Ultimo aggiornamento20 maggio 2024, alle 19:28

Inseguendo l’Alma Latina – diario di bordo del Paganini Guitar Festival

di Marco Surace - 6 Giugno 2023

Nel mondo musicale non è facile trovare una manifestazione che col passare degli anni proponga sempre qualcosa di diverso, assuma una direzione tesa alla crescita e punti al maggior coinvolgimento di musicisti e appassionati in forme sempre nuove e interessanti.
Ma anche questa volta il Paganini Guitar Festival – storica manifestazione organizzata dalla Società dei Concerti di Parma in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Parma-Casa della Musicaha dimostrato che ciò è possibile, che si possono realizzare vari progetti di grande valore artistico-culturale e, grazie ad essi, creare occasioni di incontro genuine e memorabili.
Il Festival è giunto alla sua 23^ edizione e come negli scorsi anni, in qualità di inviato speciale per Quinte, ho cercato di vivere appieno il Paganini e di farmi contagiare dalle sue vibes (amici della Gen-Z, sto provando a comunicare con voi anche se sono fuori fascia anagrafica, sigh!)

Dal 25 al 28 maggio ho assistito a concerti, visite guidate, convegni, conferenze, concorsi, masterclass, mostre di liuteria letteralmente ovunque in giro per Parma, e anche nei dintorni della città, a botte di 20 mila passi al giorno. Penso che il mio smartphone si sia insospettito per questo inaspettato mio cambio di routine. Ma vabbè, a parte tutto, non volevo assolutamente perdermi nulla, in cuor mio il desiderio di esserci era fortissimo! Tasto dolente: mi è stato possibile partecipare a tutti gli eventi della manifestazione? No, ma è questo il bello. Per fare un paragone quasi musicologico, è stata prevista una sorta di drammaturgia aperta e non lineare: ognuno sceglieva, a seconda delle proprie inclinazioni, dove e quando essere. Durante il lungo weekend si svolgevano più eventi in contemporanea, e questo per il “me curiosone” era desolante (pensavo costantemente: “datemi una macchina del tempo o un apparecchio per il teletrasporto, per favore!”), ma dall’altro lato una formula di questo tipo aveva il vantaggio di lasciare all’utente tipo una certa libertà di manovra.
Ma bando alle ciance…Siete pronti per partire con me e ripercorrere il mio viaggio? Sì? Bene, però prima di dirvelo a parole, ve lo voglio far vivere dal punto di vista delle mie orecchie. Girando per Parma e per i luoghi del Festival, mi sono messo in ascolto cercando di inseguire quell’Alma latina a cui il Paganini ha dato respiro. Ecco a voi il soundscape del Paganini Festival 2023!

Immersi in questo paesaggio sonoro, alcuni di voi avranno sentito risuonare una o più chitarre, il canto degli uccelli, il chiacchiericcio delle persone e tanto altro. Meglio rimanere con il proprio personale ricordo del “suono del Festival” piuttosto che tentare di spiegare a parole ciò che si è sentito.
Però questo non vi basta, magari, e quindi ora inizia il mio racconto verbale. Non verboso, spero.

