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Quando la vita diventa musica

di Redazione - 11 Febbraio 2026

Il suono di ciò che siamo, oltre lo spartito

QPArena è il primo spazio online pensato per dare ai professionisti della musica l’opportunità di esprimersi in prima persona: un intervento, sotto forma di lettera aperta, che permetta ad artisti di tutte le generazioni e le sensibilità di esprimersi e rivolgersi in prima persona al loro pubblico, che in questo caso è anche il nostro pubblico. Oggi possiamo contare sulla riflessione di Gian Marco Ciampa, chitarrista italiano diplomato con lode e menzione d’onore al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma. Vincitore di oltre trenta premi internazionali — tra cui il Melbourne International Guitar Competition, il Tokyo International Guitar Competition e il Concorso Europeo di Chitarra con Medaglia del Presidente della Repubblica — svolge un’intensa attività concertistica e didattica in Europa, America, Asia e Australia. Invitato a TEDxLUISS con lo speech “Who says classical music is only for old people?”, è stato inoltre unico artista classico italiano invitato dal Padiglione U.S.A. all’EXPO Milano 2015 e protagonista di importanti eventi istituzionali. Gian Marco Ciampa, a partire dal suo nuovo EP Nuna, oggi riflette sull’espressione di sé sulle scene e fuori dal palco, sull’idea di arrangiamento, sull’abitare il presente e tanto altro.

Gian Marco Ciampa

Sì pensa spesso che la vita personale influenzi l’espressione di un artista soprattutto nel caso di cantautori, pittori, scrittori, poeti o registi. Ma allora la domanda nasce spontanea: noi, interpreti di musica scritta da altri, possiamo davvero rimanere immuni a ciò che ci succede intorno? Per me non è mai stato così. Tutto il mio percorso artistico è sempre stato profondamente legato alla mia vita lontana dal palco. Molto spesso è proprio fuori dagli spartiti che troviamo il vero senso di noi stessi, sia come persone sia come artisti.

Un musicista classico – un interprete, chiamiamolo come volete – credo debba essere profondamente in contatto con se stesso anche per capire meglio dove il proprio percorso di vita, e quindi quello artistico, lo stia portando e quale sia la dimensione musicale che, in quel momento, possa meglio rappresentarlo e alla quale possa dare un reale contributo con il proprio valore artistico.

Nella mia storia più recente ho attraversato due anni molto complessi e dolorosi e quello che ho cercato di fare è stato catturarne l’essenza, darle un senso e trasformarla in musica. È così che è nato il mio EP NUNA che in islandese significa “ORA”: non solo come tempo, ma anche come spazio. Un luogo in cui avevo bisogno di sentirmi di nuovo a casa.

L’intento di questo lavoro è stato quello di fissare un momento preciso della mia vita, di scattare un’istantanea di un’evoluzione personale che poteva portarmi ad essere un “nuovo” me. In questa ricerca è stato fondamentale quindi il concetto del “nuovo” e per farlo sono dovuto tornare all’essenziale e all’ascolto delle varie parti di me che hanno sempre convissuto nella mia vita – artistica e non – e che, in un certo senso, sono sempre state lì nel profondo, anche se a volte messe da parte.

In NUNA convivono compositori apparentemente lontani: Arvo Pärt, Luciano Berio, Michael Nyman, Ólafur Arnalds, Jon Hopkins. Mondi diversi per linguaggio, epoca e contesto, ma uniti da una tensione comune verso l’essenzialità, la ripetizione, il minimalismo, la sospensione del tempo. La scelta è stata realmente istintiva. Ognuno di questi brani mi ha accompagnato in momenti diversi della mia vita, ma allo stesso tempo mi parlavano tutti la stessa lingua emotiva. Avevo bisogno di rallentare, di spogliarmi di alcune certezze e di esplorare territori più intimi e rarefatti di me stesso, senza pormi il problema dei “confini” musicali e cercando di sfatare il tabù secondo cui certe cose, da un musicista classico, non possano essere fatte.

