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Canto, gesto e parmigiano: la mia residenza al Concorso Toscanini

di Alessandro Tommasi - 17 Maggio 2021

La mia residenza al Concorso Toscanini inizia con un bastoncino cotonato nel naso. Ci siamo ormai ben più che avvezzi, di questi mesi, ma ogni volta che tocca farsi un tampone per accedere ad una struttura musicale è una grande emozione. Per fortuna, una volta dimostrata tutta la negatività che avevo in corpo, il pomeriggio s’è rivelato ben più lieto.

Dal 12 al 14 maggio sono infatti stato inviato da Quinte Parallele al Concorso di Direzione d’Orchestra “Arturo Toscanini”, che si sta svolgendo in questi giorni a Parma per la Fondazione Toscanini. Si tratta di un concorso particolare, come vi abbiamo illustrato, che da questa undicesima edizione si è dedicato interamente all’opera lirica italiana. Dodici i concorrenti in gara, più un elaborato sistema di valutazione e giurie che comincia proprio con due settimane di workshop e masterclass, cui abbiamo avuto modo di assistere in esclusiva.

Il pomeriggio del 12, a inaugurare questa mia residenza al Concorso Toscanini è stato Bruno Dal Bon, con una lezione di “Filosofia e direzione d’orchestra”, partendo dal ruolo della parola nell’opera italiana, un’esortazione a guardare nella musica per cercarvi già l’intero dramma, non fermandosi ad una generica comprensione del testo supportato da una libera espressione musicale. Questa emancipazione della musica dalla parola, ovviamente, ha portato ad un acceso dibattito che qui per brevità di racconto non posso riportarvi, ma era interessante vedere questi giovani direttori interrogarsi e scavare in uno dei più delicati equilibri del repertorio musicale. Dal Bon d’altronde è abile nell’unire riferimenti filosofici alla pratica direttoriale e l’impronta del suo maestro Sergiu Celibidache è evidente: interessantissimo è stato il confronto su gesto, corpo e pensiero nella direzione d’orchestra, un’esortazione a mettere in discussione la scissione mente e corpo, la convinzione che l’idea venga prima della sua resa fisica, portando invece ad una visione d’insieme in cui idea e realizzazione stanno in un inscindibile abbraccio. A chiudere il pomeriggio, lezioni di italiano per tutti… o quasi. Due giovani direttori sono stati prelevati per essere portati a guidare le Dallara, le celebri auto da corsa.

Questo è un aspetto non così pubblicizzato che ho potuto approfondire durante la mia residenza al Concorso Toscanini: ogni giorno (o quasi) alcuni concorrenti venivano prelevati nelle pause o dopo le lezioni, per essere condotti a provare, sulla propria pelle, i più bei frutti prodotti da Parma. Lo scopo è potersi calare interamente nel contesto del luogo, capirne lo spirito. Sì, c’era anche il parmigiano. E un abito su misura tagliato dai sarti di Parma. E un giro per i codici antichi e i manoscritti verdiani alla Biblioteca Palatina. E la visita al Labirinto Franco Maria Ricci. E dovevo fare il direttore quella volta.

Il giorno dopo, il Concorso Toscanini ha diviso in due sale i direttori che, sotto lo sguardo vigile di Marcello Bufalini e Pietro Mianiti, hanno lavorato duramente sul repertorio del concorso. Cercando di risolvere la mia eterna tensione verso l’ubiquità, penso di essermi fatto ininterrottamente il quartetto dal III Atto di Bohème per due ore, affrontato prima da un direttore in un gruppo, in poi da uno nell’altro, poi di nuovo nel primo gruppo e così via. Questo dovrebbe dare anche la cifra del dettaglio in cui Bufalini e Mianiti hanno condotto i loro discepoli: non solo una generale idea e interpretazione del brano, ma un lavoro di braccio e di fiato per incidersi nella mente cosa significa concertare, come gestire le specificità dell’opera italiana, in primo luogo partendo dalle prove al pianoforte con i cantanti. Al mattino siamo però partiti solo con i pianoforti di Chiara Pulsoni ed Elisa Montipó, preparatissime e disponibile, ma soprattutto pronte ad inseguire questa sporca dozzina nelle proprie sperimentazioni, saltando di brano in brano. Non posso qui esimermi dal sottolineare le divertentissime prove canore dei direttori stessi che, in mancanza ancora dei cantanti, dovevano saper cantare tutte le voci con infallibile sicurezza, non solo per aiutare i propri colleghi, ma soprattutto per stamparsele ben chiare nella testa e nell’orecchio. Tra tutti si distingueva Andreas Gies, il concorrente italiano, i cui studi di canto sono tornati molto utili. Solo nel pomeriggio sono arrivati i cantanti del Conservatorio Arrigo Boito, per aggiungere un livello di complessità e di approfondimento.

