Ultimo aggiornamento18 maggio 2024, alle 08:21

Diario dallo Chopin: Fine del viaggio, inizio del viaggio

di Alessandro Tommasi - 21 Ottobre 2021

È finita. In questa piovosa mattinata provo a raccogliere i pensieri dopo una giornata lunghissima e scrivere l‘ultima pagina di Diario dallo Chopin. Ieri, ma non farete fatica ad immaginarlo, abbiamo fatto ben oltre le quattro di mattino, tra risultati, conferenza stampa, necessaria bevuta alla salute di tutti. E questo perché io me ne sono andato sul presto, ho smollato lì il gruppo italo-spagnolo a festeggiare e banchettare. Non voglio neanche sapere a che ora siano tornati! I risultati del Concorso, ormai, li saprete già tutti. Ma prima di gettarci nel fuoco della discussione, facciamo un passo indietro e ripercorriamo i quattro concerti che ieri hanno animato la terza e ultima serata di Concorso Chopin.

La prima a partire è stata Aimi Kobayashi, con lo Steinway e la Filarmonica di Varsavia sempre diretta da Andrzej Boreyko (che, detto per inciso, ieri ha suonato molto meglio). Per la pianista giapponese temevo un momento di debolezza o difficoltà a cavare abbastanza suono dallo strumento per tenere testa all’orchestra, ma le prime note mi hanno abbastanza rassicurato. Pur con qualche eccessiva durezza, Kobayashi sa trovare sonorità più ampie, almeno quando ha modo di scaricare bene il (poco) peso sullo strumento, praticamente alzandosi in piedi. Purtroppo, anche proprio per struttura fisica, c’è sempre un po’ di spinta nervosa nel suo modo di suonare e questo fa sì che, soprattutto nei passaggi agili della mano destra, si fatichi a passare sempre bene e con suono nitido e appoggiato. Per contro, Kobayashi riesce molto meglio quando si tratta di cercare dettagli e sfumature, spesso con notevole originalità di pensiero. Ascoltate il secondo movimento del Concerto op. 11, se potete! Non so quanto emerga dallo streaming, ma la pianista è riuscita a trovare delle sfumature crepuscolari veramente meravigliose e, non avendo l’intensità espressiva di Armellini, ha optato invece per quella statica contemplazione di cui avevamo avuto già qualche accenno nei Preludi op. 28. Non che manchi anche il carattere perentorio, il suono squillante e molte altre nuances di tocco, sia chiaro! Come però ha giustamente commentato Christoph Hiller, al mio fianco, molte delle cose che a Kobayashi riescono meglio non hanno funzionato benissimo con l’orchestra, probabilmente anche a causa delle prove risicatissime. Purtroppo, meno di un’ora di prova a testa per dei concerti così liberi e personali come quelli di Chopin è veramente un problema e il rischio è sempre quello di favorire chi sceglie un’interpretazione più quadrata o prevedibile, ma che l’orchestra possa seguire facilmente al primo colpo. Questo è un problema che il Concorso Chopin deve affrontare e seriamente, soprattutto man mano che il livello sale sempre di più e sempre più diverse personalità arrivano in finale con la loro idea di come si suoni Chopin.

Una vera sorpresa è stata invece quella riservataci da Jakub Kuszlik. Il pianista polacco ha fatto tutto un concorso molto solido e con qualche bell’accenno, ma sul Concerto op. 11 (e in particolare sul primo movimento) mi è piaciuto moltissimo. Anche Ciuffoman si è esibito sullo Steinway e, dopo il primo gesto un po’ nervoso, ha subito sfoggiato un suono pieno, rotondo eppure ben nitido. Devo ammetterlo, il suo Concerto mi ha proprio fatto respirare un’aria chopiniana bellissima: Kuszlik riusciva ad essere elegante, poetico, maestoso, gagliardo, insomma quell’equilibrio da maschile e femminile che trova grande spazio nella musica di Chopin. L’unica cosa che a tratti mi mancava era una maggiore ricercatezza timbrica, ma i colori erano sempre perfettamente giustificati dall’idea espressiva e, appunto, c’era un’idea, una visione di questo Concerto. In particolare, mi ha entusiasmato l’abilità di Ciufflik nel saper tenere una grande tensione drammatica, senza ricorrere necessariamente allo scatto nervoso, che in tanti altri musicisti diventa facilmente l’unico modo di trovare una maggiore intensità espressiva. Per secondo e terzo movimento mi sono dovuto al solito affidare alle mie impressioni da fuori sala, con il confronto con altri giornalisti in sala e il controllo dallo streaming. Questi due movimenti sono riusciti un po’ meno rispetto al magnifico primo. Il secondo aveva sempre una fantastica cantabilità, ma dopo aver sentito quello di Armellini e, giusto poco prima, quello soffuso e crepuscolare di Kobayashi, mancava quell’abilità di modulare suono e colore. Il fraseggio resta comunque sempre di altissimo livello, si ascolti anche il terzo movimento, con gran bel carattere. Certo, qui è stato anche meno lanciato e preciso, senza raggiungere la trascendentale agilità tecnica di altri pianisti, ma Kuszlik ha qualcosa da dire e lo dice bene. E sempre con il giusto colpo di ciuffo.

