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Di cosa parliamo quando parliamo di ascolto informato?

di Filippo Simonelli - 28 Dicembre 2022

L’ascolto della musica classica è difficile.

Quante volte abbiamo sentito questo refrain da persone che cercavamo invano di convincere a un amico a seguirci ad un concerto come scusa per declinare l’invito. In effetti, ascoltare la musica è difficile in generale: questo non è un problema che riguarda solo la musica classica, o meglio quella colta in generale. Mettendoci in mezzo anche il jazz o alcuni sottogeneri del rock il discorso non cambierebbe molto. In ogni caso si tratta di fare un cambio di paradigma, da quello in cui limitiamo a sentire qualcosa a quello in cui ascoltiamo davvero, che non è per nulla scontato. Generalmente la dicotomia tra sentire e ascoltare è associata al dialogo tra persone che sono accomunate da uno stesso linguaggio: se però accettiamo di ragionare anche della musica in termini di un linguaggio anche se non verbale, la questione è ancora più chiara.

La metafora è sicuramente abusata e poco originale, ma nondimeno può aprire la strada a spunti di riflessione che riguardano la musica, il modo in cui la viviamo e soprattutto il modo in cui noi per primi la ascoltiamo.

Come ascoltiamo?

Uno dei libri fondamentali per comprendere la musica del Novecento è “The Rest Is Noise” di Alex Ross. Scritto all’alba del nostro millennio, The Rest Is Noise vuole essere un tentativo più organico di mettere per iscritto una sintesi esaustiva dell’universo musicale del secolo breve, anzitutto; il testo chiaramente ha il vizio di essere soggetto al gusto personale di Ross. Da buon critico dunque l’autore compie il suo mestiere scegliendo ciò che valga la pena di essere approfondito e cosa non. E questo presuppone una scelta anche piuttosto impegnativa: se escludiamo qualche nome imprescindibile su cui chiunque dovrebbe poter concordare, molto è frutto di un gusto e di una soggettività del tutto personali.

Il critico del New Yorker mutua il suo titolo dalla celebre citazione dall’Amleto di Shakespeare – che infatti è riportata testuale anche al termine della prefazione del volume. Ma compie attraverso questa frase un’operazione molto più sottile: ciò che ascoltiamo è ciò che scegliamo di ascoltare, mentre il resto rimane rumore, appunto.

Aaron Copland ha posto la questione in termini simili, andando però a mirare in maniera ancora più precisa di Alex Ross. Nel suo saggio “What to listen for in music” Copland sceglie di affrontare il tema della consapevolezza e dell’inconsapevolezza dell’ascolto articolandolo su tre livelli.

C’è un primo livello, quello definito di “sensuous listening”, che Copland definisce con un’immagine estremamente efficace: quando stiamo facendo qualcosa, anche l’operazione più banale come lavare i piatti o pulire il pavimento, con la radio accesa in sottofondo e della musica attira la nostra attenzione. Ci rendiamo conto che è lì, che merita che distogliamo le nostre energie da quello che stiamo facendo per dedicarci all’ascolto. Spesso, nota lo stesso Copland, questo è il livello a cui si limita chi usa la musica come un mero passatempo, e alla fine è destinato a lasciare che ciò che aveva ascoltato con interesse torni ad essere un sottofondo, o tutt’al più una distrazione. Il secondo livello richiede un ulteriore sforzo, ma non è ancora sufficiente: Copland lo descrive come “expressive listening”, anche se una traduzione letta all’italiana non spiegherebbe ciò che il compositore americano intendeva descrivere: arrivato a questo punto l’ascoltatore inizierà a porsi domande sul senso di ciò che ascolta, sul significato che esprimeva per l’autore ma anche su quel che comunica a lui stesso. Questo introduce una soggettività nell’ascolto. Copland stesso più avanti conclude che due persone possono essere ugualmente attratte da uno stesso brano di musica ma per i motivi più diversi.

Per giungere ad una definitiva comprensione dello “sheerly musical plane”, ovvero il piano puramente musicale che corrisponde al terzo livello, è necessario che l’ascoltatore sia in grado di entrare nelle profondità della struttura del brano, di cogliere la struttura microscopica oltre che la superficie macroscopica e sappia riconoscere il linguaggio con cui l’autore gli sta veicolando la propria idea che rimane un’idea musicale prima ancora che qualsiasi altra cosa.

Il percorso ideale tracciato da Copland è replicabile anche ai giorni nostri, per quanto con delle accortezze: probabilmente però sostituendo una radio ad una playlist di Spotify e le operazioni di pulizia domestica allo smart working, potremmo rivederci molto più facilmente al posto di un qualsiasi ipotetico protagonista della metafora. È chiaro che se la comprensione dello “sheerly musical plane” è il punto di arrivo a cui aspiriamo è necessario avere una preparazione, spesso tanto più specifica quanto più ci avviciniamo alla musica dei giorni nostri, e che dunque l’ascolto informato può essere appannaggio solo di una ristretta cerchia di specialisti. O no?

La sfida dell’ascolto informato

È probabile che un ascolto dello “sheerly musical plane” come lo descrive Copland sia effettivamente appannaggio di chi ha studiato musica per farne una professione, o che comunque ha completato un percorso di studi piuttosto impegnativo. Questo non vuol dire che l’esperienza di un ascolto completo, appagante e arricchente non sia alla portata di tutte le persone di buona volontà che decidano di cimentarvisi. Ascoltare un brano di musica è un po’ come scalare La questione di fondo è arrivare ad avere una quantità di informazioni utile prima dell’ascolto, tale da suscitare curiosità nell’ascoltatore senza appesantire inutilmente il suo zaino prima della partenza, offrire ulteriori appigli nella sua ascesa e permettergli di godere al massimo del panorama avendo poi voglia di osservare il panorama nei suoi dintorni.

Una proposta da parte nostra

Il compito di chi fa divulgazione musicale è proprio questo: riempire lo zaino e, per le prime volte, accompagnare gli aspiranti ascoltatori. Ed è un po’ quello che proviamo a fare da parecchio tempo con il progetto di Quinte Parallele. Se vi va di approfondire questo tema e, perché no?, incontrarci dal vivo in un bellissimo contesto come quello di Palazzo Merulana a Roma, basta seguire questo link.

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