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Diario dallo Chopin: La terza prova

di Alessandro Tommasi - 15 Ottobre 2021

Buonasera, buongiorno, buonpomeriggio, buonamerenda, in base a quando iniziate ad inoltrarvi in questa nuova entusiasmante pagina del Diario dallo Chopin, che io inizio come al solito a scrivere ad orari improponibili di notte, dopo aver fatto la peculiare esperienza di recuparmi alle poste di Varsavia dopo le 22.30 per imbucare una lettera per Vienna. Disorientante, ma raccomando l’esperienza per il livello di surrealtà che si riesce a vivere stando di notte in coda alle poste senza capire niente di ciò che c’è scritto in giro e sperando di come minimo trovarti nel posto giusto. Piccolo spoiler, avevo cominciato nell’ufficio sbagliato, ma per fortuna lo staff del Concorso lavora 24/24 e mi ha teleguidato. Piccole storie di quotidianità.

Ma via, non siete qui per sentire come funzioni la vita a Varsavia in questo eterno Concorso (ridendo, scherzando e memando son qui dal 2 ottobre), ma per addentrarvi con me nella prima giornata della terza fase. Qui si gioca ai livelli alti, vi avviso subito. Ormai i concorrenti iniziano ad essere talmente solidi e con personalità talmente definite che bisogna addentrarsi in questioni sempre più sfuggenti come la qualità del suono, dettagli tecnici, sfumature, carisma sul palco, molte cose che purtroppo lo streaming, mi duole dirlo, non riesce a trasmettere che in minima parte. Metto le mani avanti (e lo farò più volte nei prossimi giorni) perché ora si scaldano gli animi e sempre di più ci si accapiglia per un favorito o per l’altro. Qui non siamo più al livello per cui basta sentire in streaming 30 minuti di musica per urlare al primo premio, bisogna aver seguito l’interezza del concorso e anche in quel caso se lo si è fatto solo in streaming, le possibilità sono molto limitate. Fidatevi, ho provato a riascoltare concorrenti sentiti in sala e mi sembrava di sentire prove radicalmente diverse.

Per la mattinata è stato scelto solo un pianoforte, lo Steinway 479. Partiamo con Szymon Nehring, uno dei favoriti di questo concorso in quanto vincitore del Rubinstein a Tel Aviv. In realtà è dall’inizio che Nehring mi sembra veramente fuori fuoco. È sempre stato un pianista più raffinato e notturno che caciarone e solare (in questo penso sia l’estremo opposto di Martin Garcia Garcia), ma caspita, in questo concorso è a dir poco sonnolento. Ha attaccato il Notturno op. 62 n. 2 (amarcord della prima prova) con un basso sbagliato dopo manco tre secondi e ha proseguito con un suonino smorto che forse desiderava essere etereo ed onirico, ma si fermava a stinto e letargico. Persino nei punti più appassionati, il pianista non usciva dal suo torpore. Nello Scherzo n. 4, poi, si sentivano palate di ansia: è dall’inizio del concorso che il pianista polacco è sotto uno stress gigantesco proprio per i nomi che si porta sulle spalle e ho seriamente avuto paura che questo scherzo ad una certa si bloccasse. Quando ha iniziato a perdere note della sinistra a causa delle volate della destra mi sono seriamente preoccupato, ma è riuscito ad arrivare fino alla fine. In generale si può apprezzare una mano destra bella agile e si sente che, da qualche parte, c’è qualcosa, un carisma, una presenza, un’idea. Ma oggi, in sala, ne è arrivata davvero poca. Un po’ meglio le Mazurche op. 56, con buone agilità e qualche bel colore tenue, un po’ di varietà d’attacco, fino a ben costruirsi il suo suono nell’ultima, ombrosa Mazurca op. 56 n. 3. E poi, per fortuna, è arrivata la Terza Sonata. E qui non ci si può addormentare, è tutta maestosità e impeto e slancio e passione ed energia e daje Simone, ti sento carico, metti li turbo, stendili tutti, falli Nehring.