Giorno 1: giovedì 25 maggio

Ora di pranzo, caldo romano di fine maggio che si fa sentire ma ancora non al massimo della sua potenza. Mi armo di baracche, burattini e tanta voglia di musica. Parto. Cambio a Bologna, treno in leggero ritardo ma ho qualche minuto di tempo per prendere la coincidenza verso Parma. Giungo. Breve tappa in hotel per il check-in e per una doverosa rinfrescata, ma subito dopo mi dirigo verso la Casa della Musica. Mi accoglie il sempre sornione Giuseppe Verdi sulla panchina, con la sua eleganza statuaria, ed entro nel chiostro. L’atmosfera è tranquilla, il primo concerto del Festival sarà alle ore 20 e da questa mattina in città si stanno svolgendo il Convegno sulla didattica chitarristica al Laboratorio Aperto Parma e le prove eliminatorie dei solisti del Concorso Internazionale “Omaggio a Niccolò Paganini” proprio alla Casa della Musica. Non c’è un grande andirivieni (e ci credo, di giovedì giusto un pazzo come me!), se non alcune persone venute a chiedere informazioni sui vari eventi del Festival, che si rivolgono al volto simbolo dell’info point, Monica. La mia prima compagna di viaggio mi conferisce il magico badge con la scritta Crew, il passepartout per tutti gli eventi del Paganini. Lo sfrutto subito e salgo nella Sala Concerti, dove si stanno esibendo gli ultimi candidati della giornata. Ascolto la prova di Mario Strinati, Leonardo Vannimartini – italiani – e Zicheng Wang, giovane chitarrista cinese. Ognuno propone repertorio molto diverso, affiancandolo a un brano paganiniano. Il livello è alto, e lo conferma anche Leonardo, con cui scambio due chiacchiere dopo la fine delle prove di concorso.
Il tempo di farmi un rapido spuntino prima del concerto non è molto, ma c’è. Mi fermo lo stomaco e, insieme a due amici che ho incontrato alla Casa della Musica, mi avvio verso l’Auditorium del Carmine. Davanti all’ingresso sono raccolte decine e decine di persone. Scambio due chiacchiere con alcuni chitarristi e con lo staff del Paganini (Margherita, Martina, Jesùs e tanti altri), capitanato dal sempre eroico Gianfranco, coordinatore “tuttofare” degli eventi del Festival e della Società dei Concerti. L’Auditorium è molto suggestivo: il Conservatorio di Parma ha dato nuova vita a questo luogo, in origine Chiesa di Santa Maria del Carmine, trasformandolo in sala da concerto. Mi accomodo in platea, la visuale è buona (naturalmente non riesco a vedere tutta l’orchestra, ma almeno le prime file e soprattutto il direttore e il solista). Dopo una prima parte solamente orchestrale – l’Ouverture dal Barbiere di Siviglia di Rossini e la prima assoluta dell’orchestrazione di Steve Goss della Romanza di Paganini, tratta dalla Grande Sonata (MS 3) – si avvicendano i tre grandi solisti della serata: Lorenzo Micheli, Anabel Montesinos e Thibaut Garcia. Il loro dialogo con I Musici di Parma, diretti da Giampaolo Bandini (che come se non bastasse ora è anche direttore d’orchestra e non solo direttore artistico del Festival, oltre che chitarrista protagonista di diversi momenti d’esibizione!) è stato sempre vivo e coinvolgente, sia nei momenti più sonori che in quelli più intimi. Questo concerto d’apertura, che ha fatto il sold-out, penso sia stato per chiunque un’occasione unica per ascoltare in contemporanea, nella stessa serata, tre solisti d’eccezione con tre diversi concerti per chitarra e orchestra (Concierto de Aranjuez e Fantasia para un Gentilhombre di Joaquin Rodrigo, Concerto in Re di Mario Castelnuovo-Tedesco). È pur vero che si tratta di un festival chitarristico, ma è comunque raro trovare situazioni concertistiche nei cui programmi figura un concerto per chitarra e orchestra…figuriamoci tre!
Dopo applausi scroscianti e amichevoli scambi di impressioni, che contribuiscono sempre al soundscape del Paganini Guitar Festival, la serata è proseguita al pub. Perché, sì, il senso comunitario di un festival si crea anche lì, tra risate, un hamburger e un boccale da un litro di birra rossa del Belgio.

