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Suonare in un teatro vuoto

di Filippo Simonelli - 14 Dicembre 2020

Cosa vuol dire suonare in un teatro vuoto, raccontato da chi in questi mesi sta continuando a esibirsi “dal vivo”.

Sono passate oramai diverse settimane dalla chiusura ufficiale dei teatri e delle sale da concerto al pubblico. Allo sconforto e alla rabbia generale con cui sono state accolte queste nuove misure molte istituzioni concertistiche del nostro paese hanno risposto con una prosecuzione delle attività in streaming. Tante immagini hanno testimoniato in questo periodo l’esperienza straniante della sala da concerto vuota; se volessimo usare un’espressione abusata ma efficace, avremo un campionario di “foto simbolo” potenzialmente sterminato per raccontarlo agli ascoltatori del futuro. L’impatto visivo è sempre molto forte: che si vedano i musicisti concentrati nella loro esecuzione, o che ci si inchini verso un pubblico che (virtualmente) c’è ma non si vede, l’idea di qualcosa di mancante rimane fortissima.

Chiaramente questa situazione può essere vista da due prospettive: quella del pubblico che seduto da casa propria cerca con la migliore approssimazione possibile di immergersi in un’esperienza totalizzante come quella del concerto. Alle poltroncine del teatro si sostituisce il divano o la poltrona della propria scrivania; la qualità dell’ascolto non dipende più tanto dalla posizione in sala, bensì dall’attrezzatura di cui il nostro audiofilo si è dotato; spesso abbondano le distrazioni potenziali, perdendosi quel timore reverenziale dello squillo del telefonino che nel corso del tempo ha attutito i possibili rumori molesti della sala da concerto. Guardando un concerto in diretta streaming magari su un computer, direttamente su Facebook persino, può capitare di lasciarsi trascinare da una notifica, da una e-mail o da uno qualsiasi degli altri impulsi digitali che distolgono la nostra concentrazione così di frequente, rendendo l’esperienza dello streaming molto più simile alla trasmissione radiofonica per certi versi.

Non tutto il male vien per nuocere, però: oltre ai potenziali rischi sanitari che vengono ridotti quasi a zero nel salotto di casa propria, ci si risparmia magari quel vicino di posto che deve commentare irrinunciabilmente l’esecuzione in diretta col malcapitato che gli siede accanto. I commenti su Facebook danno libero sfogo alla vena da critico, ma sono meno molesti e più facili da ignorare. Last but not least, non ci sono colpi di tosse all’orizzonte o caramelle scartate durante un pianissimo a molestare l’ascolto.

La prospettiva dell’ascoltatore però restituisce un quadro parziale dell’esperienza del concerto in streaming. Di fronte al teatro vuoto siede sempre sul palco il musicista che, da solo o nella moltitudine orchestrale, deve affrontare quella realtà nuova e conosciuta al tempo stesso in anni di prove. Abbiamo cercato di capire, parlando con i diretti interessati, quale siano le emozioni e le sensazioni che si provano dall’altra parte del palco in un momento del genere.

Gabriele Pieranunzi

Gabriele Pieranunzi, primo violino del teatro San Carlo di Napoli, ha affrontato lo streaming da subito con una vena piuttosto proattiva: è pur sempre lavoro, e sicuramente rispetto ai concerti dai balconi della prima ondata si è fatto un passo in avanti quantitativo e qualitativo non indifferente:

Lo streaming assomiglia molto ad una partita di calcio a porte chiuse; se non c’è il pubblico manca una componente fondamentale del nostro lavoro. Però personalmente sono molto più positivo ora di quanto non fossi nella scorsa primavera. All’epoca sembrava tutto incredibilmente improvvisato ed approssimativo, anche con situazioni di gente che improvvisava “concerti” grotteschi, ma ora le cose da noi sono fatte anche in maniera sempre più professionale e riuscita. Per l’orchestra poi scatta un meccanismo psicologico interessante e che ci da’ quell’incentivo in più a rendere al massimo. Tutti ci ricordiamo delle chiusure di marzo, delle ansie e delle paure. Ogni volta che salivamo sul palco temevamo che sarebbe stata l’ultima per chissà quanto. Ora, anche proseguendo con lo streaming, sentiamo comunque questo pericolo che rimane vivo in qualche modo, quindi ogni concerto deve essere, a modo suo, qualcosa di memorabile. Se non sarà l’ultimo, è pur sempre qualcosa che rimane sempre rivedibile e consultabile.

Proprio il Teatro San Carlo è stato protagonista di recente di una riuscitissima Cavalleria Rusticana inaugurale che ha raccolto un enorme mole di pubblico connesso e pagante. Complice una formula innovativa, ovvero streaming a pagamento sì ma ad un prezzo simbolico e per un periodo di tempo di appena tre giorni, di fatto inferiore al tempo di permanenza medio dei titoli in cartellone, il teatro partenopeo ha segnato un punto forte a suo favore.

Accanto all’esperienza orchestrale, Pieranunzi ha raccolto anche stimoli e spunti dalla musica da camera, con una performance in Trio con Gabriele Mirabassi ed Andrea Rebaudengo al Politecnico di Torino.