E invece no. C’aveva provato all’inizio, con un bel declamato nel primo tema, un bel cantabile nel secondo, ma poi le voci interne hanno cominciato a farsi confuse e imprecise, la struttura generale faticava a reggersi per la poca tensione tra gli elementi, per il carattere omogeneo che ha velato ogni slancio. Non meglio il secondo movimento, in cui sicuramente la destra viaggiava che era un piacere, ma la sinistra si mangiava via note e la dinamica era ridotta ad un’unica, molto piatta. Campioni d’agilità come Avery Gagliano e Bruce Liu posso fare molto di meglio su un movimento del genere. Finalmente, sul meraviglioso Largo, qualcosa è successo. Nerhing ha trovato un suo suono, ovviamente tra il piano e il pianissimo in cui accoccolarsi serenamente e lì è stato, con una bellissima sezione centrale, belle sfumature e mezze tinte, bei punti espressivi, insomma, bello. Penso che questo terzo tempo sia stata la cosa più bella che abbia suonato in tutto il concorso! Ovviamente, però, la Sonata ha anche un quarto tempo, che ha pure la malaugurata idea di essere un Presto non tanto. E di nuovo siamo tornati in quel suono opaco, perdendo dettagli di fraseggio e, onestamente, risultando di una noia insostenibile. Mi sono interrogato del perché e, al di là del suono frenato e delle dinamiche ridotte, mi sembra che il problema stia nel fraseggio o, per essere più precisi, nel fatto che Nehring con grande difficoltà intona gli intervalli. Che la frase proceda per grado congiunto, per terza, quarta, sesta o dodicesima, non cambia niente. Non c’è tensione nel passare da una nota all’altra, non si cerca la nota come con la voce, non si tende quando l’intervallo è più alto, non si inasprisce la quarta o la nona, non si addolcisce la sesta, insomma non si fa ‘na fava su questa cosa degli intervalli. Potrei capirlo su altro repertorio, ma per Chopin? Un compositore che tutta la sua vita l’ha passata con l’ideale del canto, della voce umana, che si trattasse di opera o di canto popolare. Oh beh. Bravo nel finale, ha tenuto bene il tempo nell’ultimo ritorno del tema, con le temibili sestine, e la coda agilissima ha aiutato.

Meglio Camillo (Kamil Pacholec) che ha decisamente meno presenza di Nehring sul palco, ma era più solido e preparato. Il Rondò op. 16 era più appoggiato e nitido, tutta un’altra consistenza. A livello di controllo dello strumento, Nehring è senza dubbio più a suo agio, ma Pacholec riesce a far emergere tutto con più chiarezza grazie ad una bella presa del tasto. Il rischio è che questo renda estremamente scolastiche e didascaliche le sue esecuzioni, all’opposto dell’ombroso Nehring. Anche a livello di agilità Nehring è senza dubbio più disinvolto, ma quando si parla di varietà d’attacco e di carattere, Pacholec è decisamente più interessante. Le Mazurche op. 30 l’hanno dimostrato, avevano tutte un loro colore, un loro suono definito e con buona cura delle voci interne. Bello il piglio nobile della Mazurca op. 30 n. 4, anche se c’era sempre qualcosa che mancava. La Terza Sonata me la sono dovuta seguire da fuori sala e poi in streaming. Qui ho notato che lo streaming falsi decisamente il suono: Pacholec ha una buona proiezione, ma il suo suono non è particolarmente ampio. Sicuramente però è un bel suono, molto definito e che si piega facilmente al cantabile e ad un fraseggio chiaro e direzionato. Anche in questo primo tempo, però, mancavano spesso slancio e tensione tra le diverse sezioni. Il secondo movimento è stato agile, ma senza riuscire a dimenticarsi del lato digitale, come possono fare pianisti quali Khozyainov (che peraltro porta proprio la terza e sono super curioso di sentirgliela fare!). Almeno Camillo non si mangia via note alla sinistra come Nehring. Bene il terzo tempo, ma qui il confronto con Nehring non regge: Pacholec è bravo, ma gli mancano quelle mezze tinte sentite nel suo conterraneo. Per il Presto finale, dopo un’ottima introduzione è partito con buno fraseggio, ricco di dettagli e al contempo ben inserito nelle frasi più grandi. Un po’ affaticato sulle sestine, poi inizia a correre come un matto ma tiene bene la tensione. Bel finale.