Giorno 2: venerdì 26 maggio

Sveglia. Colazione in hotel, anche con paninetti e altre cose salate (la gioia del mix tra dolce e salato che si ha in hotel è impagabile!). Guardo il programma del Festival e mi rendo conto che il ritmo sarà serrato. Devo pianificare attentamente la mia perlustrazione parmigiana, ma vorrei concedermi anche il beneficio di prendermi delle libertà. Vedremo. So bene, però, che mi devo assolutamente affacciare al Convegno sulla didattica chitarristica, che finisce nel pomeriggio (momento in cui potrei essere anche in altri tre luoghi contemporaneamente, sigh). L’ingresso è riservato ai soli docenti iscritti ma, ricordate…ho al collo il magico badge che apre (metaforicamente) tutte le porte! La giornata è soleggiata, arrivo al Laboratorio Aperto Parma. È uno splendido spazio che coniuga l’antico (un palazzo storico con tanto di chiostro) e il moderno (varie sale polifunzionali e open space). Decido di trascorrere lì la mattinata e di ascoltare alcuni dei relatori coinvolti. Si spazia da interventi mirati a lavorare sul suono orchestrale degli ensemble di chitarre (Josué Gutierrez) a momenti di improvvisazione collettiva grazie alle tecniche estese e con la chitarra preparata (Francesca Naibo), andando poi a toccare anche percorsi didattici sulle figure della musica e sull’esperienza concreta di questo lavoro in ensemble (Angelo Mirante con la sua Eko Orchestra).

È un peccato non aver potuto assistere anche agli interventi di ieri e di oggi pomeriggio, ma io sono pur sempre uno solo, il Festival è ricco di eventi e il tempo è tiranno. Torno alla Casa della Musica, faccio una pausa pranzo con lo staff e con i maestri. Mi nutro con gioia di carboidrati, certo, ma anche e soprattutto di Parmigiano e Prosciutto di Parma. Ora sì che la giornata può proseguire in serenità. L’atmosfera alla Casa della Musica è già più vivace rispetto a ieri, un po’ perché è venerdì e un po’ perché ci sono diverse attività in contemporanea. Non ho fatto in tempo, durante la mattinata, a passare al secondo round di eliminatorie del Concorso solistico, ma adesso che sono qui ne approfitto per affacciarmi per qualche decina di minuti prima alla Masterclass di Aniello Desiderio, poi a quella di Zoran Dukic e Anabel Montesinos. Le lezioni sono veramente stimolanti sia perché emergono interessanti suggestioni musicali, sia perché i ragazzi ricevono consigli operativi sullo strumento e ne fanno da subito tesoro, entusiasti. Quasi per magia sono già le 15 e giù nel chiostro si è radunata una grande folla, in trepidante attesa per l’inaugurazione della mostra di liuteria moderna. I liutai partecipanti sono moltissimi, più dello scorso anno, e tanti di loro sono stranieri, provenienti da ogni dove. Ad Antonino Scandurra, affermato liutaio siciliano e storica presenza della mostra parmigiana, vengono affidate le forbici per tagliare il nastro rosso e inaugurare la “maratona” delle prove delle chitarre. Non può mancare lo spumante per celebrare l’apertura ufficiale, l’atmosfera è festiva (ora si spiega perché si chiama Festival!).