Devo dire che la musica da camera fatta in streaming è molto meno gradevole rispetto al concerto sinfonico o all’opera. Alla situazione già surreale di per sé si aggiunge un ulteriore senso di vuoto che ti fa apparire ancora più piccolo di fronte alla sala vuota.

Dal punto di vista dell’esecutore viene meno l’adrenalina tipica che deriva dal contatto con le persone in sala e il loro respiro, ma ho imparato a svilupparne comunque un altro tipo: il concerto in streaming per me assomiglia molto ad andare a fare una registrazione, quindi occorre un certo tipo di forma mentis. Si lavora anche per costruire un archivio del proprio teatro o la propria istituzione, abbiamo una certa responsabilità. Anche le registrazioni di Karajan negli anni ’70 delle sinfonie di Beethoven erano degli streaming ante litteram, in questo senso: al netto della situazione di necessità non c’è niente di nuovo, insomma. Basterebbe provare ad immaginare di essere tutti come Glenn Gould, che da un certo punto della sua carriera si è dedicato interamente allo studio. Sfido chiunque a dire che le sue registrazioni non sono comunicative o espressive.

Martina Santarone

La sensazione di suonare sempre sulla punta dell’iceberg è una cosa diffusa e trasversale ai musicisti di tutte le generazioni. Martina Santarone, giovane violista del quartetto Werther e dell’Orchestra La Fil di Milano, condivide in parte le sensazioni di Pieranunzi, raccontando così il suo concerto milanese all’inaugurazione del Book City virtuale di quest’anno.

Abbiamo fatto questo concerto con la Fil con un’orchestra ridotta per l’occasione, suonando trascrizioni di brani per grandi organici fatte negli anni ’20, quando c’era carenza di musicisti per via della guerra. Entrare in teatro con le sedie coperte di Cellophane, per fare un concerto sinfonico senza che nessuno fosse lì ad ascoltare, tutti coperti dalle mascherine… sembrava di vivere una situazione tragica, quasi di guerra.

Ma non è come una prova, per certi versi?

Non proprio, è molto molto strano. Per far si che sia un concerto vero e proprio, devi “creare” l’esperienza nella tua immaginazione, altrimenti manca quell’adrenalina necessaria. Il potere della mente è fortissimo in queste situazioni: credo che a qualsiasi musicista capiti di immaginarsi il pubblico, anche quando suona a casa propria. A me per esempio capita di fare delle esecuzioni in cui sogno di essere in una sala enorme e piena di pubblico, e invece sono a casa mia da sola. Qui avevamo, oltre a questa necessità di immaginare, anche la responsabilità di suonare per persone che da ogni parte del mondo può collegarsi per ascoltare. È fondamentale avere un interlocutore, altrimenti si parla da soli. Credo che ci sia una maggiore attenzione dal punto di vista tecnico dell’esecuzione, ci si impegna di più per fare qualcosa di preciso.

Nella sua esperienza c’è qualcos’altro di vivido che manca, ovvero la dimensione rituale della musica. Per esorcizzare, in qualche modo, le assenze che stanno diventando normali in sala, bisogna cercare di valorizzare ancora di più quel qualcosa che normalmente sarebbe un automatismo, e che invece assume un valore assoluto in queste condizioni straordinarie:

È sicuramente strano fare tutta quella serie di rituali e preparazioni che si fanno normalmente prima di un concerto, quando sai che non c’è nessuno ad attenderti in sala oltre alle persone con cui hai già provato e magari conosci bene. È come vestirsi eleganti per andare a cena a casa propria. Per creare ancora di più questa concentrazione è stato più curato, quasi più importante del solito. Non tanto perché con lo streaming sapevo di essere vista da più persone, quanto piuttosto per essere più presa e partecipe io in prima persona, e rendere meglio per tutti quelli che si aspettavano qualcosa da noi che li riportasse ad una specie di normalità.

Carmela Remigio

Nel concerto di quella sera, la Fil ha proposto tra le altre cose anche una riduzione dell’ultimo tempo della Quarta Sinfonia di Mahler. Ad interpretarla, la voce di Carmela Remigio, che ha vissuto in questo periodo di streaming una serie di esperienze molto variegate che spaziano dalle opere in forma di concerto alle cantate fino a drammatizzazioni propriamente dette.  Il mondo del teatro, se possibile, soffre ancora di più degli altri comparti dello spettacolo dal vivo. Il soprano abruzzese, protagonista di numerose esecuzioni in streaming tra cui quelle di particolare successo con il Festival Donizetti di Bergamo, racconta comunque un’esperienza interrotta e in qualche misura mancante di elementi fondamentali.

Non poter percepire la sala piena dell’energia del pubblico, il loro calore, anche fisico, e il suono dei respiri che si sentono forti anche nel silenzio è la cosa che manca sicuramente di più. Certo, siamo abituati a fare esibizioni complete a teatro vuoto quando facciamo le prove con i costumi, gli assieme o i filati da capo a fondo, ma non è la stessa cosa. Intendiamoci però, io comunque sono riuscita ad esibirmi numerose volte in streaming anche solo nell’ultimo periodo quindi mi sento privilegiata nonostante tutto, e comunque riuscire ad esprimersi è la cosa principale, ciò che rende felice un’artista. Pur in maniera “particolare” riesco comunque a fare il mio lavoro, che è la cosa che amo di più e per cui ho studiato tutta una vita.

