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La Traviata degli specchi torna (ancora) allo Sferisterio

di Alessandro Tommasi - 24 Luglio 2023

Sabato 22 luglio 2023 è andata in scena allo Sferisterio La traviata di Giuseppe Verdi, detta “Traviata degli specchi” per l’imponente muro riflettente realizzato dallo scenografo Josef Svoboda per la regia di Henning Brockhaus, uno degli spettacoli storici del Macerata Opera Festival. Nato nel 1992, premiato agli Abbiati della Critica nel 1993, da allora viene regolarmente riproposto. Quella di quest’anno è la decima volta che torna in scena, l’ultima era stata nel 2021 e prima ancora nel 2018. Il perché di questa presenza assidua è facilmente comprensibile. Ci sono ragioni di budget, per cui nuove produzioni comportano grandi costi. Ci sono ragioni di pubblico, in quanto la fama che accompagna questo spettacolo (e, chiaramente, la fama de La traviata in generale) garantiscono sale piene ad ogni recita. Ci sono ragioni puramente estetiche: lo spettacolo è visivamente splendido e oggi come 30 anni fa rimane affascinante e dunque meritevole di essere visto almeno una volta. Infine, ci sono ragioni di tradizione. Questa Traviata è parte della storia dello Sferisterio e sebbene a critici e appassionati d’opera, spesso viaggiatori instancabili, possa uscire dalle orbite, anche considerando quanto lo spettacolo abbia girato nei decenni, c’è sempre qualcuno che ancora non l’ha visto e che ha piacere di confrontarsi con uno spettacolo di questa fama. Tipo me.

Dopo averne tanto sentito parlare, finalmente anche io ho potuto vedere la famigerata Traviata degli specchi, uno spettacolo praticamente mio coetaneo, anzi, un anno più vecchio di me. Quest’anzianità di servizio, tocca dirlo, la si sente tutta. In 30 anni le risorse tecniche e scenografiche hanno fatto passi avanti importanti, soprattutto sul comparto video e multimediale, mentre l’uso di specchi anche molto ampi, a volte per gettare il pubblico sul palcoscenico e renderlo parte attiva della vicenda, si è poi diffuso in altri spettacoli fino ad anestetizzarne l’elemento di sorpresa e meraviglia. Ma procediamo con ordine.

Descrivere lo spettacolo potrà sembrare superfluo, ma non si può mai dare nulla per scontato, dunque il lettore che conosce a menadito questa produzione può saltare direttamente al prossimo paragrafo. Per chi invece della Traviata di Brockhaus/Svoboda ha solo sentito parlare – o magari nemmeno quello – il nocciolo dello spettacolo è tanto semplice quanto efficace. Come accennato in apertura, inclinato sul palco c’è un gigantesco muro di specchi. L’inclinazione permette agli specchi di riflettere le scenografie riprodotte su ampi teli stesi per terra, permettendo al pubblico di vederle sia per terra che sul muro dello Sferisterio. I personaggi dunque “camminano” sulle scene e questo crea una serie di effetti affascinanti, per cui scenografie, oggetti di scena e cantanti appaiono come dislocati su diverse dimensioni, con qualche guizzo quasi escheriano. Ciò che succede sul palco, però, è in realtà poco interessante: qualche bagordo festaiolo, la gestualità dei cantanti, la desolazione che circonda il letto di Violetta nel terzo, è tutto molto canonico e rassicurante. L’intuizione che regge lo spettacolo è nel finale, quando sul suolo non sono più presenti teli, non ci sono più dipinti, foto d’epoca, lampadari sfavillanti o bucoliche casette di campagna, ma solo il nudo pavimento del palco. Allora, il muro di specchi si raddrizza lentamente e mentre Violetta muore l’intero Sferisterio si riflette sul palco, puntando il dito su noi spettatori che osserviamo il dramma di questa povera ragazza per il nostro puro diletto.