Bollicine e momenti conviviali a parte, non dovrò aspettare molto prima di ascoltare alcuni degli strumenti esposti. Alle 17, nella Sala Concerti, il giovane Riccardo Guella ci attende per dar voce ad alcune chitarre. Lo intercetto subito dopo la sua esibizione per un’impressione a caldo, e mi racconta che le chitarre sono tutte comode e gli hanno lasciato una bella sensazione, specialmente la Verreydt e la Kobs. Gli pongo poi la cara vecchia domanda con la quale un chitarrista si scontra almeno una volta nella vita: “Abete o cedro?”. Per lui vince il cedro. Io sono “team abete”, ma si sa che il mondo è bello perché è vario. Dopo la prova degli strumenti di Riccardo mi fermo a parlare qualche minuto con una bambina, la piccola Citlali, e sua mamma. Sono originarie del Messico ma vivono in Francia. La mia pratica col francese è ferma alla terza media e l’unica espressione che mi viene in mente è Omelette du fromage (a quanto pare, da giovincello, il laboratorio di Dexter mi ha segnato profondamente). Affastello un po’ di frasi in spagnolo, ma alla fine mi faccio capire e capisco anche qualcosa. A quanto pare sono venute a Parma per il Concorso Giovani Promesse, che inizierà domani, e per respirare la stessa atmosfera musicale della quale anche io sono in cerca. Le reincontrerò più volte durante il Festival, non mancheranno saluti e sguardi sorridenti.
Quasi senza accorgermene si sono fatte le 18, ed è ora di un’altra importante inaugurazione: quella della mostra di liuteria storica, curata da Gabriele Lodi e dedicata a Francisco Simplicio. Mi fiondo alla Casa del Suono, che per fortuna è ad appena cinquanta metri dalla Casa della Musica. Lodi presenta, attraverso gli strumenti esposti, un percorso storico che lega grandi chitarristi “latini” di fine Ottocento/inizio Novecento (Miguel Llobet, Emilio Pujol, Domingo Prat, Agustin Barrios) ai maestri liutai che realizzarono le loro chitarre e che furono un riferimento assoluto per la costruzione di chitarre in quel periodo: Enrique Garcia e, soprattutto, il suo unico “discepolo” Francisco Simplicio. Ma le chitarre ci parlano della loro storia anche e soprattutto attraverso il loro suono e difatti, subito a seguire, c’è stato un momento concertistico a cura di Marco Ramelli. Con grande sensibilità e con uno splendido tocco, Ramelli riesce a tirar fuori i colori di quegli strumenti proponendo un repertorio esteticamente e cronologicamente vicino alle chitarre che via via imbracciava (da Barrios a Mompou, da Llobet a Parodi).

Questi appuntamenti musicali sono cibo spirituale di ottima qualità, ma prima degli ultimi due eventi della serata mi concedo un breve break. Alle 20 inizia, nella Sala Concerti della Casa della Musica, il concerto di Thibaut Garcia. Questo giovane ma fenomenale chitarrista mi ha affascinato ieri sera all’Auditorium del Carmine, ma questa sera ho una vera folgorazione. Il suo programma prevede esclusivamente musica di Barrios e, devo ammetterlo, inizialmente penso che (complice anche la stanchezza della giornata, ancora non alla fine), non me lo godrò poi tanto. Non sono mai stato così felice di essermi ricreduto. Garcia riesce raccontare in musica e a parole un altro Barrios, con aneddoti ed episodi curiosi della sua vita, con guizzi interpretativi ma allo stesso tempo con una chiarezza e una compostezza musicale che mi colpiscono profondamente. A sorpresa, poi, chiama sul palco un suo caro amico e collega, Ysé Dastugue (che sarà poi il vincitore del Concorso nella categoria solisti. Spoiler, lo so…), e insieme si cimentano in un bis chopiniano. Thibaut e Ysé escono di scena per lasciare spazio agli altri protagonisti della serata: Lorenzo Micheli e Matteo Mela. Il SoloDuo è senza dubbio un riferimento a livello italiano e internazionale per chiunque si voglia avvicinare alla formazione cameristica del duo di chitarre, sia come musicista che come semplice ascoltatore. La loro esibizione è piena di colori e sfumature che di rado si sentono in giro, complice anche il fatto che la loro scelta di repertorio cade spesso su brani molto variegati e charmant. È il caso della Petite Suite di Debussy, trascritta per due chitarre, e della Tango Suite di Piazzolla. Una piacevole scoperta anche il brano di Steve Goss, il compositore in residenza del Festival Paganini. I suoi River Fragments suggeriscono in varie forme l’immaginario carattere acquatico, ora scorrevole come tanti rivoli ora più compatto come il letto di un fiume.

