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Tra musica e taglieri: cronache dal Festival della Piana del Cavaliere

di Marco Surace - 14 Settembre 2021

Non c’è niente da fare: viaggiare per la musica è sempre bello. Non è mai solo spostarsi dal proprio habitat naturale per andare ad ascoltare concerti e magari pure recensirli, non è solo un’occasione di conoscere delle nuove realtà musicali e nuovi colleghi, è veramente molto più di questo.  Viaggiare per la musica ti dà la possibilità di scandire l’esplorazione della città (nuova o già conosciuta) attraverso spettacoli, lezioni, conferenze e concerti, ti permette di vivere i luoghi (non solo quelli della musica) con più entusiasmo e coinvolgimento. Queste sono le sensazioni che mi porto appresso da qualche giorno e che voglio condividere con voi ora che si è chiuso il V Festival della Piana del Cavaliere – “Coincidenze”.
L’edizione di quest’anno si è svolta a Orvieto dall’1 al 12 settembre e ha riempito di arte e musica i luoghi più suggestivi della città: dalla Piazza del Duomo al Teatro Mancinelli, dal Palazzo dei Sette alla Fortezza Albornoz, dalla chiesa di Santo Stefano al podere Le Velette.
Come “inviato speciale” di Quinte Parallele ho avuto il piacere di assistere e partecipare agli eventi del secondo weekend del Festival (dal 10 al 12 settembre), tutti di notevole interesse artistico, e di vivere attraverso la musica i luoghi più belli dell’Urbs vetus.

Dopo essere arrivato alla stazione e aver vissuto l’emozione di prendere la funicolare che conduce nel cuore della città, ho subito avuto modo di passeggiare per il centro e in particolar modo nel corso principale (Corso Cavour), lungo il quale ci si imbatte in molti luoghi d’interesse: primi tra tutti il Teatro Mancinelli e il Palazzo dei Sette, ma non posso non citare anche le piccole botteghe di artigianato (quadri, oggetti religiosi e non) e i rivenditori dei gustosi prodotti culinari locali. Già a partire dalla prima giornata – e in generale durante tutta la mia permanenza – ho notato con estremo piacere che c’è stato grande impegno da parte dell’organizzazione del Festival nel cercare di rendere la città e i suoi abitanti-avventori partecipi della vita musicale: le vie principali di Orvieto erano tappezzate, ad ogni angolo o incrocio (a volte quasi finivi per sbatterci addosso!), di manifesti con gli eventi principali della rassegna concertistica.
Questo è sicuramente servito a suscitare l’interesse di alcuni passanti e turisti anche stranieri che, perché no per una “coincidenza”, hanno deciso di partecipare agli eventi del Festival della Piana del Cavaliere.

Me ne sono accorto già la sera del 10 settembre, quando è andato in scena al Teatro Mancinelli Storia di un Gesù – Enrique Irazoqui e il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, uno spettacolo in cui si sono alternati gli interventi di Guido Barbieri, voce narrante nonché autore del testo insieme a Fabiana Piersanti, a quelli del flauto di Massimo Mercelli e dei solisti dell’Orchestra Filarmonica Calamani. Accanto a me sedevano diversi turisti stranieri che magari, pur non capendo perfettamente la lingua (o forse sì? Chissà!), sono stati catturati dalla straordinaria capacità di Barbieri (che abbiamo, tra l’altro, intervistato prima della rappresentazione) di evocare sensazioni e immagini della sorprendente vita di Enrique Irazoqui, il giovane attore che interpreta Gesù ne “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, e della sua vicenda personale.
In veste di ospite ho trovato l’ambiente del Festival molto accogliente sia nel modo in cui sono stati gestiti i  vari eventi che nei momenti immediatamente a seguire: andare a cena insieme non era solo un modo di celebrare il successo della rappresentazione appena passata ma anche e soprattutto un’occasione per stare insieme (da questo punto di vista il Covid-19 è stato molto limitante negli scorsi mesi), condividere esperienze, conoscere nuove persone e godersi del buon cibo: pappardelle al cinghiale + vino locale,  che fai, te ne privi?

L’11 settembre, soleggiato come il giorno precedente, è stato ricco di avvenimenti. È iniziato con un’altra passeggiata per il centro e una visita al Palazzo dei Sette, dove era stata allestita la splendida mostra di Milena Smerilli, vincitrice del concorso del manifesto per l’edizione 2021 del Festival. Dai suoi quadri emerge il ritratto di un’artista molto interessata all’introspezione, intenta a studiare i volti e ad indagare sulla natura delle Coincidenze che si presentano ogni giorno sul nostro percorso. A seguire ho pranzato in piazza Duomo con ciò che, quando sono in Umbria, più mi dà gioia mangiare: il tagliere misto di salumi e formaggi locali (ovviamente accompagnato dal vino e anche qui che fai, te ne privi?).

Arrivate le ore 18 e digerito abbondantemente il tagliere del pranzo sono entrato nuovamente al Teatro Mancinelli, dove stava per cominciare il concerto dei Georgian Chamber Soloists. L’orchestra d’archi, diretta dal primo violino Sandro Tigishvili, si è esibita in un concerto veramente coinvolgente: nella prima parte i concertisti hanno eseguito delle Miniatures su temi tradizionali e folk georgiani del compositore Sulkhan Tsintsadze, le cui sonorità richiamavano alla mente luoghi, animali e figure della Georgia (dai fiumi alle lucciole e ai pastori); nella seconda parte Tigishvili si è cimentato nel ruolo di solista nell’esecuzione del Concertino per violino e orchestra d’archi di Otar Taktakishvili, composto nel 1956 e dedicato al grande violinista David Oistrakh.

