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Musicista, ma part-time. Un sistema intero a frammenti

di Carlo Emilio Tortarolo - 31 Agosto 2025

Professionisti a tempo pieno in un sistema a metà

Settembre mese di agende nuove, di calendari da riempire e degli orari impossibili da far combaciare.
Per chi lavora nella cultura e nella musica, non è solo l’inizio di qualcosa, ma è soprattutto il ritorno a
un meccanismo sempre acceso, solo leggermente rallentato durante l’estate.
Le mail di produzione riprendono ad arrivare, le lezioni si moltiplicano, le prove si accavallano, e ogni
musicista ricomincia a far quadrare conti, tempo e denaro
.

Ma in fondo, se ti riconosci in questo racconto, la quadra non l’hai mai smessa di farla e anche tu,
lettore non direttamente coinvolto ma cui la musica accompagna i tuoi momenti quotidiani, il coro del
quartiere, il concerto gratuito in piazza, persino la colonna sonora delle serie che guardi la sera, nasce
dal lavoro di musicisti che spesso non hanno un contratto stabile.
Senza di loro, la nostra quotidianità sarebbe più povera.

Perché lavorare nella musica, oggi, è un mestiere a tempo pieno in un sistema che continua a trattarlo come se fosse marginale, o peggio un hobby. È una condizione in cui si lavora tanto, soprattutto in preparazione, spesso senza orari fissi, con competenze specialistiche altissime, ma senza la possibilità di identificarsi in una professione unica e stabile (vedere i commenti dei parenti alle cene di Natale).
E questo è vero sia per i giovani, che si affacciano al mondo del lavoro artistico con entusiasmo e smarrimento, sia per chi è attivo da decenni e continua a saltare da un progetto all’altro.

Il paradosso della molteplicità

Chi vive di musica, raramente vive di una sola attività lavorativa.

Chi vive di musica, raramente vive di una sola attività lavorativa.
Un musicista può passare nello stesso giorno dal tenere una lezione privata di strumento al preparare un laboratorio scolastico, per poi correre a una prova d’orchestra nel pomeriggio e concludere la serata in un concerto con un ensemble da camera.

In altre settimane, agli impegni si possono aggiungere masterclass, la scrittura di un progetto per un bando locale, la direzione di un coro parrocchiale o di un gruppo vocale, fino alle ore (tante) passate a compilare documenti amministrativi per la propria attività. Un mosaico di ruoli che raramente coincidono fra di loro e che richiede un continuo spostamento di competenze, contesti e linguaggi.

Le ricerche sociologiche sul lavoro musicale in Italia hanno da tempo sottolineato questa condizione. Già nel 2010 lo studio Kind of Black: The Musicians’ Labour Market in Italy di Alessandro Balestrino descriveva il settore come segnato da precarietà strutturale con una sovrabbondanza di professionisti e un’altissima concorrenza interna. L’effetto principale è la necessità di accumulare attività diverse per costruire un reddito appena sufficiente.
Ancora di più, dopo la crisi pandemica, la carriera si configura più come un portafoglio di micro-attività che come un impiego unico. E non stupisca se allora si trovino sempre più guide professionali online in cui si elencano le fonti di reddito complementari: non solo l’insegnamento, ma anche lavori come fonico, tecnico del suono, organizzatore di eventi o turnista in studio, confermando quanto la diversificazione sia ormai parte integrante della vita musicale.

Si può parlare a pieno titolo di una pluriprofessionalità sistemica: una struttura occupazionale che non
nasce dalla libera scelta di sperimentare, ma dall’obbligo di adattarsi a un mercato instabile e frammentato
.

Non è l’eclettismo come valore artistico, ma come necessità economica e sociale. Il musicista-tuttofare è il prodotto di un ecosistema che premia l’adattabilità solo quando significa disponibilità a fare più lavori contemporaneamente, spesso con compensi minimi o senza riconoscimento formale. Una condizione che, pur consentendo la sopravvivenza, rischia di ridurre la qualità del tempo dedicato alla vera attività creativa.