Per Hao Rao ero curiosissimhao. Vi ricorderete quanto avessi apprezzato il diciassettenne cinese sul Secondo Scherzo in prima prova. Nella seconda c’erano cose molto belle, ma mi mancava ritrovare quella purezza musicale. Quando hao attaccato la Berceuse, temevo di non ritrovarla nemmeno oggi. Mancava infatti quel colore limpido e cristallino che la Berceuse di Talon Smith ha saputo cacciare fuori (e veramente, quella rimarrà negli annali) e anche la Terza Sonata, sì, bella, ma da Rao speraovo di più. Comunque meglio di quella di Nehring e Pacholec, sia chiaro: già dalle prime note Rao ha cambiato suono, ha trovato un bel declamhaoto, ha saputo unire una buona tensione espressiva con l’ottima polifonia, che soprattutto nella mano destra ha fatto miracoli per cantabilità ed equilibrio. Nel secondo tempo è andato tutto bene, ma non perfettamente controllhaoto nelle cesure e speravo qualcosa di più che “tutto bene”. Uguale il terzo tempo, che non ha le mezze tinte di Nehring e non era centratissimo nel controllo del cantabile. Non particolarmente più entusiasmante il quarto movimento, con qualche nota mangiata via. Per fortuna un po’ di tensione espressiva nel fraseggio e un vigile slancio hanno aiutato tutta l’impalcatura a reggersi. Ben risolto il passaggio sulle sestine, dalla grande tensione pur nel rallenthaondo iniziale. Stavo già per mettermela via, quando sono arrivate le Mazurche dell’op. 33. E qui, non ce n’è per nessun polacco. Attacca la prima con un colore indescrivibile, poi transita sulla seconda cambiando completamente carattere e timbri, sottolineando con gusto gli elementi popolareggianti. Poi si getta su una op. 33 n. 3 dalla splendida energia e il suo bello nitido e a tratti persino ruvido, con fraseggi alla sinistra semplicemente perfetti. Finalmente la mazurca è tornata ad essere una danza, ma senza mai perdere il carattere di miniatura raffinata e ricca di spunti timbrici. Infine, nuovo cambio di carattere e siamo sulla Quarta Mazurca, una meraoviglia tale da farmi venire i brividi. Com’è possibile che questo raogazzino cinese, che in Polonia c’ha messo piede per fare le preselezioni del Concorso, possa cogliere con questa vivacità il carattere della mazurca, rimarrà per me veramente un mistero. Eppure e così. E quando non credevo che potesse darmi di più, ha staccato una Polonaise op. 53, ad oggi l’unica capace di stare al livello di Armellini e Khozyainov. Chiara, dal carattere nobile ed energico, un vero concentrhaoto di polacchia, un suono bellissimo, capace di enfasi retorica senza eccedere, con varietà di caratteri ed umori, il tutto nella più spontanea naturalezza. Non sembrava manco più il musicista cauto e trattenuto della Sonata, qui la crisalide s’è aperta ne è uscita una bellissima fhaorfalla. Fantastico il trio, rapido ma non corso, con ottave nitide quanto l’idea musicale che guida ogni suo gesto. Consideraondo che anche la prima parte, pur con i suoi limiti, comunque si era difesa bene, con Mazurche e Polacca siamo veramente su una prova di livello haoltissimo.

