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Musica da camera ai castelli romani: la dolce ala della musica

di Filippo Simonelli - 24 Giugno 2021

I Castelli Romani offrono da sempre una sorta di buen retiro ai cittadini dell’urbe in cerca di un po’ di pace e natura senza allontanarsi troppo da casa: spesso e volentieri quindi le cittadine che compongono questo gruppo vengono prese d’assalto da stormi di romani desiderosi di un po’ di requie. Molti arrivano mossi anche da tutti quei clichés oramai indissolubilmente legati ai singoli castelli (la porchetta di Ariccia, le fragole di Nemi, la sagra dell’Uva di Marino): ma c’è anche qualcosa di più, una vera e propria offerta culturale e musicale. Palazzo Chigi di Ariccia infatti ospita da anni il progetto Accademia degli Sfaccendati, di cui abbiamo già parlato su queste pagine, e che quest’anno ha ripreso la propria attività post-lockdown incentrandosi interamente sulla musica da camera, con una manifestazione che si articola sui vari weekend a cavallo tra metà e fine giugno: La dolce ala della musica.

Ad inaugurare il primo weekend è stato Samuele Telari, virtuoso della fisarmonica bajan oramai in rampa di lancio in tutta Europa, che affronta con la consueta naturalezza un repertorio insolitamente romantico per i suoi standard: si tratta infatti di una selezione di trascrizioni che però nelle sue mani scorrono come se fossero state pensate direttamente per il suo bajan.

La seconda serata è quella forse più tipica per una stagione cameristica: protagonisti in trio sono Matteo Rocchi alla viola, Alice Cortegiani al clarinetto sostenuti dal pianoforte di Ludovica Vincenti. La particolarità dell’ensemble si presta ad un programma di rarità incentrato sul tributo monografico a Robert Schumann e alle sue molteplici identità. Rompono il ghiaccio Rocchi e Vincenti con l’Adagio e Allegro op. 70, composizione originariamente pensata da Schumann per l’avveniristico corno a pistoni ma che ha poi lasciato alla libertà di interpretazione per i solisti più vari; sono poi seguiti i Märchenbilder, sempre per la stessa formazione. Rocchi ha poi lasciato il posto ad Alice Cortegiani per l’esecuzione dei Pezzi Fantastici op. 73, prima che il trio si riunisca nel per eseguire i Märchenerzählungen.

Cosa emerge da questa serata? Sicuramente che è bello tornare a sentire musica da camera così dal vivo, e farlo con Schumann è ancora meglio, ma questo è un parere personale di chi scrive. Quello che traspare in maniera abbastanza evidente dalla performance è la gioia di questi musicisti nel ritrovarsi a suonare insieme: sono una formazione navigata, hanno anni di esperienza assieme in varî ensemble e formazioni e soprattutto si vede anche una certa comunione di intenti nell’affrontare questo tipo di repertorio. Qualche sbavatura qui e lì c’è stata, con qualche debolezza di intonazione in particolare, ma nulla che intacchi in generale la sensazione di aver vissuto una splendida serata di musica da camera.

Il programma della domenica offre una prospettiva diversa, incentrata sulla vocalità. Protagonisti della serata sono Sabrina Cortese e Patrizio La Placa, rispettivamente soprano e baritono, accompagnati dal pianoforte di Antonello Maio. Il programma della serata offre un curioso incontro tra una selezione di lieder mahleriani e l’opera da camera “Il telefono” di Gian Carlo Menotti, originariamente composta per piccolo ensemble ma qui proposta in una versione letteralmente tascabile. La sezione mahleriana della serata scorre senza particolari acuti, ed in alcuni momenti da’ un po’ l’idea di essere un riempitivo: al soprano viene richiesto di fare gli straordinari nell’affrontare un repertorio originariamente composto per mezzosoprano, costringendola spesso e volentieri ad andare a raccogliere in cantina alcune delle note gravi più scomode per il suo registro naturale. La Placa è chiaramente più a suo agio e il lavoro pianistico è assolutamente adeguato, ma l’insieme è soddisfacente senza particolari acuti.

La musica cambia, in senso figurato e non, dopo l’intervallo. L’austera sala di Palazzo Chigi si riveste con una scenografia da interno americano anni ’50 per raccontare la storia di Lucy e Ben, due everyman quasi archetipici, e del loro ingombrante convitato di pietra: il telefono, per l’appunto.

Uno degli aforismi più celebri di George Bernard Shaw recita più o meno che “l’opera è quando un soprano e un tenore si amano, ma il baritono si mette di traverso”. Sostituite al baritono il telefono e avrete una sintesi perfetta della scarna trama di questo gioiellino di polistilismo menottiano. Nella sua mezz’ora scarsa di durata, Menotti riesce a snocciolare uno ad uno i clichés su una vita di coppia funestata dallo sviluppo tecnologico. Con uno sforzo di immaginazione, e un pizzico di retorica, potremmo immaginare un Menotti dei nostri giorni intitolare una stessa opera “Lo smartphone”, con dei minimi cambiamenti nel libretto: viviamo in una società.

L’opera ha già una dimensione da camera di suo, ma nella versione pianistica emerge ancora di più l’elemento quasi da songs delle brevi arie dei protagonisti che si alternano, ed è interpretato in maniera equilibrata e pulita da Maio. I due protagonisti si ritrovano in una situazione che gli sembra perfettamente congeniale, sia dal punto di vista vocale che attoriale: non sono richiesti virtuosismi da capogiro, ma la performance è solida e convincente.

Il premio della serata però va alla scelta della regia di Giacomo Fasola: piazzare la scena topica, ovvero quando i due innamorati finalmente riescono a comunicare – naturalmente via telefono – su due diversi livelli di palazzo Chigi. Ben, che aveva abbandonato la scena poco prima, riappare questa volta da una finestra del piano di sopra di Palazzo Chigi, illuminato da un cono di luce. La scelta è elementare forse, ma rivela una capacità di utilizzare gli spazi a disposizione che è una vera e propria virtù. Non solo: costringendo lo spettatore ad alzare lo sguardo, lo si mette di fronte alla deliziosa contraddizione tra l’arredamento della sala del Palazzo, tipicamente legata al gusto della nobiltà dei Castelli Romani che ha posseduto il palazzo nei secoli passati, e la duttile scenografia su cui è adagiata la storia di Menotti.

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