L’ho già detto che il tempo è tiranno? Sì, ma lo ripeto. Purtroppo mi devo privare dell’ascolto di Piazzolla per non fare tardi per l’ultimo evento di questo pazzo venerdì (sì, se vi è venuto in mente quel film avete pensato bene). Mi fiondo a capofitto giù per le scale e arrivo alla Casa del Suono. Stasera alle 22 c’è il primo dei due concerti sensoriali previsti nel corso del Festival. Già lo scorso anno ho partecipato al concerto sensoriale di Giampaolo Bandini e ne conservo un bel ricordo, perciò son sicuro che sarà una bella esperienza. Entro, mi viene consegnata una benda insieme ad un programma di sala in Braille (il concerto è organizzato in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Parma), mi siedo e inizio ad immergermi nell’atmosfera notturna della Casa del Suono. Luci soffuse, chiacchiericcio rarefatto, procedo legandomi la benda e coprendomi gli occhi. Il resto non si può descrivere. E’ un lento abbandonarsi alle sonorità e alle sensazioni trasmesse dalla chitarra elettrica di Pierre Bibault, è il piacevole abbraccio uditivo tra Paganini, Reich e gli effetti elettronici, è puro ascolto. Esco dal concerto senza pensare alla stanchezza che ho in corpo dopo la lunga giornata. È passata in secondo piano, sovrastata dal dominio della musica e del suo effetto su di me. Vado al pub con una bella sensazione in corpo. Torno in hotel pieno di gratitudine.

Giorno 3: sabato 27 maggio

Sveglia, sveglia! È il Paganini Day. Sei al Festival Paganini, Marco, ricordi?
Mi alzo, faccio colazione. So che oggi sarà un tripudio di emozioni in musica. Anche oggi la tentazione di essere ovunque è presente, ma mi devo scontrare con la dura realtà. Oggi è l’anniversario della morte di Niccolò Paganini (27 maggio 1840), intorno a questa data si organizza il Festival parmigiano. Diamo priorità a Paganini…ma prima perché non farmi del male fisico e cercare di essere alle 10 a Palazzo Marchi, dove inizia il Concorso Giovani Promesse e si riunisce per provare la Paganini Youth Guitar Orchestra di Vito Nicola Paradiso? Si tratta proprio di una toccata e fuga, rimango giusto una ventina di minuti, ma in cuor mio sento di doverlo fare (il contapassi ringrazia, così come il mio sistema cardiocircolatorio). Le scalinate e le sale del Palazzo sono in fermento, ci sono giovani musicisti che provano, si riscaldano, attendono il loro turno. Mi intrufolo nella stanza delle audizioni, paparazzo al volo la scena e scappo. Alle 11.30 deve iniziare ufficialmente la mia giornata tutta paganiniana. C’è un problema: il Cimitero della Villetta non è a due passi e io sono decisamente stretto coi tempi. Me ne faccio due migliaia, forse, di passi per raggiungere la fermata del bus che Google Maps mi suggerisce. Il bus arriva, monto su, parlo con un’amichevole vecchietta locale di quanto è comodo fare il biglietto tramite app per poi obliterarlo scansionando il QR code, giungo al Cimitero. Il saluto delle autorità davanti alla tomba di Paganini è iniziato da poco, a quanto pare non mi sono perso poi molti interventi e, soprattutto, sono in tempo per il concerto che si terrà di lì a poco nella Cappella degli Artisti, sempre all’interno del complesso cimiteriale. Mi accaparro una postazione strategica e mi preparo a gustarmi l’esibizione di Giampaolo Bandini (chitarra), Carlo Aonzo (mandolino) e Giulio Plotino (violino). È un piacere ascoltare questa formazione, composta dai tre strumenti suonati da Paganini. Vengono proposte pagine del grande musicista genovese ma anche un brano composto per l’occasione da Goss, le Paganini Variations, che reinterpretano in una chiave umoristica la prima sonata dal Centone di Sonate per chitarra e violino di Paganini.