Ed è per questo che credo che, in questo intento, alcune scelte che possono sembrare lontanissime tra loro siano in realtà legate da un filo conduttore molto saldo e soprattutto sincero: tutti i brani sono originali per pianoforte ma utilizzano pochissime note e riescono a parlare al cuore con grande intensità pur utilizzando un linguaggio compositivo essenziale ed apparentemente “semplice”. É questo che mi ha dato la forza – o meglio, la naturalezza – di scegliere, ad esempio, di rileggere uno dei più celebri capolavori di Arvo Pärt con la chitarra elettrica; o di far dialogare la chitarra classica con l’elettronica più “moderna”, come nel caso di Jon Hopkins; o ancora di affrontare un compositore di grande peso come Luciano Berio e allo stesso tempo di spaziare in un mondo più “ambient” come quello di Ólafur Arnalds.

Quando si affrontano brani nati per strumenti differenti, il tema dell’arrangiamento diventa inevitabile. Arrangiare, per me, non è stato solo “adattare”, ma ascoltare profondamente, fino a capire cosa un brano possa diventare senza tradirsi. L’equilibrio sta nella sensibilità, nel rispetto, ma anche nel coraggio. Il vero rischio è quello di non prendersi alcuna responsabilità interpretativa.

Ho sentito il bisogno di riportare tutte queste composizioni alla chitarra, di farle passare attraverso il mio strumento, il mio respiro, il mio modo di pensare il suono. Non sento un limite invalicabile che non debba essere superato, ma piuttosto una linea etica, fatta di onestà verso la musica, verso chi ascolta e soprattutto verso me stesso. Se un arrangiamento funziona, è perché riesce a dire qualcosa di vero, non perché è “fedele” in senso letterale. In questa fase della mia vita ho sentito il bisogno di rimettere al centro l’ascolto: di me stesso, degli altri e del senso più profondo di ciò che stavo suonando.

Anche i video che accompagnano il progetto sono stati girati a Castelluccio di Norcia e fanno parte di questo racconto. Nella neve, in un paesaggio naturale ed essenziale, in un luogo a cui sono legato da sempre.

Passo ogni Natale a Norcia da quando sono bambino: un luogo stupendo che quasi dieci anni fa il terremoto ha fatto crollare quasi completamente. L’ho capito solo dopo, ma in fondo era esattamente così che mi sentivo in quella fase della mia vita: un luogo in cui un terremoto interiore sembrava aver portato via tutto. Anche quest’anno ho fatto come sempre Natale lì e, dopo tanti anni, la stupenda Basilica di San Benedetto, simbolo di una città quasi completamente distrutta, ha finalmente completato la ricostruzione ed è stata riaperta proprio in quei giorni. Ho pensato che non potesse essere un caso, perché anche io, come la Basilica, in quel periodo mi sentivo finalmente ricostruito e un po’ più intero. Ed è per questo che nei video la Piana non è solo un elemento estetico, ma uno spazio di ascolto e il simbolo del mio mondo interiore. Lì, come nella musica, tutto è ridotto all’essenziale: suono, respiro, presenza e cuore.

Non so se valga per il “nuovo me”, ma forse oggi il “nuovo” è proprio questo: avere il coraggio di restare nell’ora. Di abitare il presente senza rincorrere nulla, permettendo alla musica di essere ciò che è, qui e adesso.

Oggi più che mai penso che la vita privata non influenzi l’arte solo in alcuni momenti, ma la attraversi costantemente, anche quando non ce ne rendiamo conto. Ogni scelta artistica nasce da quello che siamo diventati fino a quel momento: dagli errori, dalle rinascite, dai momenti felici e da tutto quello che ci ha costretti a guardarci davvero.

Quello che ho imparato è che non bisogna avere paura di questo intreccio. La musica, per me, è sempre stata il luogo in cui trasformare quello che vivo in qualcosa che possa respirare anche fuori da me.

E se c’è una cosa che sento di aver capito, è che più sei disposto ad essere onesto con te stesso, più quello che fai riesce ad arrivare agli altri in maniera sincera.

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