Una Lady Macbeth per il presente
di Carlo Emilio Tortarolo - 9 Dicembre 2025
Una Prima scaligera che non consola: Šostakovič alla Scala e il ritratto spietato d’oggi
«I funghi, chi sa, mangiati di sera…Molta gente è morta proprio per questo» (atto II, quadro IV)
C’è un momento, durante ogni Prima della Scala, in cui ci si rende conto che non si sta più semplicemente entrando in un teatro: si entra in un’idea di Paese. Una specie di autorappresentazione collettiva, spesso un po’ artefatta, a volte commovente, altre irritante, ma sempre significativa.
Il 7 dicembre non è mai solo un santo del calendario (Ambrogio): alla Scala diventa un barometro che misura chi siamo, cosa vogliamo credere di essere, e soprattutto cosa preferiremmo non guardare.
L’inaugurazione di quest’anno del Teatro alla Scala ha spiazzato e continua a spiazzare tutti: inaugurare con Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, un’opera che non concede protezioni, che non si lascia addomesticare, che non si può applaudire senza sentirsi guardati negli occhi da qualcuno che ti chiede: “E tu, esattamente dove ti collochi in questa storia?” o “Ma tu hai capito il testo in russo?”.
Eppure, proprio questo è stato il suo merito più grande.
La serata, almeno nel mio palchetto, era un microcosmo perfetto della complessità del pubblico italiano. Fra giornalisti, appassionati e rappresentanti delle Forze dell’Ordine invitati per l’occasione c’era quel misto di chi era lì per lavoro, chi per tradizione, chi per pura curiosità culturale.
All’inizio si percepiva un po’ di tensione, un filo di diffidenza, persino qualche timore sulla comprensibilità dell’opera (“Ma in russo, come facciamo?”). E tuttavia, man mano che la musica di Šostakovič prendeva corpo, che i personaggi si muovevano negli spazi chiusi della scena, che la regia iniziava a delineare il proprio disegno, accadeva qualcosa di sorprendente.
Lo spettatore meno abituato, quello convinto che forse sarebbe stato meglio inaugurare con Tosca, come se inaugurare con Tosca fosse un rito salvifico, un’esenzione dall’impegno, iniziava, invece, a seguire il racconto con un’intensità diversa. Certo, l’opera era difficile, certo la lingua ostica, certo i suoni taglienti, ma proprio per questo funzionava. Era difficile e vera.
La prima intuizione che ho avuto durante la serata, e che ha continuato a sedimentare in queste ore, è che questa Lady Macbeth ha fatto esattamente ciò che un’inaugurazione dovrebbe fare: non lusingare, non anestetizzare, non consolare ma neppure indugiare nel tormento.

Perché inaugurare con un’opera russa? Perché Šostakovič, con tutto il peso della sua biografia, della censura, della storia sovietica, parla di noi tanto quanti altri titoli della nostra tradizione.
Šostakovič, con tutto il peso della sua biografia, della censura, della storia sovietica, parla di noi tanto quanti altri titoli della nostra tradizione.
E soprattutto perché il fatto che noi italiani abbiamo inventato l’opera non ci garantisce un monopolio eterno su ciò che il melodramma deve essere. Anzi, se non siamo stati in grado di proseguire quel percorso con la stessa forza con cui il mondo esterno lo ha interpretato e trasformato, allora il problema non è la presenza di un’opera russa in inaugurazione, ma la nostra incapacità di guardare oltre i confini della nostra comfort zone culturale. Questa produzione lo dimostrava con una chiarezza quasi brutale.
La regia di Vasily Barkhatov, discussa da subito, com’è giusto che sia ma largamente applaudita, non aveva alcuna intenzione di mettere al centro l’eccesso visivo che molti associano a Lady Macbeth.
È un’opera che, per tradizione, “deve essere sporca”, “deve essere violenta”, “deve scandalizzare”.
E invece Barkhatov sceglie un’altra strada: non nasconde nulla, ma neppure indulge nel compiacimento del grottesco. Sceglie la via della leggibilità. Un impianto scenico (Zinovy Margolin e Alexander Sivaev per le scene e per le luci rispettivamente) quasi da serie televisiva, con ambienti paralleli e geometrie domestiche che si aprono e si chiudono, interni osservati da più angolazioni, restituisce al pubblico un linguaggio che già conosce senza sforzo.
Non è un ammiccamento al gusto popolare, ma un uso consapevole di grammatiche narrative contemporanee. Se il teatro vuole continuare a essere un luogo dove le persone entrano non per abitudine ma per necessità, deve essere in grado di parlare la lingua del presente senza tradire la profondità dei contenuti. Questa Lady Macbeth ci riesce proprio perché evita la trappola del “troppo”: non è timida, ma non è neppure compiaciuta; non è censurata, ma non è nemmeno crudele gratuitamente. È calibrata. E il pubblico, anche quello meno esperto, si orienta, apprezzando di non essere stato colpito da un cazzotto sensazionalistico in piena faccia.