Ridendo e scherzando è già ora di pranzo e, avendo incontrato alla Villetta Andrea Magliocchetti, un caro amico nonché partecipante del Concorso Internazionale, mi faccio convincere da Giampaolo Bandini a mangiare in un posto molto speciale: la Trattoria Antichi Sapori a Gaione. Poco fuori Parma, la Trattoria svolge la sua attività in uno stabile che, come riporta una targa appesa accanto all’ingresso, era un tempo di proprietà di colui che dà il nome al Festival (non a caso prima veniva chiamata “Osteria di Paganini”!). Già questo è bastato a convincermi ad entrare. Ora, non vorrei che Quinte Parallele diventasse TripAdvisor, però credetemi quando vi dico che potrei spendere dieci-quindici righe solo parlando dello strepitoso menù degustazione…ma torniamo a noi. Alle 15, insieme ad Andrea mi reco a Villa Paganini, sempre nella località di Gaione. È stato interessante visitare il luogo dove il buon Niccolò, sempre in giro per concerti, era solito dimorare negli ultimi anni della sua vita in cerca di un po’ di riposo. Al pian terreno c’è il Salotto Rosso, dove sembra che Paganini suonasse spesso al violino i suoi Capricci. La villa è pressoché inalterata rispetto alle origini, ma dal 1931 il nipote Abramo la alienò al conte Ernesto Lombardo, che la donò poi ad Antonietta Capelli, fondatrice dell’Istituto San Giovanni Battista. Durante la visita siamo infatti passati per una cappella, una sala conferenze e numerosi altri ambienti adattati alle esigenze dell’ente religioso.

Come tornare da Gaione a Parma in tempo per le conferenze delle 16.30/45? Questa è la domanda che mi sono posto sul finire della visita alla villa e che mi ha afflitto per una buona mezz’ora. Per fortuna io e Andrea veniamo “salvati” dal prof. Danilo Prefumo, grande studioso paganiniano, che è con noi alla villa insieme alla moglie. Riusciamo a rientrare a Parma poco prima delle 17 e io senza neanche indugiare accorro alla Casa del Suono. La conferenza di Maria Teresa Morasso è appena iniziata e seguo con interesse la sua analisi grafologica della firma di Paganini, confrontata con quella di Verdi. La sua scrittura dai tratti suadenti, a quanto pare, restituisce il ritratto di una persona dalla grande intelligenza intuitiva e creativa, dalla grande irrequietezza ma anche dallo spirito di intraprendenza. All’intermezzo musicale a cura di Bandini e Plotino segue l’intervento dello storico della musica Giuseppe Martini. Nella sua relazione emerge ancora un altro lato di Paganini: quello dell’uomo che teneva ai suoi riconoscimenti (barone, membro dell’ordine Costantiniano con tanto di timbro personalizzato ecc.), che voleva sfoggiare il suo status elevato non solo dal punto di vista musicale. Il postludio è affidato a due giovani ma valenti musicisti: il chitarrista Alessandro Dominguez e la soprano Aurora Martini. Riesco ad ascoltarne un pezzetto ma, come Paganini dopo le sue tournée, anche io necessito di un attimo di riposo. Non mi allungo fino a Gaione, naturalmente, ma verso il mio hotel. Sono dispiaciuto di essermi perso nel frattempo tutta una serie di momenti molto interessanti: le Masterclass di Aniello Desiderio, Zoran Dukic, Anabel Montesinos ma anche di Thibaut Garcia, Rovshan Mamedkuliev, Stephen Goss, Lorenzo Micheli e Matteo Mela; le prove delle chitarre di liuteria a cura dei giovani talenti Jacopo Figini e Saverio Fogliaro, la premiazione di alcune categorie del Concorso Giovani Promesse e la presentazione dei prodotti D’Addario a cura di Matei Rusu.