Ha chiuso la mattinata Miyu Shindo, per cui non avevo grandi aspettative, ma che mi ha sorpreso con delle ottime Mazurche op. 17, ricche di idee e spunti. In particolare sono stati bellissimi il fraseggio dell’op. 17 n. 3, mentre nella n. 4, celeberrima, ha trovato un magnifico cambio di colore nella sinistra, con un cantabile intimo e intenso veramente da brividi, un controllo eccellente e delle splendide sfumature. Rintuzzito nelle mie speranze, mi sono apprestato all’ascolto del Rondò à la Mazur, per tristemente ricacciarmi nella mia seggiola: la pianista giapponese è partita bene, con bel suono cristallino, ma ha presto iniziato a perdere note e si è notato il limite che il suo suono bello, ma piccolo e poco proiettato, presenta. Quando si cerca un po’ di carattere, di intensità, di slancio, Miyu fatica a passare, i virtuosismi vari rimangono un po’ dentro al pianoforte e in sala non ti arriva mai quella spavalderia a volte necessaria. Uguale la Terza Sonata: suono bello e appoggiato, ma fraseggio non chiarissimo perché il canto rimane un po’ confuso in mezzo alle altre cose, non riesce mai a stagliarsi. E, in Chopin, mi perdonerete, sul cantabile pieno, intenso, libero non preShindo. Meglio il secondo tempo, agile e sgranato come e meglio di Nehring, perfettamente confluito nell’inizio del terzo tempo, in cui di nuovo un suono più perentorio e deciso era veramente necessario. Il fraseggio del cantabile successivo, poi, è stato forzato giusto quel tanto da dare un che di melenso che me l’ha reso assai poco digeribile. Piuttosto meglio il quarto movimento, iniziato senza grande convinzione, ma rivitalizzato nelle magnifiche volate e volatine, pur sempre rimanendo nel suo mondo dinamico che non va mai sopra il mezzoforte. Poco coinvolgente il finale. E poi ormai s’aveva fame, quindi tante care cose, shindo le scale di corsa e mi procuro il mio panino lampo.

Ad aprire il pomeriggio, la prova che aspettavo più di tutte: Kyohei Sorita, il corsaro. La sua prova durante il secondo round è stata una delle più belle prove ad un concorso pianistico che abbia sentito, subito dietro quelle di Mao Fujita e Alexandre Kantorow al Concorso Tchaikovsky di Mosca nel 2019. Potete dunque immaginare quali aspettative mi portassi dietro per questa prova. E mi sa che le stesse aspettative se le sentiva addosso Sorita stesso, ma decuplicate. Il pianista infatti ha iniziato la sua prova con le Mazurche op. 56, ma per quando non senza buone sfumature mi è stato un po’ difficile capire dove volesse andare a parare. Ho risentito dallo streaming e in realtà nel suono più secco dei microfono si percepiscono meglio i fraseggi ma dalla sala il pedale e le risonanze naturali della Filarmonia non aiutavano a capire bene la direzione che volesse dare a questi brani. Uguale la seconda Mazurca, ma già diversa la terza. Qui Sorita ha iniziato veramente a far arrivare all’ascoltatore un’idea chiara. Nella bellissima atmosfera che è riuscito a creare al pianoforte, la danza è apparsa trasfigurata in un viaggio onirico, in cui frammenti di Polonia sembravano emergere qui e lì nella fredda nebbia autunnale. Ancora doveva però davvero scaldarsi. Il Doppio movimento dalla Seconda Sonata non è stato ben condotto, le attese erano poco “nel” flusso musicale e il risultato è stato fin troppo frammentario e dispersivo, a tratti sovraccaricando il fraseggio, a tratti non trovando la giusta tensione drammatica. Partito meglio, anche lo Scherzo non sembrava trovare realizzazione alle idee del pianista: capivi dove voleva andare, ma sentivi che mancava qualcosa per arrivarvi. E poi, ad certo punto nel trio dello scherzo, qualcosa è successo.

