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Il Coccia di Novara fa sul serio

di Filippo Simonelli - 8 Aprile 2022

I teatri di tradizione sono una delle principali risorse per far avvicinare le comunità locali all’opera nel nostro paese. È però dietro l’angolo il rischio di adagiarsi sul repertorio consolidato, le grandi certezze del botteghino, e lasciare da parte tutto ciò che va oltre quei quattro-cinque titoli “di sicurezza”. Per fortuna esistono delle alternative valide e convinte a questo modello, e il teatro Coccia di Novara ne è un esempio plastico.

Sfogliando la proposta artistica – che non si ferma all’opera ma dedica spazi anche alla musica sacra e sinfonica, senza tralasciare poi la prosa – si può visualizzare una perfetta rappresentazione di quello che un sano mix di tradizione e innovazione dovrebbe essere, con la bilancia che tende decisamente più verso quest’ultima. Merito di Corinne Baroni, che guida il teatro dal 2018 e ha impresso una forte direzione alle sue attività rendendolo una delle realtà più interessanti in tutto il paese. L’abbiamo raggiunta per capire direttamente da lei quali siano queste scelte, e soprattutto come affrontare i problemi che sono purtroppo comuni a tutte le istituzioni musicali e artistiche del mondo.

Il pubblico medio della musica colta è tendenzialmente sempre più in là con gli anni: come facciamo a favorire il ricambio generazionale?

È un cruccio un po’ di tutti i direttori di teatro d’opera. Il problema più grande è far si che le nuove generazioni varchino le soglie della platea, perché una volta compiuto questo passo il problema non si pone più. Non è un problema di linguaggio, ma un problema di comunicazione ex ante, ovvero del modo in cui viene proposto il nostro “prodotto”. L’operazione che stiamo facendo con il Coccia va in questa direzione. Chiaramente abbiamo bisogno di tempi lunghi e costanza, ragionare su più stagione e creare degli ambiti all’interno della programmazione che siano ben riconoscibili e riconosciuti come uno spazio “facile” per un approccio all’opera, parlando direttamente alle giovani generazioni.

Ci siamo mossi verso una tripla fascia: i piccoli piccoli, dall’età prescolare di fatto, i piccoli, quindi elementari e medie, e poi gli studenti delle superiori e delle università, e per ciascuno di questi gruppi abbiamo sperimentato dei format precisi.

Un esempio? Durante la pandemia abbiamo sperimentato le caramelle di melodramma, giocando su termini ben noti a chi è nel mondo del teatro ma trattandoli con una chiave fumettistica o di gioco si arriva a coinvolgerli e a farglieli assimilare. È uno strumento chiaramente pensato per l’online, tanto che sfrutta anche alcune tecniche della gamification prese da un videogioco per adulti, facendoli entrare nell’ambito del teatro dalla comodità di casa propria e tramite strumenti che usano tutti i giorni.

Un’altra iniziativa che stiamo portando avanti al Coccia per questo pubblico si chiama “chi ha paura del melodramma”: attraverso le commissioni di musica nuova basata su tematiche di fiaba o favola, rendiamo riconoscibili le storie che magari tutti abbiamo conosciuto sotto altra forma ma nella veste di una vera e propria opera lirica, con tutti i crismi necessari.

La chiave per raggiungere il pubblico più maturo invece è la multidisciplinarietà, e l’approfondimento di tematiche più vicine a quel tipo di sensibilità, senza essere per forza “pesanti” o difficili: penso all’opera live cooking con Cannavacciuolo che cucinava durante un’opera lirica a tutti gli effetti, oppure al progetto “Mettici il cuore” con Gioele Dix che era parte di una operazione su vasta scala che abbiamo dedicato al 700° anniversario di Dante e che poi è culminata in un’opera lirica: il risultato è stato un pienone in sala e un pubblico soddisfatto.

Si parlava di “Opera lirica vera e propria”, ma allora come si identifica il discrimine tra ciò che è pensato per bambini e ciò che si rivolge a un pubblico più maturo?