Mangio un boccone al volo e ritorno nel centro della città, verso il cuore del Festival. La notte è giovane e prevede ancora una volta una tripletta concertistica. Alle 20, nella Sala dei Concerti, mi aspettano Rovshan Mamedkuliev e Anabel Montesinos. Le energie in corpo potrebbero essere di più, ma la voglia di ascoltare buona musica è sempre tanta. Prima della maratona concertistica, Giampaolo Bandini spende qualche parola per ringraziare tutti gli artisti, lo staff e il pubblico in sala, ma anche per conferire a Danilo Prefumo un riconoscimento (una statuetta di Paganini) per il suo contributo nel campo degli studi paganiniani.
Dopo le parole, la musica. Riesco ad ascoltare interamente Mamedkuliev, che ha proposto un programma molto variegato: da Paganini a Barrios, da Rak a Dyens, includendo anche Watts Chapel di Goss, un brano ispirato ad una cappella commemorativa nel Surrey (UK), pieno di citazioni mahleriane e dall’atmosfera romantica. Non mi è invece possibile rimanere tutto il tempo al concerto di Montesinos, che si cimenta in un repertorio veramente intriso di quell’Alma Latina che si aggira per il Festival (Barrios, Ramirez, Assad, Tirao, Ponce, Lauro, Bellinati, Reis, Canonico, Gutierrez). Come ieri sera, alle 22 tiro dritto giù per le scale e raggiungo la Casa del Suono: il concerto sensoriale sta per iniziare. Davide Prina, vincitore del Concorso Internazionale “Omaggio a Niccolò Paganini” 2022, mi lascia in uscita con le stesse sensazioni vissute dopo il concerto di Bibault, suggerendomi però un immaginario visivo e uditivo differente. Il repertorio scelto spazia da Paganini a Ohana, da Castelnuovo-Tedesco a Ginastera, ed è ricco di colori e sfumature che si materializzano con semplicità nelle risonanze dello strumento acustico. Al pub continuo a riflettere sull’esperienza sensoriale, ma cerco anche di alleggerire la mente con amabili chiacchiere prima di andare a dormire.

Giorno 4: domenica 28 maggio

Ultimo giorno. Mi sveglio. La stanchezza accumulata si fa sentire ma penso tra me e me: “magari sentirsi stanchi sempre e solo per colpa della musica!”. Rapida colazione e hop hop, pronto ad una nuova avventura in giro per Parma. Ritorno sui sentieri del giorno precedente, iniziando da Palazzo Marchi. Anche oggi sono molti i giovanissimi musicisti che attendono la loro prova del Concorso Giovani Promesse. Anche oggi mi intrufolo e paparazzo la giuria. Anche oggi è bello essere qui nel momento in cui l’atmosfera si sta riscaldando, in cui i ragazzi della Youth Orchestra di Vito Nicola Paradiso stanno per cominciare la loro ultima prova prima del concerto del pomeriggio. Mi soffermo ad ascoltarli, ad osservare i gesti e le direttive del Maestro Paradiso che, con garbo ma anche pragmaticamente, mette i puntini sulle i più importanti dei diversi brani. Sono appoggiato vicino alla finestra del grande salone dove le decine e decine di ragazzi delle medie e dei licei musicali sono raccolti. Il mix acustico dei suoni provenienti dalla strada insieme alle armonie paganiniane (ma anche…“paradisiache”) è interessante. Mi chiedo cosa si stiano pensando i passanti giù, lungo Strada della Repubblica. Me li immagino in ascolto, incuriositi, mentre portano a spasso il loro cagnolino. A un certo punto devo anche tornare alla realtà, realtà secondo la quale il mio tempo a disposizione è sempre poco e le cose da inseguire sempre tante. Saluto i ragazzi e il M° Paradiso, scendo le scale del Palazzo e procedo spedito verso la Casa della Musica. Dalle 10 sono iniziate le prove finali del Concorso Internazionale, sia per i solisti che per la musica da camera, e io già me ne sono perse almeno tre o quattro. Non c’è nulla da fare, ora è il momento di salire nella sala concerti e ascoltare i finalisti rimanenti: tre solisti e un duo chitarra-flauto. Il repertorio proposto è abbastanza variegato e godibile, il livello è alto ma forse anche abbastanza omogeneo. Rimango comunque ammirato dalla bravura di questi ragazzi, ma ho l’impressione che non ci sia un finalista nettamente superiore agli altri, quindi la giuria dovrà ponderare attentamente (sempre rispetto a ciò che ho vissuto io e a chi ho ascoltato) quali parametri faranno la differenza.
Pausa pranzo. Carboidrati. Mi ritaglio tre quarti d’ora per un pisolino pomeridiano. Alle 15 sono di nuovo alla Casa della Musica, dove inizia ora la premiazione del Concorso. Nella categoria Solisti trionfa Ysè Dastugue (Francia), seguito da Bogdan Mihailescu (Romania) e Antonio Carone (Italia). Oltre al montepremi in denaro e alla possibilità di diventare D’Addario Artist per un anno, Dastugue ha vinto un concerto premio che si è svolto giusto pochi giorni fa (3 giugno) alla Casa della Musica. È stato un peccato non poterci essere.
Per la categoria Musica da Camera si è aggiudica il primo posto l’Aars Quartet (Italia), un quartetto di chitarre interessante all’ascolto ma anche dal punto di vista scenico. Il Duo Pei-Quelhas (Cina) si piazza al secondo posto, seguito dall’Aukos Quartet (Croazia). Applausi, festeggiamenti, breve esibizione dei vincitori, altri applausi. Prima dell’ennesimo pellegrinaggio, mi fermo a parlare con un paio di liutai. Miguel Angel Gutierrez, originario di Toledo ma da anni adottato da Genova, mi racconta che è molto contento della mostra e che per lui è un’emozione esporre i propri strumenti qui a Parma. La mostra di liuteria del Paganini Festival sta veramente diventando una bella vetrina, ed è anche per questo che l’olandese Hans Van Velzen è tornato quest’anno con le sue chitarre.