È stato come un ‘click’, la stessa sensazione di quando ti si stappano le orecchie per la pressione. Sorita ha ritrovato l’equilibrio necessario per tornare lucidamente ad ascoltarsi e a controllare cosa faceva. Il ritorno dello Scherzo era già molto diverso, più tenuto e controllato. E la Marcia funebre. Io ve lo giuro, non volava una mosca in sala, si sentiva, si percepiva con chiarezza che stava succedendo qualcosa, qualcosa di diverso sul palco. Sorita è andato avanti così, a costruire il suo suono scuro, severo, sobrio, capace improvvisamente di cangiare in un tocco più pieno e appoggiato. E per il trio, quel miracolo fonico che avevamo avuto sull’Andante spianato in seconda prova si è compiuto di nuovo. Il Corsaro ci ha di nuovo rapiti e portati in un altro mondo, con un cantabile morbido e soffuso. Sembrava che il pianoforte non avesse più i martelletti da quanto era morbido. Ma anche nel pianissimo più etereo, non ha mai perso quell’intensa limpidezza che veramente pareva una voce dal cielo. Potete immaginare con che spirito abbiamo seguito la ripresa della marcia, mentre ricominciava la sua scalata verso il forte, ma senza mai esagerare né cadere in una retorica roboante. E su questa atmosfera, Kyohei Sorita ha staccato un Finale che mi ricorderò finché campo. Un unico flusso di suono, quasi senza percussione, un unico vento inquietante, in cui i frammenti di fraseggio si perdevano in un indistinto eppure chiarissimo ultimo gesto visionario. Non ho osato nemmeno staccare gli occhi, per tutto il movimento. Dopo l’ultimo accordo, la tensione era tale che sembrava difficile respirare. E qui Sorita ha sbagliato: poteva tranquillamente finire qua. In realtà, il Largo op. postuma “Boże, coś Polskę” ci stava, aveva quel carattere da intimo canto popolare che non mi ha disturbato. Ma la Polonaise op. 53. Io lo so che l’ha suonata bene, con una tavolozza di dinamiche senza rivali, energica e maestosa. Però era difficile sintonizzarsi sulla trionfale Polacca dopo aver sentito quella Marcia Funebre e quel Finale. Una parte di me non voleva proprio toglierseli dalle orecchie.

Temevo un po’ per il confronto con il concorrente successivo, Hayato Sumino (Cateen, Influencer, Semino, ad oggi è il concorrente con più soprannomi del concorso), che pure portava la medesima Sonata. Per fortuna, però Semino ha avuto la prontezza (casuale ma salvifica) di passare sullo Steinway 300, dunque finalmente un suono diverso. Le Mazurche op. 24, poi, hanno segnato un bel cambio di passo e tirato fuori tutto il carattere appassionato eppure elegante del pianista giapponese, che ha sottolineato con acume l’aspetto popolareggiante e mostrato una notevole tavolozza timbrica. Con questi presupposti, ci si poteva aspettare la bella Polonaise-Fantasie che ha seguito. Hayato Sumino è veramente un buon musicista, che non soltanto ha a disposizione una buona preparazione tecnica e un suono ampio e profondo, ma capace di grandi slanci di impeto. Lo dimostra già il primo tema della Polonaise, che prosegue con qualche nota sporca ma senza farsene particolarmente influenzare. Bravo Hayato. Le ore di studio si sentono tutte. E come commentò Mattia Ometto, chi sumina raccoglie. Questo slancio in avanti è ciò che ha permesso al pianista giapponese di lanciarsi su una Seconda Sonata veramente notevole, in particolar modo il primo tempo. Anche qui, qualche nota sporca c’è, ma lo slancio è talmente travolgente, è talmente forte l’urgenza espressiva che non ci fai minimamente caso. Mancavano alcune delle intuizioni di Sorita, ma la direzione di questo primo tempo era già più chiara e ben condotta. Magnifico anche lo Scherzo, con il trio ben cantabile e splendidamente ricondotto alla ripresa. Dalla Marcia funebre, però, si è percepita la distanza in termini di maestria, ma anche di profondità musicale. Semìno ha questo bel suonone profondo, ma quando si tratta di disegnare il suono luttuoso o il canto angelico della Marcia, non ci sono confronti per Sorita. Uguale per il quarto movimento, in cui Hayato non è riuscito a rimanere ben concentrato fino alla fine. Buona però la scelta, qui sì!, di non terminare con la Sonata, ma con il Terzo Scherzo. Il pianista ha trovato pane per le sue ottave sul rapido Scherzo e, salvo qualche nota sporca qui e lì, ha mantenuto intatto il fuoco della passione, alimentato a chioma fluente e Twinkle Twinkle Little Star. Esaltante la coda, apparentemente senza sentire alcuna fatica. Bravo Semino, sentiremo parlare a lungo di te. E intanto, tutti quanti, andate ad iscrivervi al suo canale.