Ci sono due momenti, nella regia, che in sala hanno fatto vacillare anche i più scettici. Il primo è l’ingresso del furgone militare, un’irruzione che spezza la linearità drammaturgica e porta un frammento di mondo esterno dentro l’isolamento psicologico domestico.

Il secondo è il finale in fiamme: due corpi che bruciano, avvolti da una decisione che non concede simbolismi delicati. Non perfetto, non aderente al libretto (i puristi si attaccherebbero anche alle virgole potessero) ma necessario. Il fuoco qui non vuole essere metafora: è gesto. È, in fondo, l’unica forma di luce possibile in un’opera dove nessuno trova redenzione.
Il cast principale ha sostenuto l’opera con una solidità che raramente si ascolta in una Prima. Sara Jakubiak, nei panni di Katerina, ha offerto una prova di sorprendente complessità: voce duttile, capace di attraversare lirismo, disperazione e crudeltà senza mai scivolare nel patetico, e una presenza scenica che rende credibile ogni cedimento del personaggio.

Dmitry Ulyanov è un Boris monumentale, vocalmente autorevole e teatralmente inquietante, un patriarca che incarna la violenza sistemica della vicenda con una naturalezza glaciale. Najmiddin Mavlyanov disegna un Sergej seduttore piacione e viscido, vocalmente generoso nei momenti più scoperti e perfettamente coerente con il suo opportunismo drammaturgico. Yevgeny Akimov, come Zinovij, costriuisce un marito pavido e fragile, prestando al personaggio una voce che suggerisce più insicurezza che dominio. Completano il quadro un trittico femminile impeccabile nei ruoli secondari, tutte interpreti dalla rese con corretta cura vocale e senso del ritmo teatrale. E intorno a loro, un coro in stato di grazia, affilato come un unico organismo drammatico, e una compagnia di comprimari che restituisce all’opera quella coralità feroce e amara che Šostakovič pretende.
La vera rivoluzione di questa produzione, non sta nella regia, né nella scelta del titolo, né nell’effetto scenico finale né esclusivamente sul resto del cast vocale. Sta nel modo in cui i personaggi sono stati letti e questo sì, è un merito della drammaturgia, della direzione, e della potenza interpretativa del cast. Perché, a ben vedere, Lady Macbeth è un catalogo di figure umane che non appartengono affatto alla Russia degli anni Trenta: appartengono a noi, oggi, ora.
Lady Macbeth è un catalogo di figure umane che non appartengono affatto alla Russia degli anni Trenta: appartengono a noi, oggi, ora.
Boris è il patriarca tossico che ancora oggi riconosciamo nelle gerarchie familiari e sociali italiane: quello che giudica, soffoca, punisce, e non ha la minima percezione del proprio ruolo di oppressore. Zinovi è l’erede incompetente, il “figlio di” piazzato dove non dovrebbe stare, incapace di affrontare il mondo se non riproducendo meccanicamente le violenze del padre. Sergej è il Don Giovanni che sopravvive sempre: mediocre ma affascinante, manipolatore per istinto, uno che crea disastri e trova sempre qualcuno che paghi al suo posto. Sonetka è la voce di una gioventù che non accetta di essere seconda, che cerca un riscatto anche minimo e finisce intrappolata nelle scelte degli altri. E Katerina? Katerina non è soltanto una donna: è una figura umana universale. È la persona che ha tutto ciò che dovrebbe bastare, ossia stabilità, rispetto sociale, una vita non drammatica, e tuttavia sente un vuoto sordo, una mancanza di ossigeno, una fame di senso.
Il privilegio non salva nessuno dalla disperazione, e nel momento in cui Katerina sceglie di non accontentarsi, inizia una spirale che la porta a distruggere tutto, sé stessa per prima.
Questa aderenza al presente è il motivo per cui inaugurare con Šostakovič non era affatto “inopportuno”. Era, semmai, inevitabile. Non perché dobbiamo farci belli con il repertorio internazionale, non perché l’opera russa sia un gesto di realpolitik, non perché la Scala debba dimostrare qualcosa al governo o al pubblico internazionale. Ma perché Lady Macbeth ci restituisce un’immagine chiara: siamo ancora immersi in dinamiche di potere che questa opera smonta con una precisione chirurgica.
Chi abbia assistito a una discussione generazionale negli ultimi anni, chi abbia osservato certi comportamenti nei luoghi di lavoro, chiunque si sia sentito schiacciato da un ruolo sociale, riconosce sé stesso in questa storia. E se anche la musica di Šostakovič può risultare difficile, come alcuni spettatori del mio palchetto hanno candidamente ammesso, il punto non è la comprensione tecnica: è la comprensione emotiva. Quella c’era. Eccome se c’era.

