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“Per lo corpo luce”: prima assoluta al Maggio Fiorentino per Francesconi.

di Valerio Sebastiani - 10 Marzo 2022

Tra corporeità ed effimero

Metti una sera al Maggio Musicale Fiorentino una nuova composizione per coro e orchestra (Per lo corpo luce) di Luca Francesconi (il quale rilasciò per noi un’intervista poco più di un anno fa, in piena pandemia), il Das Lied von der Erde di Gustav Mahler e la rubiconda energia di Ingo Metzmacher.

Una serata affascinante, quella di sabato 5 marzo nella Sala Zubin Mehta del Maggio Musicale. Affascinante perché il sottoscritto, innanzitutto, ancora non vi aveva messo piede, in quella sala.

Affascinante perché ha riaperto, sempre secondo il sottoscritto, una finestra su cosa significa assemblare saggiamente un programma per un concerto dove è presente una nuova commissione a un importante compositore, senza asfissiarla o adombrarla, senza dare l’impressione di facilitarne la somministrazione, affiancandola a un pezzo celebre della tradizione musicale.

È palese quanto Pereira abbia voluto investire su Francesconi, presentando Per lo corpo luce, un grande affresco per coro, orchestra e solisti, composto (veramente dipinto) su frammenti selezionati dalla Commedia dantesca, Inferno e Paradiso, principalmente. Pensata originariamente per l’inaugurazione della Sala Zubin Mehta la composizione, per varie ragioni, ha mancato la data del 21 dicembre 2021. Ma nessuna marcia indietro per il Sovrintendente – come qualche malizioso poteva pensare: si attenda pure Francesconi! Nel complesso, si può tranquillamente affermare che, stando al risultato, l’attesa ne sia valsa la pena.

Ci si immerga subito nella materia.

Francesconi, operando la sua selezione (rischiosissima) dall’intera Commedia, costruisce in Per lo corpo luce un ponte concettuale tra l’Inferno e il Paradiso, collegando le parti in cui viene affrontato l’amore terreno, passionale (l’episodio celeberrimo di Paolo e Francesca) a quelle del Paradiso in cui Dante, con Beatrice, esce fuori dalla dimensione terrestre, fino ad arrivare nell’Empireo.

Francesconi compie una scelta radicale, forse un po’ d’antan.  Quella di non impiegare i versi danteschi in maniera descrittiva, intonandoli conservando un senso sintattico e logico.

«Avrei potuto scegliere la easy way out» – mi ha confessato il compositore durante l’intervallo – «chiamare un grande attore, piazzarlo sul palco a declamare i versi di Dante e sotto usare l’orchestra come mero paesaggio sonoro».

Questo sarebbe stato un ammiccamento eccessivo, forse, un tradimento (nel senso più spregevole) del messaggio (uno dei tanti) di Dante, che invece, nell’operazione di Francesconi, è stato rivivificato, rinvigorito (come se ce ne fosse effettivamente il bisogno…).

Nelle sue intenzioni, Francesconi voleva consegnare all’ascoltatore un viaggio sonoro dal terreno (ritmo e rumore), al celeste (polifonia di voci quasi “illuminata”), avvicinandosi intellettualmente alla concezione dantesca della musica trascendente la comprensione razionale, esperienza mistico-religiosa che conduce l’uomo al divino, che muta l’amore terreno in amore per Dio.

Musica e parola, nel concreto, diventano un tutt’uno, si riverberano costantemente; il senso sintattico e letterale delle parole, certo, è perduto, tranne qualche fonema o poco più di una manciata di parole (Mugghia, tra tutte, la cui corporeità ritmica ha vibrato in maniera ammaliante in più punti).

L’esperienza puramente sonora è di altissimo livello, un vero ‘transumanare’ virtuale che conduce all’Empireo, in una sospensione temporale eterna, dove tutto infine diventa canto: nel finale strumentisti e voci sono infatti coinvolti in una grande polifonia costruita interamente su un’unica nota che crea riverberi continui.

Ma gli altoparlanti sprigionano, sorprendentemente, un frammento registrato di un vociare indistinto, confuso, come un brutale ritorno alla realtà: un’altra polarizzazione che si aggiunge a quelle già citate (corporeità – empireo, amore terreno – amore religioso).

Applausi convinti, doppia chiamata per Francesconi sul palco, sguardi d’intesa tra il compositore, l’orchestra e il coro (solisti compresi), che hanno retto la complessità dell’esecuzione con una bravura e una sensibilità uniche. Solo per questo motivo speriamo che si possa riascoltare Per lo corpo luce in altre occasioni, in altre sale, in altre città.

Abbiamo detto dell’opposizione concettuale tra corporeità ed effimero. Sullo stesso principio, se vogliamo, si basa il secondo brano in programma, il Das Lied von der Erde di Gustav Mahler, la celebre Sinfonia di Lieder, che potrebbe essere idealmente divisa in due: una prima parte, che racchiude i primi cinque Lied, tra echi esotici (non naturalistici o storici, sia chiaro), riflessioni sulla caducità della giovinezza e slanci goliardici; la seconda, il celebre Der Abschied, che nella sua interezza racchiude la durata dei primi cinque pezzi, racconta di un addio al mondo fatto e finito, sicuramente non pacificato o transeunte verso l’Empireo.

Metzmacher, carismatico ed energico, dimostra fin dalle prime battute una sapiente capacità di dosare le densità timbriche dell’orchestra, senza abbandonarsi a detonazioni sonore eccessive, ma includendo sempre la voce all’interno dell’abbraccio dell’orchestra.

I cantanti, il mezzosoprano Okka von der Damerau, tedesca, e il tenore AJ Glueckert, statunitense, si fanno dirigere bene (raccolgono perfino gli occhiali al direttore, caduti durante un gesto decisamente troppo deciso, durante il Von der Schoenheit). Glueckert, nonostante qualche pessima pronuncia tedesca platealmente americanizzata, sfodera una grande incisività espressiva, che in certi momenti “sporca” il carattere misterioso e malinconico del ciclo mahleriano. Elemento che la Damerau, al contrario, coglie perfettamente, brillando in maniera decisiva nel Der Abschied.

Quel ‘eternamente’, che accompagnato in partitura dall’agogica morendo offre una prospettiva tutt’altro che redentrice e pacifica, è rimasto nelle mie orecchie per l’intera serata: puntini di sospensione verso l’infinito, in cui la sillaba cantata sulla sopratonica, si trasfigura nel nulla. La maestria del quasi-inudibile.


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