Una piccola considerazione prima di proseguire: Sorita e Sumino sono veramente artisti di questo millennio. Riescono ad unire il livello tecnico e musicale altissimo ad un’attività quanto mai variegata. Fatevi un giro sul canale di Hayato e lo vedrete, la struttura per abbonamenti è ben congegnata e il pianista può seriamente vantare non una doppia carriera parallela (on e offline), ma una unica capace di esprimersi su ogni piattaforma a sua disposizione. La popolarità di Sorita, invece, è data anche dalla sua abilità di mettersi in gioco su mille e più progetti, allo studio della direzione d’orchestra, ma anche all’inventiva nei format concertistici e alla vicinanza al mondo dell’animazione. Fatevi un giro sul suo profilo Instagram e capirete bene ciò cui mi riferisco.

Siamo ben distanti dalla figura di artista di Andrzej Wierciński, esibitosi dopo sempre sullo Steinway 300. Il pianista polacco è arrivato, paciosamente ha passeggiato verso il pianoforte, si è seduto e ha cominciato ad attendere. Passato un congruo tempo per farsi una pennica, ha preso e ha attaccato le Mazurche op. 24, le stesse di Sumino. Ma come le ha attaccate! Ottimo carattere, splendidi colori rustici ma sempre eleganti, bei dettagli e vero afflato polacco. Nel confronto diretto dei due brani, Semino aveva uno slancio in avanti sempre ben presente che Wierciński non ha, ma questi compensa con un colore pianistico che si sposava davvero alla perfezione con l’op. 24. Diversissimo il suono sullo Scherzo, senza le trascendenti agilità di Nehring, ma con molto, molto più carattere e un range dinamico non paragonabile. Bellissimo, nel suo colore scuro e intenso, il cantabile della sezione centrale, e veramente magnifico il ritorno allo Scherzo, ben terminato da una coda un po’ pesante, ma bella lanciata. Tra i polacchi è finora il mio preferito. Sulla Terza Sonata, Wierciński ha continuato con questo piglio e questo bel suonone scuro, ma non sempre è riuscito a sollevarsi al di sopra delle difficoltà tecniche, che l’hanno un po’ tirato indietro in una fatica più che comprensibile. La musicalità eccelsa del pianista, però, si è rivelata nei dettagli di fraseggio che sapeva spargere a piene mani su tutto il primo movimento. Meno sciolto e guizzante il secondo tempo, in cui era stata assai più agile Shindo, mentre nel terzo tempo l’ottimo controllo non è bastato a trattenere un fraseggio un po’ ansioso sul primo tema. Qui Nehring ancora rimane l’esempio di quale ricchezza di sfumature si possano trovare. Molto meglio il quarto movimento, non solo con un bel suono massiccio, ma anche ben tenuto sia tecnicamente che emotivamente. Un po’ eccessivo il trattenuto sulle sestine, ma poi tira avanti e non perde di slancio per la splendida coda. Pubblico entusiasta.

