Oltre la sottile linea rossa dei finanziamenti culturali
di Carlo Emilio Tortarolo - 7 Settembre 2025
Tra sopravvivenza economica, etica aziendale e cultural washing
Sette anni possono bastare a ribaltare completamente una prospettiva e a svelare l’ipocrisia di una certa élite culturale occidentale.
New York, 2018. Il Metropolitan Museum of Art e il Brooklyn Museum rifiutarono di utilizzare fondi provenienti da fondazioni legate al governo saudita in aperta sfida al brutale omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, in una chiara presa di posizione sul valore dei diritti umani rispetto a qualsiasi sostegno economico.
New York, settembre 2025. Il Metropolitan Opera firma un accordo con l’Arabia Saudita da oltre cento milioni di dollari, impegnandosi a esibirsi per tre settimane all’anno a Riyadh e a offrire formazione a giovani artisti locali.

Cosa è cambiato? Oltre alla natura delle istituzioni coinvolte, comunque sempre appartenenti alla stessa comunità e che per beneficio di questo editoriale supporremo simili, in mezzo, non serve forse ripeterlo, c’è stata una pandemia che ha devastato i bilanci delle organizzazioni culturali di tutto il mondo, svelando la fragilità dei modelli economici della cultura occidentale.
Da allora, il Met Opera si è trovato a dover prelevare circa 120 milioni dal proprio fondo di dotazione, pari a oltre un terzo del complessivo, secondo le stime riportate dal New York Times.
Il re si è scoperto nudo: le donazioni private non sono state più sufficienti, i ricavi da biglietteria non hanno colmato i deficit e il rischio di sopravvivenza si è fatto quanto mai concreto.
Ma da questa storia possiamo dedurre davvero solo questo? Se cambiassimo punto di vista, riconosceremmo nell’azione del governo saudita una vera e propria operazione di marketing da etichettare come cultural washing.
Il parallelismo con termini ormai entrati nel linguaggio pubblico, come green washing o youth washing, rende chiaro quale sia l’argomento di questo editoriale. Così come le multinazionali cercano di ripulire la propria reputazione investendo in progetti ambientali o circondandosi di giovani privi di qualsiasi ruolo decisionale, alcuni governi utilizzano la cultura come veicolo di soft power così da influenzare altri attori politici senza interventi coercitivi o economici e presentarsi al mondo come più aperti, moderni e accoglienti di quanto non dicano le loro leggi o le loro pratiche quotidiane.
La cultura come soft power
L’Arabia Saudita, così come molte nazioni della penisola araba, non fa eccezione su questo tema.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a investimenti massicci nello sport, nel turismo, nella finanza, nella moda e anche in uno di quei settori che più di altri rappresenta la tradizione occidentale: l’opera.
Non si tratta solo di diversificare un’economia ancora legata principalmente al petrolio, che però permette loro di fare questi investimenti, ma di costruire una nuova identità internazionale attraverso un preciso programma strategico, il Saudi Vision 2030.
Come spiegare altrimenti la decisione di commissionare una nuova opera al Met, da presentare nel futuro Royal Diriyah Opera House?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a investimenti massicci nello sport, nel turismo, nella finanza, nella moda e anche in uno di quei settori che più di altri rappresenta la tradizione occidentale: l’opera.
Una legittimazione simbolica, ben oltre l’aspetto artistico, che non si limita agli USA.
Anche in Italia, già nel 2019, si era parlato di finanziamenti alla cultura di origine saudita.
Il Teatro alla Scala di Milano aveva avviato trattative con il Ministero della Cultura saudita per una sponsorizzazione da tre milioni di euro (altro volume di affari, c’est la vie).
Le proteste del pubblico e della politica italiana portarono a un rapido passo indietro e alla restituzione della cifra. Da allora l’istituzione milanese ha scelto la via della prudenza, rinunciando a fondi che avrebbero garantito ossigeno immediato ma rischiavano di comprometterne la reputazione.
Così Milano, così New York.