Musicalmente, l’opera è stata servita da una Scala in stato di grazia. Orchestra e coro hanno offerto una delle prove più compatte, elastiche e intelligenti degli ultimi anni. Riccardo Chailly ha lavorato non solo sulla violenza del suono, ma anche sulla sua precisione, come se stesse incidendo linee di tensione dentro una lastra di vetro. E in un’opera che molti immaginano come un colosso di brutalità orchestrale, la scelta di non “fare rumore” diventa un gesto politico tanto quanto la scelta del titolo. Quando tutto urla, l’unico modo per farsi ascoltare è sussurrare con una chiarezza spietata. E Chailly questo lo sa.
Alla fine, gli undici minuti di applausi non raccontavano una serata perfetta, perché perfetta non voleva esserlo, ma una serata necessaria. Una serata che forse non avrà messo d’accordo esperti e neofiti ma non ha proprio cercato di farlo. Una serata in cui le persone hanno dovuto confrontarsi non con ciò che già conoscevano, ma con ciò che forse temevano di vedere.
E qui, permettetemi un pensiero conclusivo che nasce anche dalla riflessione della quindicesima puntata di Diapason: la sopravvivenza del teatro non dipende dalla tradizione, ma dalla capacità di parlare al presente. Questa Lady Macbeth ha fatto esattamente questo. Ha preso un’opera che rischiava di essere un feticcio colto per pochi e l’ha riportata a essere una lente sul mondo.
Ha evitato gli eccessi più compiaciuti per costruire un ponte reale verso il pubblico generalista, senza tradire un millimetro della complessità del testo. Ha dimostrato che la contemporaneità non si impone attraverso gli scandali, ma attraverso la chiarezza.
Forse dovremmo ripartire da qui. Da opere che hanno il coraggio di mostrarci chi siamo. Da regie che non scappano dalla responsabilità di tradurre un linguaggio per chi non lo mastica tutti i giorni. Da direzioni che scelgono l’essenzialità invece della retorica. Da titoli che non cercano di piacere, ma di dire qualcosa oltre al noto.
Perché la domanda non è se sia stato opportuno inaugurare con Šostakovič, ma da quanto tempo il 7 dicembre non ci obbligava davvero ad ascoltare.
UNA LADY MACBETH DEL DISTRETTO DI MCENSK
Opera in quattro atti e nove quadri di Dmitrij Sostakovic
Libretto di Aleksandr Prejs e Dmitrij Sostakovic
Boris Timofeevic Izmailov | Alexander Roslavets
Zinovij Borisovic Izmailov | Yevgeny Akimov
Katerina L’vovna Izmajlova | Sara Jakublak
Sergej | Najmiddin Mavlyanov
Aksin’ja | Ekaterina Sannikova
Sonetka | Elena Maximova
Orchestra e Coro del Teatro Alla Scala
Direttore | Riccardo Chailly
Maestro del Coro | Alberto MAlazzi
Regia | Vasily Barkhatov
Scene | Zinovy Margolin
Costumi | Olga Shaishmelashvili
Luci | Alexander Sivaev
La recensione si riferisce alla recita del 7 dcembre