Pausa (con Chopin Talk in cui abbiamo intervistato un vispissimo Andzrej Jasinski) e ci siamo subito lanciati con Hyuk Lee e il Secondo Concerto, sul Kawai. Qui, la mia prima impressione è stata che Lee abbia cambiato notevolmente suono, meno picchiettato e aspro rispetto alla Terza Sonata e più rotondo, pur senza mai rinunciare ad una proiezione fantastica in sala. Il problema è che proietta anche troppo. In tutto il Concerto, Lee non si è mai concesso per un solo istante di ridurre la mole di suono, schiacciata verso un declamato tra il mezzoforte e il fortissimo che ogni tanto si irrigidiva e diventavano un po’ troppo aggressivo. Questo commento esaurisce un po’ quanto potrei dire su questo Concerto. Tutto il resto ha funzionato bene, ma la piattezza dinamica era davvero eccessiva e depotenziava anche punti molto belli come il recitativo del Larghetto. Qui Lee ha cambiato tocco e ha trovato una maggiore nitidezza che si sposava bene con il quasi parlato della parte pianistica. Arrivando però da una prima sezione anch’essa costantemente declamata e sparata, il cambio di passo quasi non si è sentito e quel fremito di tensione che questo punto potrebbe dare è svanito rapidamente. Stesso discorso per il Rondò, in cui Lee ha sfoggiato il suo bel carisma (anche soprassedendo alle note sporche qui e lì) e ha finito con il medesimo suonone con cui ha fatto fondamentalmente tutto il Concerto. Pubblico entusiasta, primo accenno di standing ovation. Io sono rimasto un po’ perplesso, però, Lee mi era piaciuto molto di più in seconda fase!

Ogni successo di pubblico però impallidisce di fronte a quello ottenuto da Bruce Xiaoyu Liu, che entra con abito nero lucente da brava pantera qual è. Poi si siede e suona esattamente come avevo immaginato dal primo giorno che l’ho sentito. Benissimo, sia chiaro. Il suono di Bruce Liu sul Fazioli è stato semplicemente meraviglioso anche nel Concerto op. 11. E poi tutto il resto era perfetto: effettini nelle volate, le giuste dinamiche, bei pianissimo e bei fortissimo, qualche interessante differenza d’attacco, insieme con l’orchestra più che impeccabile, agilità ben sgranate. Però lo devo dire: mi mancava Kuszlik. Perché questo Chopin elegante, elegantissimo era anche molto prevedibile e precostruito, con fraseggi ripetuti un po’ meccanicamente e tutta l’attenzione spostata sulla superficie virtuosistica. Anche per questo quella manciata di note sporche (non poi molte) è risultata forse più fastidiosa qui che in altri concorrenti. Se non c’è la perfezione tecnica, perde un po’ tutto di senso. Ma Bruce Liu è questo pianista, è un prestigiatore capace di un pianismo scintillante che ha pochi paragoni non solo in questo Concorso. Inoltre, dei vari concorrenti è stato l’unico che non ha mai, nemmeno per un istante, dato segno di cedimento da stanchezza. Ecco, forse ogni tanto gli sfuggiva una zampata ferina con improvviso suono duro e metallico, ma sarà successo due volte e letteralmente per una sola nota non controllata. Il resto era semplicemente magnifico. A questo suonone e queste acrobazie funamboliche, si unisce poi un grande carisma personale, una grande eleganza che si manifesta anche in una serena modestia. Serve spesso molto meno per la platea e, esattamente come avevo scritto un paio di giorni fa, Liu ha tirato giù il soffitto. Standing ovation e urla, non mento, è tutto sul video. Non riesco però a scrollarmi di dosso l’impressione che oltre a questa scintillante brillantezza strappa applausi ci sia ben poco sotto.