A concludere la giornata, un secondo polacco, Piotr Alexewicz e anch’egli ha portato, coincidenza, le Mazurche op. 24. Sarà stato complice il cambio di pianoforte (siamo tornati sullo Steinway 479) ma era talmente abissale la differenza di timbro e suono rispetto a Sumino e Wierciński che non sembravano nemmeno gli stessi brani. Alexewicz ha un suono più chiaro e controllato, ma non per questo le Mazurche non respiravano l’aria di Polonia. Il pianista ha un approccio visibilmente più intellettuale che viscerale e nella varietà di tocco e nella sapienza ritmica sta la sua raffinatezza. Veramente delle Mazurche meravigliose. Era con grandissima attesa, dunque che guardavo ai Preludi op. 28: un pianista capace di questa varietà di tocco, di questa lucidità di controllo, chissà cosa tirerà fuori da alcune delle più rivoluzionarie composizioni di Chopin! La risposta è: tanta confusione. Le idee ci sono, ma sono spesso state arruffate, non supportate da una disinvoltura tecnica sufficiente che anzi, spesso si inceppava nei Preludi in cui il carattere da studio è più evidente. Prendete il terzo e sentirete la difficoltà nella mano sinistra. Ma ho iniziato anche a trovare poco affascinante il suono, così limpido ed interessante nelle Mazurche, che qui non è riuscito mai a trovare un colore più scuro, un appoggio maggiore, una morbidezza. È rimasto quello, molto metallico, timbricamente un po’ povero. Sia chiaro, parliamo sempre di sfumature di fraseggio o di colore, non ho nemmeno idea di cosa potrebbe passare di questo aspetto in streaming!, ma nel mio taccuino ho speso qualche parola per ogni Preludio e la frase più ricorrente è “non funziona benissimo”. Tra i Preludi più riusciti, il n. 11 ha trovato un suo carattere, il celebre n. 15 è stato ben condotto, nonostante molto di più si possa fare sui bassi, l’altrettanto celebre n. 20, in cui finalmente ha cominciato a lasciare più libera la tavolozza timbrica. La mia sensazione è che Alexewicz abbia intenzionalmente tirato il freno a mano, anche a causa della naturale stanchezza, per poi riuscire a dare di più nel finale. Tutti gli ultimi quattro Preludi, infatti, sono riusciti di colpo a trovare più varietà e un carattere più definito. Il n. 24 avrebbe potuto scaldarsi di più, ma è evidente che il pianista non è tra gli interpreti appassionati ed emotivi, ma tra quelli lucidi e analitici. Questo Preludio non poteva dunque che terminare con un suono glaciale e metallico, ma onestamente impressionante. Pubblico entusiasta, ma il pianista gioca in casa: già l’anno scorso ha vinto il Concorso Chopin nazionale, proprio a Varsavia.

Con questo è terminata la prima giornata di terzo stage al Concorso Chopin (quello internazionale, ovviamente). Ormai non ha quasi più senso ripeterlo, ma entrare nei primi 10 da questa fase sarà veramente difficilissimo. Mi aspetto già qualche esclusione plateale, ma onestamente, cosa si può fare? Ormai ricade tutto più sull’umore della giuria, sul gusto dei suoi componenti, sui valori musicali cui danno priorità. Noi non possiamo far altro che ringraziare di poter ascoltare questa abbondanza di giovani pianisti suonare ognuno in un modo personale, portarci la sua visione di cosa significhi suonare Chopin (che si può ben dire diventi “cosa significhi suonare il pianoforte) e comunque, dopo ormai dodici giorni di concorso, continuare a fare musica.

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