Qualcosa è inevitabilmente cambiato: sembra quasi che la valutazione etica sia passata in secondo piano rispetto all’urgenza finanziaria. Ragionamento forse condivisibile, se l’obiettivo fosse quello di evitare il fallimento, ma la contraddizione si fa ancora più evidente riportando alla mente che Peter Gelb, sovrintendente del Met Opera, è stato tra i più attivi manager nel tagliare i rapporti con il Bolshoi Theatre e con artisti vicini al Cremlino dopo l’invasione dell’Ucraina, proprio in nome dei diritti e della libertà.
Oggi, di fronte a un Paese che continua a reprimere la libertà di espressione e di associazione, che discrimina le donne e punisce l’omosessualità con pene durissime, la logica sembra non valere più, nascondendosi dietro alla fanciullesca scusa del ‘Tutti i governi democratici fanno affari con l’Arabia Saudita, devo pensare alla sopravvivenza del Met’.
Il caso italiano e oltre
Ci troviamo di fronte ad un nodo strutturale per la cultura globale di oggi: una coerenza scricchiolante che danza sul confine tra l’accettare un sostegno necessario e diventare strumenti (in)consapevoli di una strategia politica.
Ci troviamo di fronte ad un nodo strutturale per la cultura globale di oggi: una coerenza scricchiolante che danza sul confine tra l’accettare un sostegno necessario e diventare strumenti (in)consapevoli di una strategia politica.
Ogni contesto nazionale risponde a modo suo.
Negli Stati Uniti, ad esempio, i finanziamenti pubblici alla cultura sono marginali e la dipendenza da fondi privati è la norma, lasciando in balia il sistema al capitalismo culturale ma per il quale il loro sistema si è fatto da tempo gli anticorpi.
In Italia, invece, il sistema si regge ancora, in larga parte e in modo per lo più essenziale, sul sostegno statale, con tutte le sue lentezze e complessità.
Nell’incertezza di quanto potrà durare ancora, nel presente e nel prossimo futuro, l’apporto dei privati è diventato e sarà sempre più decisivo: sponsorizzazioni, fondazioni bancarie, partnership con grandi aziende sono tutti i benvenuti se questo garantisce una solidità di bilancio.
Che fare quando un finanziamento arriva da un soggetto con interessi differenti dal supporto per amore del supporto?
Rifiutare i fondi significa talvolta rinunciare a progetti importanti, a una stabilità economica o alla possibilità di nuove assunzioni.
Accettarli significa esporsi al rischio di legittimare pratiche contrarie ai valori stessi che la cultura dovrebbe rappresentare, ma anche di dover tener testa a proteste, boicottaggi e perdita di altri finanziamenti.
Possibili strategie come vincolare le partnership a forme di trasparenza, garantire che i fondi non si traducano in ingerenze artistiche, investire nella diversificazione delle fonti di sostegno sono certo percorribili, ma siamo sicuri che le nostre realtà culturali abbiano questi margini di manovra?
Per quanto possa sembrare assurdo, il tema dei finanziamenti privati non è soltanto economico, ma, una volta di più, è anche profondamente politico. È una questione di fiducia, di coerenza, di reputazione, e il caso del Met Opera mette in luce la tensione tra due esigenze difficilmente conciliabili: la sopravvivenza di un’istituzione e la salvaguardia di principi universali.
Oggi è caduta New York, domani potrà riguardare qualsiasi altro museo, teatro o orchestra.
Ed è qui che la riflessione si allarga anche all’Italia e su come ci comporteremo di fronte a sponsor o donatori. Saremo ancora in grado di definire linee guida condivise, che tengano insieme la sostenibilità economica e la responsabilità etica?
Saremo ancora in grado di definire linee guida condivise, che tengano insieme la sostenibilità economica e la responsabilità etica?
La cultura, in fondo, è sempre stata, per volere della politica stessa, un terreno di negoziazione tra potere e valori. Ma in un mondo dove le risorse scarseggiano e la competizione è globale, il rischio di diventare strumenti di cultural washing è più alto che mai.
Forse la vera domanda da porsi, allora, non è se accettare o meno certi fondi, ma come farlo senza tradire il senso stesso della cultura: quello di essere uno spazio di libertà, di critica, di immaginazione.
Possiamo davvero permetterci di cedere su questo terreno?
