua canzone più famosa è senza dubbio “Verni mne musyku” (“restituiscimi la musica”) che al nostro orecchio italiano risuonerà come una classica canzone sanremese, se non addirittura neomelodica.

La musica di Babadžanjàn entrerà ben presto nella cultura pop dell’Unione Sovietica insieme a quella dei suoi conterranei e membri del gruppo definendo l’immaginario musicale popolare di quel periodo.

Sar’jàn insieme a Babadžanjàn scrivono la colonna sonora per il film ambientato a Yerevan Pesnja pervoj ljubvi (“la canzone del primo amore”) del 1958 dove la canzone Leitmotif scritta da Babadžanjàn e orchestrata da Sar’jàn richiama in modo possente una melodia dagli accenti armeni ma che trova spazio nella consolidata forma occidentale.

L’eredità del gruppo armeno dei cinque

Babadžanjan morirà a seguito di complicazioni dovuto alla sua malattia nel 1983 a Yerevan lasciando un grande vuoto nel gruppo e nella cultura musicale sovietica. L’elegia scritta dal compositore e dedicata alla memoria del maestro Chačaturjan a seguito della sua scomparsa divenne l’elegia dello stesso Babadžanjan.

Il gruppo dei cinque armeni sono la sintesi di ciò che è stato prima ma sono anche il terreno fertile sul quale continua a crescere generazione dopo generazione la scuola musicale armena. La conoscenza e la rivalutazione del repertorio di questi compositori non è soltanto un approfondimento della cultura musicale sovietica. Lo studio della scuola armena di composizione è inestimabile per una comprensione piena della musica del XX secolo perché incarna perfettamente le ricerche che da Padre Komitas proseguono con Béla Bartók e Zoltán Kodály; dove musiche di antichissima memoria ritrovano il giusto posto al centro della nostra cultura, anche quella pop, accanto alla tradizione accademica occidentale, in fusione con essa e non in una arbitraria gerarchia di importanza. L’eredità che lascia il gruppo dei cinque armeni è un qualcosa che possiamo e dobbiamo fare nostro ogni giorno: dialogo, connessione e sintesi tra culture per la creazione di qualcosa di bello che inevitabilmente produrrà qualcosa di buono.

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