“Finito un concerto se ne fa un altro”. Non era proprio così la citazione ma è comunque azzeccata in questo caso, visto che ho avuto giusto il tempo di fermarmi lo stomaco con qualcosa di leggero prima di dirigermi in piazza Duomo, dove alle 21.30 si è tenuto un concerto attesissimo e di altissimo livello: quello dei Virtuosi del Teatro alla Scala. Cornice più suggestiva non poteva esserci, anche grazie agli splendidi giochi di luce proiettati sulla facciata della chiesa, per godere di un programma veramente interessante che, per un aspetto o per un altro, era legato al mondo operistico: in apertura la Sinfonia de La scala di seta di Gioachino Rossini; poi un Gran Duo per oboe, clarinetto e archi di Stefano Squarzina, basato sui motivi più celebri di Traviata e Rigoletto; a seguire un Decimino di Saverio Mercadante, intriso di stilemi operistici, e infine i Ballabili dal Gattopardo, composti da Nino Rota a partire da un valzer di Giuseppe Verdi per il celebre film di Luchino Visconti.

Anche nell’ultima giornata, il 12 settembre, non sono mancati eventi nei diversi luoghi di Orvieto. La mattina, al Ridotto del Teatro Mancinelli è andato in scena Pizz’ n’ Zip, uno spettacolo di teatro-danza rivolto a grandi e piccini. Dopo un pranzo con l’ennesimo tagliere misto + calice di vino (stavolta niente foto), alle 16:30 mi sono armato di zaino e di coraggio e ho partecipato alla meravigliosa passeggiata guidata dal CAI Orvieto (ogni tanto un po’ di movimento ci vuole, a forza di mangiare taglieri), che è culminata con l’arrivo alla cantina Le Velette. Ad aspettarci, oltre ad un pregevole rosato di loro produzione, il giovane staff del Festival e il Burtuqal Quartet, che ha eseguito musiche di Mendelssohn e di Sollima fino al crepuscolo. Sebbene poco dopo la fine dell’esibizione io sia dovuto andare di corsa alla stazione a prendere la funicolare (giusto in tempo per l’ultima partenza della serata), conservo un ricordo prezioso di quel pomeriggio. È a questo che penso quando dico che attraverso la musica si possono vivere i luoghi in cui ci si trova con un’energia e un coinvolgimento diversi!

Ma la giornata non è finita lì ed è valsa la pena farsi le corse per non perdersi l’evento conclusivo del Festival: il concerto sinfonico dell’Orchestra Filarmonica Calamani, diretta da Hossein Pishkar. I musicisti si sono confrontati con due grandi capolavori del repertorio classico, la Sinfonia degli Addii di Franz Joseph Haydn e la Sinfonia n.2 di Ludwig van Beethoven, ed è sorprendente come con così poche prove siano riusciti a mantenere un equilibrio e un’omogeneità impressionanti, senza però detrarre nulla dal carattere di ciascun brano (dall’espressività tutt’altro che contenuta). Questo è certamente sintomo dell’ottimo lavoro condotto dal Maestro Pishkar, che ha saputo coinvolgere il pubblico e generare entusiasmo negli stessi musicisti dall’inizio alla fine, dal momento più lirico a quello più energico, dal momento più mesto alla scenetta finale della Sinfonia degli Addii in cui i componenti dell’orchestra hanno via via lasciato il palco, quasi comica ma certamente portatrice di una riflessione più profonda: suonare senza pubblico non è la stessa cosa (come è successo negli scorsi mesi a causa della pandemia) e non si può avere un vero pubblico senza qualcuno in scena. Abbiamo bisogno gli uni degli altri.

Dopo il grande successo del concerto conclusivo, al quale sono accorsi numerosi spettatori, non è mancato il gran cenone finale con i musicisti dell’orchestra. Ancora una volta mi sono, ahimé, sacrificato per il bene comune e mi sono rimpinzato di prodotti tipici di Orvieto.
“Coincidenze” è stato tutto questo e molto altro, ma niente sarebbe stato possibile senza il grande impegno dimostrato da Anna Leonardi (direttrice artistica del Festival), Marta Balzar (responsabile Ufficio Stampa), Stefano Calamani (Presidente del Festival) e tutti i ragazzi coinvolti nell’organizzazione (consulente artistico, maschere, fotografi e figure che non è riduttivo definire “tuttofare”). Naturalmente anche noi di Quinte Parallele, nel nostro piccolo, siamo contenti di esserne stati parte e di aver contribuito alla riuscita del V edizione del Festival della Piana del Cavaliere. Infine io, personalmente, son grato di aver avuto l’opportunità e il privilegio di seguire da vicino il suo svolgimento e sono ancor più contento di sapere che la prossima edizione si terrà sempre nella splendida città di Orvieto. Direi che una seconda stagione di “Tra musica e taglieri” non ce la toglierà nessuno.

Marco Surace

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