La cosa che più mi è rimasta impresa del secondo giorno è la necessità per un direttore di affidarsi ai cantanti. “Il teatro è anche lasciar fare gli artisti”, ha detto Mianiti. L’opera, e quella italiana nello specifico, è anche un’arte del non-controllo, del lasciare spazio, lasciar cantare, “rendere facile ciò che non è facile” per permettere a chi è sul palco di esprimersi al meglio. La preparazione del direttore dev’essere tale da conoscere ogni dettaglio, ogni anfratto della partitura e riuscire grazie a questa preparazione a guidare coerentemente coro, orchestra e solisti in una visione unitaria, al contempo rispettando la personalità di ogni soggetto. Trovare un’omogeneità nella disomogeneità, una coerenza nella diversità… che faticaccia fare il direttore, quando lo si vuol fare per davvero!

Il mio ultimo giorno di residenza al Concorso Toscanini si apre con le ultime ore di lezione di Mianiti e Bufalini al mattino, ma non è l’ultimo incontro per i direttori: nel pomeriggio, tutti i concorrenti hanno avuto a disposizione mezz’ora di colloquio personale con il proprio docente, in un pratico “confessionale” (ogni riferimento al Grande Fratello è puramente casuale) sotto l’occhio vigile di una telecamera, per il docufilm di Francesco Micheli. Ma il pomeriggio non si è limitato ai colloqui personali, anzi. Mentre un concorrente si trovava nelle viscere del Centro di Produzione Musicale, gli altri seguivano le due lezioni in sala Delman e Gavazzeni, per approfondire il rapporto tra direttore e cantante. E chi meglio di due cantanti di primo livello per raccontarlo? Paoletta Marrocu e Stefania Bonfadelli hanno portato ai concorrenti le loro esperienze, le loro riflessioni sull’interpretazione, i loro consigli su come rapportarsi con i cantanti. Marrocu ha seguito anche i ragazzi nella direzione di alcuni frammenti, indicando nel dettaglio cosa funzionasse e cosa meno (interessantissimo il lavoro sulla gestione dei fiati nel direttore).

Al contempo ha elencato le necessità principali per un cantante: chiarezza nella concertazione; capacità di tenere il tactus scelto in prova anche alla recita (e soprattutto alla prima), abilità nel tenere la propria linea interpretativa, anche con severità; guardare sempre il palco con attenzione, per essere pronti all’imprevisto e tenere il contatto con il cantante. Bonfadelli, nel mentre, approfondiva aspetti di interpretazione, esortando i direttori a non seguire le cattive tradizioni anche di fronte alle richieste del pubblico, costruite su abitudini di ascolto spesso fossilizzatesi negli anni. Al contempo però ha portato ai direttori l’altro lato della medaglia: i cantanti stessi si trovano sottoposti alle pressioni di dover dare alcuni aspetti di tradizioni (nello specifico variazioni e acuti sperticati) non per eccessi di divismo o fame di applausi facili, ma perché se quegli applausi non ci sono, se la folla non ricambia roboante la grande cabaletta arrembante, quel cantante, in quel teatro, la stagione dopo non lo chiamano.

Sarei rimasto per un’altra settimana intera a godermi questa residenza al Concorso Toscanini: in queste righe non posso restituire appieno i dettagli curati, il lavoro di cesello e al contempo l’impostazione di un metodo, di un approccio che tutti e dodici i concorrenti possano portarsi dietro nella loro carriera a prescindere dai risultati del Concorso. Era però il momento di lasciare il testimone a Gioia Bertuccini, che da oggi (lunedì 17) segue le masterclass e gli approfondimenti nel corso della sua residenza parmigiana.

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