Entriamo dunque nel commento dei risultati:

1° Premio – Bruce (Xiaoyu) Liu, Canada
2° Premio ex aequo – Alexander Gadjiev, Italia/Slovenia (con Premio per la miglior sonata)
2° Premio ex aequo – Kyohei Sorita, Giappone
3° Premio – Martin Garcia Garcia, Spagna (con Premio per il miglior concerto)
4° Premio ex aequo – Aimi Kobayashi, Giappone
4° Premio ex aequo – Jakub Kuszlik, Polonia (con Premio per le migliori mazurche)
5° Premio – Leonora Armellini, Italia
6° Premio – J J Jun Li Bui, Canada

Come saprete ormai tutti, proprio il nostro giaguaro Liu ha vinto il diciottesimo Concorso Chopin di Varsavia. La cosa non mi sorprende particolarmente, da un lato, ma mi lascia un po’ deluso dall’altro. Alla fine la mia impressione è che abbia vinto il musicista più impeccabile, più agile, ma non quello più interessante. Questo non si basa tanto su quest’ultimo, meraviglioso Concerto di Chopin, ma sulle prove precedenti. Ogni volta che Liu si è allontanato dal suo repertorio elegante e salottiero si urtava un limite del pianista. Lo Scherzo op. 54, la Ballata op. 38, la Sonata op. 35 hanno brillato quando si trattava di rapidità e controllo, ma non raggiungevano mai la sostanza profonda della musica di Chopin. E il pianista lo sa bene, basta guardare al suo repertorio: tra le Polacche non poteva che scegliere l’op. 22, mentre la seconda prova è stata completata dal Rondò à la Mazur op. 5. Al terzo round, oltre alla Sonata e a delle Mazurche anch’esse piuttosto salottiere, ha scelto le supervirtuosistiche Variazioni sul Don Giovanni op. 2. E il Concerto op. 11 alla fine non si allontana fondamentalmente. Bruce Liu incarna il lato più sfavillante del giovane Chopin. Ma Chopin è tanto, molto di più di questo. Provo a fare un passo in più e ipotizzare anche perché una giuria (che senz’altro questa cosa non può non averla notata) alla fine abbia optato per il primo premio a Liu, dopo ore di intensissima discussione.

Jasinski ieri citava le grandi dimensioni della giuria come un punto a favore dello Chopin. Io non sono così d’accordo: soprattutto in un concorso come questo, in cui il livello dei musicisti era sbalorditivo, ci si è trovati tra i 12 finalisti (e in realtà già nelle prove precedenti) un numero di personalità musicali veramente notevole. Il problema è che in molti casi si tratta di personalità polarizzanti, su cui è difficile ragionare solo per criteri di obiettiva abilità strumentale e si inizia davvero a scendere nel gusto, nella percezione personale. Una giuria così grande significa anche una giuria con moltissimi punti di vista diversi e, in questo caso, una giuria divisa, con visioni profondamente diverse che non sono riuscite a ricomporsi per la valutazione finale. Alla fine, nel confronto di visioni, Bruce Liu mi sembra il minimo comune divisore, il pianista capace di mettere tutti d’accordo. Nessuno può obiettargli niente, suona talmente bene che alla fine, tra mugugnii, tutti riescono ad accettare un suo primo premio. Un’altra chiave di lettura potrebbe venire dalle parole di Katarzyna Popowa-Zydron ieri, alla conferenza stampa. Parafrasando, la Presidentessa della Giuria ha spiegato che nel chiedersi quale possa essere lo Chopin del futuro, ha optato per uno Chopin che non fosse solo intimo ed emotivo, ma sapesse essere anche brillante ed estroverso. A me viene più da leggere questa dichiarazione come una ricerca di pianisti che avessero tanto suono e che entusiasmassero la sala.