Sicuramente la semplicità del linguaggio è una chiave per distinguere la finalità dei progetti: più è semplice e più è facile indirizzarlo a dei giovanissimi. Abbiamo un esempio molto fresco con “Un bullo in maschera”, opera lirica al 100% con tutti gli elementi musicali e drammaturgici imprescindibili e che si trovano in qualsiasi opera lirica da grandi. Certo, la tematica non sarà mai nella tradizione di Tosca, ma questo non significa che sia un problema, visto che magari una “Tosca” possa apparire come un deterrente per un pubblico giovane oggi.

Ci sono poi degli accorgimenti ulteriori che mettiamo in questo genere di progetti, come la voce narrante che può essere un grosso aiuto nei momenti in cui la non comprensione della parola cantata potrebbe far perdere di vista la trama: se dobbiamo formare il pubblico dobbiamo anche lavorare un poco per volta.

Videogiochi e virtuale: il Coccia si è reinventato con la pandemia costruendo per primo – e forse in modo più originale – una dimensione di teatro virtuale. Molti però si sono chiesti che impatto possono avere queste nuove tecnologie sulle funzioni più tradizionali del teatro…

Il ruolo del teatro è un ruolo sociale, e la sua specificità non è soltanto quella di far ascoltare dei cantanti che si esibiscono in maschera, ma è anche la discussione tra un atto e l’altro, l’incontro tra amici e così via. Sono tutte cose che non si possono sostituire con uno schermo, quindi di fatto questa funzione del teatro non verrà mai meno e lo abbiamo visto proprio qui al Coccia: nonostante le tante iniziative che abbiamo messo in piedi durante la pandemia, quando si è riaperto il nostro pubblico era felicissimo di tornare in sala!

Anche qui poi bisogna lavorare sui diversi format, e così appena fu dichiarato il lockdown abbiamo preparato l’iniziativa “Alienati”, un’opera “della pandemia” che fosse alternativa alla performance dal vivo e facesse vivere delle performance fruibili solo ed esclusivamente tramite strumenti tecnologici. Da qui in poi abbiamo cercato linguaggi sempre nuovi che andassero in quella direzione tenendo al centro l’opera lirica e il canto, fermo restando che in tempi normali la lirica tradizionale rimane sempre al centro della nostra programmazione.

A raccogliere questi sforzi abbiamo messo in piedi Teatro virtuale, che raccoglie tutta una serie di contenuti che non hanno nulla che vedere con quello che poi il pubblico viene a vedere in sala. Addirittura può diventare qualcosa di propedeutico, creando sempre dei giochi o dei contenuti che siano propedeutici alla conoscenza ad esempio dei personaggi che andranno a incontrare in sala: quella sarà la vera esperienza indimenticabile, e il digitale offre solamente un facilitatore.

Didattica e Accademia AMO: c’è una grande attenzione nei vostri progetti anche all’aspetto formativo ma che va oltre all’aspetto tecnico e musicale. In che senso?

L’Accademia è vitale per tutto il teatro Coccia, perché mette in piedi tutto quello che manda avanti un teatro: è facile trovare luoghi ottimi in cui si possa imparare a fare il cantante o il maestro preparatore, ma non il macchinista o il sarto. In questo modo noi aiutiamo anzitutto a tenere viva la scuola italiana di queste professioni e al tempo stesso offriamo possibilità di formarsi e lavorare ai giovani. Per fortuna di teatri che programmano opera lirica ce ne sono moltissimi in giro per il mondo, di macchinisti bravi ce ne sono molti meno purtroppo. E non dimentichiamo come la consapevolezza dell’esistenza di questi mestieri e del dietro le quinte crea un ulteriore legame con il pubblico, che ha ancor più strumenti per rendersi conto di quanto ci sia dietro a tutto quello che ammira in scena.

Filippo Simonelli

Direttore

Non ho mai deciso se preferisco Brahms, Shostakovic o Palestrina, così quasi dieci anni fa ho aperto Quinte Parallele per dare spazio a chiunque volesse provare a farmi prendere una decisione tra uno di questi tre - e tanti altri.

Nel frattempo mi sono laureato e ho fatto tutt'altro, ma la musica e il giornalismo mi garbano ancora assai.

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