Insegnare per sopravvivere

Un settore che incarna in modo emblematico questa dinamica è quello della didattica.

I musicisti insegnano ovunque: nelle scuole medie a indirizzo musicale, nelle civiche, nei corsi propedeutici, nei Conservatori, nelle accademie private, fino alle lezioni in presenza e online.
L’insegnamento è diventato una componente essenziale del lavoro musicale contemporaneo, al punto che quasi ogni curriculum professionale lo include come voce stabile di reddito.
Eppure continua a essere considerato, tanto nell’immaginario quanto nelle politiche istituzionali, come un’attività secondaria o transitoria, un ripiego per chi non riesce a “vivere di concerti”.

La pluripresenza diventa dunque necessità: senza una frammentazione di occupazioni, la sopravvivenza economica è compromessa.

Il sistema AFAM, che da oltre 25 anni dovrebbe essere assimilato al modello universitario, è l’esempio
più chiaro di questa ambivalenza. Nell’anno accademico 2023-2024, il sistema contava circa 18.400 docenti, di cui il 51% composto da collaboratori esterni con docenza a contratto e non strutturata, con una disparità ancora più evidente nelle istituzioni non statali, dove il 91% dei docenti è precario. Figure non di ruolo, spesso con incarichi annuali o addirittura semestrali, rinnovati di volta in volta senza alcuna certezza di continuità.
La pluripresenza diventa dunque necessità: senza una frammentazione di occupazioni, la sopravvivenza economica è compromessa.

Ma se guardiamo fuori dai Conservatori, la situazione è ancora più complessa.
Le scuole civiche e i corsi organizzati da enti locali o regionali si reggono in gran parte su contratti di collaborazione coordinata e continuativa, rinnovati anno per anno.
La precarietà non è soltanto salariale: mancano contributi previdenziali adeguati, coperture per malattia o maternità, percorsi di progressione professionale. In molte realtà, la didattica musicale è gestita come attività di ‘servizio culturale’ più che come parte integrante del sistema educativo.
Così, paradossalmente, l’insegnamento musicale si rivela la stampella invisibile di un intero settore: indispensabile per dare continuità economica ai musicisti e culturale alla società, ma sottovalutato e trattato come marginale.

La conseguenza più evidente è che il tempo dedicato alla musica in quanto arte, allo studio, alla ricerca, alla preparazione e alla scrittura, viene costantemente ridotto.

Resta ben poco spazio per quella dimensione creativa che dovrebbe essere il cuore della pratica musicale e quando lo spazio c’è, manca la serenità per occuparsene.

Il tempo rubato all’arte

Il sistema chiede innovazione, qualità, partecipazione ma, lo fa senza offrire le condizioni minime perché queste parole possano diventare realtà quotidiana. Chiede a chi lavora nella musica di portare il massimo, ma restituisce in forma di incertezza, discontinuità e senso di precarietà.

Ogni settembre, il mondo musicale italiano si rimette in moto. Ma lo fa sulle spalle di lavoratori e lavoratrici che raramente vengono considerati come tali.

Alla fine, in Italia, non si è ancora deciso se la musica sia davvero una professione o solo una vocazione.
E in quella terra di mezzo, tra romanticismo di facciata e disinteresse istituzionale, continuano a muoversi migliaia di persone che lavorano ogni giorno per tenere in piedi l’impalcatura invisibile della cultura musicale italiana.

Ogni settembre, il mondo musicale italiano si rimette in moto. Ma lo fa sulle spalle di lavoratori e lavoratrici che raramente vengono considerati come tali. Persone che preparano, spiegano, scrivono, suonano, insegnano, dirigono, organizzano. E poi ricominciano daccapo.

Com’è possibile che in una società che consuma musica senza sosta, chi la produce debba ancora difendere la propria legittimità professionale?

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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