Questa è l’unica spiegazione che riesco a darmi per la presenza di Martin Garcia Garcia al terzo posto, con musicisti quali Kobayashi e Armellini giù dal podio. Torno a ripetermelo: a me non è che dispiaccia il Sergente Garcia. È simpatico, ha carisma, fa cose interessanti. Ma già il suo arrivare alle fasi finali era quasi assurdo, dopo le prime prove in cui il livello di approssimazione era notevole. E soprattutto, Garcìa è un grande pianista, ma il modo in cui ha suonato Chopin in questo Concorso è genericamente applicabile a quasi ogni altro compositore. Non ha tirato fuori quasi nulla di specifico, non c’era un’idea di Chopin, della sua musica, del suo stile, di cosa significhi. Non avrei nulla da ridire per la sua vittoria al Cleveland, per l’appunto, ma al Concorso Chopin sono più interdetto. Comunque, come si commentava già qualche giorno fa, io un biglietto per un suo concerto me lo comprerei: come minimo ti passi una bella serata.

La mia classifica sarebbe ovviamente stata diversa. Qui però ci tengo a sottolineare che, appunto, è mia, ossia è la classifica di ciò che a me è piaciuto di più dopo questi venti giorni alla Filarmonia di Varsavia e non rimane altro che un’espressione del mio gusto e delle mie valutazioni, con cui ognuno più concordare o dissentire a piacimento.

Al primo posto, per me andava Kyohei Sorita. Tra i musicisti in gara era il più completo, il più interessante, il più vario, quello con il maggior controllo dinamico e con l’approccio mentale giusto per lanciarsi verso una carriera internazionale. La sua Seconda Ballata in seconda prova è stata impressionante, così come lo sfarzo dinamico dell’Andante spianato. La sua Seconda Sonata non è partita bene a fuoco, ma ha regalato un terzo e quarto movimento indimenticabili, mostrando veramente quanto il pianista riesca a passare da brani virtuosistici come il Rondò à la Mazur a sfide interpretative gigantesche come il Finale della Sonata. Inoltre, con l’orchestra, ha dimostrato una grandissima dimestichezza e disinvoltura, oltre ad un ottimo controllo di sé e resistenza. Per me Sorita è il vero vincitore del Concorso, anche perché è stata una vera rivelazione. E in tantissimi, dietro le quinte, ci siamo trovati più che concordi su un suo primo premio. Non resta dunque che attendere e vedere come proseguirà il nuovo viaggio di questo musicista, di qui ai prossimi anni.

Al secondo posto avrei visto molto volentieri Leonora Armellini. Certo, se parliamo di uno Chopin brillante ed estroverso, come accennava la Popowa, qui siamo su ben altra strada. Ci troviamo invece in uno Chopin intimo, lirico, notturno, che è riuscito ad emergere con fierezza battagliera solo nella Polonaise op. 53. Ma tra tutti i concorrenti, quella che è riuscita a fare più musica è stata lei, l’unica che mi abbia fatto commuovere di fronte alla bellezza di un fraseggio, che mi abbia fatto a più riprese dimenticare di essere ad un concorso e, peraltro, una dei pochissimi che è arrivata con un’idea di Chopin personale, matura e interessante. Ma anche per Leonora questo Chopin spero possa essere solo l’inizio di un nuovo viaggio.

Al terzo ci sarebbe dovuto necessariamente stare Bruce Xiaoyu Liu, il cui livello pianistico è talmente dominante che non sarebbe mai, in nessun caso, potuto andare sotto al podio. Al pianista avrei poi volentieri visto assegnato il premio per il miglior concerto, decisamente meritato.

Al quarto mi sarebbe piaciuto un ex aequo tra Aimi Kobayashi e Alexander Gadjiev. I due sono interpreti personalissimi ed estremamente interessanti. Ma se la prima non ha fatto un grandissimo concorso (fino a quegli indimenticabili Preludi!) e ha concluso con un concerto interessante ma non entusiasmante, il secondo è un grande musicista, ma non so quanto uno chopinista. Anche considerando le prove alterne (caspita, alla seconda temevo che lo cacciassero!) e il Concerto non riuscito benissimo, un quarto premio sarebbe stato comunque notevole. Soprattutto perchè il Premio come migliore sonata non glielo avrebbe levato giustamente nessuno: quella Seconda era veramente meravigliosa…

Al quinto posto ci sarebbe potuto essere Kuszlik, che ha fatto un ottimo concorso, senza brillare mai eccessivamente, ma mostrando nel suo Concerto di ieri sera l’ottima pasta di artista. Meritato il Premio per le migliori mazurche, su cui veramente ci si può dividere perché ce ne sono state tante di splendide.