All’impatto emotivo si aggiungono ovviamente difficoltà di carattere pratico, che vengono quasi esasperate nel teatro inteso come regno delle maestranze specializzate.

[L]a vita dentro un teatro non è facile in questo periodo: preparare una rappresentazione con la mascherina è veramente arduo, rispettare i protocolli di sicurezza in tutti i momenti delle prove, che partono addirittura a prima delle prime note, quando si lavora con le sarte per i vestiti per esempio. Immaginate una sarta che non può entrare nel camerino della cantante, neppure con tutte le protezioni necessarie, come possa lavorare! Faccio un altro esempio: per noi cantanti dover cantare le parti e rimettere la mascherina, in continuazione, è stancante, rende difficile la concentrazione e l’esecuzione tecnica vera e propria, il mantenimento della voce, o della concentrazione, perfino.

C’è un livello di difficoltà aggiuntivo nella performance, poi: il nostro lavoro vive anche se non prevalentemente di emozioni, ed è veramente difficile provare quelle stesse sensazioni sapendo di avere davanti solo delle telecamere, sapendo di avere un pubblico distante che non respira la nostra stessa energia. Un disagio simile l’ho provato talvolta facendo piccole esibizioni in televisione, ma si trattava di cose molto più piccole e che non erano la normalità. Man mano che ho fatto le mie esibizioni in streaming, mi sono esercitata sempre di più a lavorare ad una comunicazione diversa per arrivare comunque al pubblico. Quando ho cantato il Belisario (di Donizetti, ndr) in forma di concerto – e già un’opera in forma di concerto è una difficoltà di per sé – ho sentito dentro di me il bisogno di portare il mio canto verso una comunicazione diversa; una drammatizzazione ulteriore della musica per raggiungere un pubblico incredibilmente lontano. Non è come fare una registrazione per una ripresa: i dvd sono sempre tratti da esecuzioni di spettacoli dal vivo che poi vengono anche salvati per dare una testimonianza futura. C’è un parallelo interessante che ho scoperto grazie alla mia passione per l’equitazione: i cavalli da corsa, rendono al meglio quando sentono l’applauso e l’incitamento del pubblico; se la differenza la percepiscono degli animali, per quanto intelligentissimi come i cavalli, figuriamoci noi che siamo animali da palcoscenico!

Alessandro Marangoni

A tutte queste stranezze, mancanze e sensazioni inusuali, c’è poi da aggiungere un ulteriore livello di difficoltà pratica ed emotiva. Quello di essere completamente soli, di fronte al teatro. Il pianista deve già affrontare di norma un palco spesso pensato per un’intera orchestra da solo. Quando però la solitudine è così totale da coinvolgere tutto il teatro, le sue luci, i palchi e la platea, ne vien fuori qualcosa che assume una dimensione titanica e perfino un po’ metafisica. Delle tante testimonianze fotografiche menzionate all’inizio dell’articolo, quella più visivamente d’impatto che abbia trovato è sicuramente quella dell’allestimento del Teatro Rossini di Pesaro organizzata per il concerto inaugurale della sua stagione, tenuto da Alessandro Marangoni. Rossiniano consumatissimo, il pianista piemontese ha raccontato così la sua fatica:

È una sensazione abbastanza straniante, secondo me per due motivi: dal punto di vista dell’artista manca la risposta del pubblico, o meglio la sua presenza. È un fattore non solo emotivo, ma anche molto fisico e sonoro. Ma la presenza del pubblico “permanente” che è o sarà al di là delle telecamere a rivedere o riascoltare la tua esecuzione ti carica di una responsabilità ancora maggiore nei loro confronti.

Per me è cambiato anche il modo di suonare, per certi versi; il mio concerto in streaming per il Rossini Opera Festival è stato incredibile, anche surreale per l’ambientazione. L’idea che queste cose rimangano in maniera permanente ci obbligano ad immaginare tutti i visi e le emozioni di quelle persone che si sarebbero messe in ascolto e che normalmente sarebbero state in sala dove ora c’era il mio pianoforte. È per loro che ci si deve impegnare, per evitare che la sala vuota ci faccia essere più asettici. È anche diverso rispetto ad una registrazione per la televisione, dal punto di vista emozionale. Riprendendo il mio concerto a Pesaro di qualche giorno fa, entrare in un teatro completamente vuoto, con la platea sgombra ed al centro di essa un pianoforte, mi ha dato delle sensazioni ben diverse rispetto all’ingresso negli studi della Rai, per esempio. Dentro al teatro si sente la mancanza vera del pubblico, nella sala di registrazione o nello studio è normale che sia così, fa parte delle aspettative. E poi a fine concerto manca tanto l’applauso, inutile dirlo. Non tanto per ricevere “i complimenti”, ma per avere la risposta di tutti quelli che con te hanno partecipato a questo incredibile rito collettivo.

 

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