Sono quasi le 16, alla Chiesa di San Rocco è tutto pronto per il concerto della Paganini Youth Guitar Orchestra. La chiesa è gremita, il suo corpus interno fa da grande cassa di risonanza per le sei-settecento corde che vibrano sollecitate dalla bacchetta del M° Paradiso. All’Alma Latina che contraddistingue la Danza Paraguaya di Barrios e i due brani di Piazzolla (Ave Maria e Libertango), viene affiancata un’Alma Italiana: quella di Paganini e del suo celebre Cantabile ma anche quella di Paradiso e del suo brano Oremus in Assisi, composto per l’occasione e dedicato a San Francesco. Bravi anche i giovani solisti – Andres Najera per il brano di Paradiso e Bianca Rabaglia su Paganini –, che hanno interagito bene con l’orchestra di chitarre e con il direttore. Paradiso e i “suoi” ragazzi si prendono, meritatamente, una marea di applausi, che scrosciano e riverberano ovunque nella monumentale chiesa, aggiungendo un ulteriore tassello al peculiare soundscape di questo Festival.

Se siete arrivati fino a qui, però, anche voi lettori vi meritate una carrellata di applausi per la pazienza. Non voglio rubarvi troppo tempo ancora, ma solo dirvi che il finale di Festival è stato qualcosa di veramente incredibile. Il Teatro Regio ha ospitato il concerto del duo composto da Zoran Dukic e Aniello Desiderio. Non ci sono parole per descriverlo, è stato un mix di emozioni, momenti appassionanti ma anche delicati e sognanti. Tutto questo, in musica. L’atmosfera si è impregnata dell’Alma Latina che continuamente ho cercato di inseguire (non invano, anzi!) in giro per Parma. Strepitoso il loro Piazzolla, ma anche Granados, Albèniz, Rodrigo, Assad. Tutto! Rivelazione assoluta per me è stata, ancora una volta, la musica del compositore in residenza Stephen Goss. La sua Cocktail List musicale, “declamata in musica” dai due grandi chitarristi, ha coinvolto totalmente il pubblico del Regio e ha fatto in modo che il Paganini Guitar Festival si chiudesse con quella leggerezza e convivialità di cui tutti, ogni tanto, abbiamo bisogno.

Marco Surace

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