Al sesto posto, mi trovo perplesso anche di fronte alla scelta di Bui. Bravissimo, certamente, ma per me non al livello di Eva Gevorgyan e Hao Rao. Qui avrei voluto vedere proprio questi ultimi due, ancora giovanissimi ma con una musicalità dirompente e una strada spianata di fronte. Un ex aequo in un concorso di questo livello sarebbe stato un bellissimo modo per sostenere e promuovere i loro percorsi artistici, senza esporli eccessivamente alle pressioni che i premi più alti comportano. Hanno 17 anni, entrambi mi hanno detto di voler tornare alla prossima edizione. Vediamo che succederà.

Ecco, queste sono state le mie impressioni. In realtà, come potrete notare, tranne Garcia e Bui i nomi in classifica sono quelli. È la loro disposizione che mi lascia un po’ interdetto. Ma questi sono i concorsi, in cui nonostante tutti puntino al premio finale, questo non è decisamente la cosa più importante. Un concorso non è la fine, è l’inizio. Vincere un concorso non ti rende “il miglior pianista”, così come non ti garantisce una carriera. Ciò che fa, citando Lisiecki allo Chopin Talk di qualche giorno fa, è aprirti delle porte, darti quella prima spinta e promuoverti nel mercato nazionale ed internazionale. Poi te la devi vedere da solo. Tutti i concorrenti dello Chopin e in particolar modo i 12 finalisti hanno ricevuto un’attenzione mediatica spaventosa, che a prescindere dai risultati spero possa diventare per loro l’occasione di imporsi definitivamente nelle nostre vite concertistiche, espandendone gli orrizonti. Proprio per questo ci terrei a fare un’ultima carrellata su tutti quei musicisti che non sono arrivati fino a qui, ma che mi hanno davvero lasciato qualcosa in queste settimane: Yasuko Furumi e la sua incredibile forza di volontà; il talento del quarto 2004, Yifan Hou; la ricerca e la profondità di Nikolah Khozyainov (cui spero diano il premio per la miglior polacca, non ancora annunciato); la monumentale solidità di Su Yeon Kim; la musicalità serafica di Viet Trung Nguyen; Georgijs Osokins col suo estro e la manina per aria per i fotografi; Aristo Sham e quello Studio op. 10 n. 8 che ancora mi è rimasto nelle orecchie; Talon Smith e la sua grandissima tavolozza timbrica; Hayato Sumino e il carattere gagliardo; la fantastica energia di Sarah Tuan; il suono caldo ed espressivo di Andrzej Wierciński; l’originalità delle idee di Andrey Zenin.

Già rileggere questo elenco e i nomi di Sorita, Armellini, Gadjiev, Kobayashi, Kuszlik, Rao, Gevorgyan, mi mostra con una chiarezza lampante quante diverse idee, quante diverse visioni, quanta musica si possa fare e si sia fatta al Concorso Chopin. A tutti loro va il mio più grande ringraziamento, per come hanno suonato ma anche per le chiacchierate, per gli Chopin Talk, per essersi prestati alle mie tristissime battute (a volte con un livello di auto ironia che non mi sarei mai aspettato). Ma questo folle Diario dallo Chopin, non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di Livia Gatto, Matteo Macinanti, Filippo Simonelli e tutta la ciurma di Quinte Parallele, che mi ha concesso di tenere botta nei ritmi di lavoro asfissianti, le dieci ore in sala e le nottate passate a scrivere. L’ultimo ringraziamento, poi, non può che andare come sempre a voi lettori, che in migliaia avete letto queste mie svagate riflessioni e avete commentato, spesso con grande acume, concordando oppure proponendomi una visione diversa. Dal confronto sotto questi articoli e dai messaggi che in decine mi avete scritto in questi giorni, ho imparato anch’io moltissimo. Come per tutti i concorrenti del Concorso Chopin, questa è la fine di un viaggio, ma l’inizio di un altro, che nel mio caso mi riporterà finalmente in Italia. Ci rivedremo alla prossima Campana dello Zio Tom!

tutti gli articoli di Alessandro Tommasi