A descriverlo, in realtà, lo spettacolo può sembrare più potente di quanto non sia dal vivo, ma forse è lo sguardo di uno spettatore del 2023 di fronte ad una vecchia gloria, parte di una tradizione un po’ consunta e tutto sommato innocua, che trent’anni dopo ha perso magari quel che di rivoluzionario che poteva avere all’inizio. Non aiuta d’altronde la recitazione, che come accennavo è rimasta abbastanza vaga e stereotipata, priva di quei fremiti, di quella gestualità che permettesse di andare oltre una generica recita de La traviata per aprire una porta su un altro tipo di tridimensionalità, quella emotiva e psicologica del personaggio. Certo, potreste chiedermi, ma davvero gli ampi spazi dello Sferisterio sono il luogo migliore in cui scavare nell’intimo dell’anima di Violetta? Grazie della domanda, miei anonimi lettori, permettetemi di rispondervi con un’altra domanda: ma davvero si può fare Traviata senza scavo nel personaggio di Violetta? E dunque, è veramente La traviata un’opera adatta ai grandi spazi o è semplicemente l’opera più amata al mondo e quindi la forziamo nei grandi spazi perché sappiamo che fa la sala piena?

Ovviamente le domande sono retoriche e la mia risposta è chiaramente implicita, quindi direi che posso chiuderla qui e non insistere oltre su uno spettacolo cui a malapena mi prefiggevo di accennare, prima di iniziare a scrivere, perché “tanto lo conoscono tutti”. Riprendiamo dalla musica, che altrimenti ci si continua a lamentare del fatto che si parli sempre e solo delle regie e poi tocca dar ragione a chi si lamenta.

Purtroppo, musicalmente non c’è davvero molto da dire. La direzione di Domenico Longo è corretta, ha qualche risveglio nel secondo quadro del secondo atto e riesce a tenere piuttosto bene insieme buca e palco, ma per il resto procede un po’ bolsa e sonnacchiosa, impastando l’Orchestra Filarmonica Marchigiana senza rilievi, rubati, scatti nervosi o abbandoni lirici, senza raffinatezze di concertazione e anzi, scivolando abbastanza facilmente in un fracasso fuori luogo. Faccio un esempio: l’iconico “Amami Alfredo”, non essendo stato preparato con un congruo crescendo di tensione, è apparso fuori contesto, non organico e un po’ sbracato. La generica pesantezza della concertazione, forse ricercata per facilitare l’insieme e pompare più aria per riempire l’arena, non ha in realtà facilitato nemmeno il lavoro del cast, su cui svetta però Nino Machaidze nei panni di Violetta.

Nonostante un primo atto meno a fuoco, il soprano georgiano è riuscito a dare un po’ di spessore a Violetta, attorialmente ma anche e soprattutto vocalmente. Dotata di voce scura e solida, Machaidze ha sacrificato qualche dettaglio per meglio sostenere il volume e riempire l’acustica non semplice (ma nemmeno impossibile) dello Sferisterio. Bello il contegno sulla scena, belli alcuni pianissimi e belli alcuni legati, la cantante ha portato a casa una Violetta di tutto rispetto e anche qualcosa di più. Buono l’Alfredo di Anthony Ciaramitaro, che si è dimostrato un onesto tenore dalla corretta pronuncia e tanta voce, che si chiude però facilmente in acuti un po’ ingolati e manca in generale di un proprio colore e carattere, cadendo facilmente nella genericità. Presentato come un cantante dalla bruciante passionalità e come la rivelazione del cast, sono rimasto un po’ perplesso di fronte alla recita, ma spero ci sia modo di riascoltarlo in altri contesti in futuro. Malato Roberto de Candia, Giorgio Germont è stato cantato last minute da Claudio Sgura. Il baritono di Ostuni ha disimpegnato con sicurezza la parte, rimanendo a dire il vero un po’ impalato e senza ricercare particolari sfumature nell’interpretazione del complesso Papà Germont, ma d’altronde l’arrivo all’ultimo momento in una produzione di routine non è il più stimolante degli ambienti.

Eccetto il marchese d’Obigny di Stefano Marchisio, i comprimari non hanno brillato e in particolar modo problematiche sono state la Annina di Silvia Giannetti e la Flora di Mariangela Marini, in difficoltà di appoggio e intonazione. Buone le coreografie di Valentina Escobar, ben curate e ben realizzate sul palco, meno efficace la Banda Salvadei, un po’ sguaiata nei suoi interventi. Chiude questa pagellina il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” preparato da Martino Faggiani, che ha dato un’ottima prova per solidità e compattezza, nonostante il dislocamento spaziale e le rapide entrate/uscite non sempre aiutino a tenere unito l’insieme.

Applausi cordiali a tutti, senza grandi entusiasmi salvo qualche accenno per Machaidze e Sgura, oltre che per Brockhaus stesso, presente anche a questa recita.

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