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Franco Battiato, “seguendo linee per moto contrario”

di Marta Jane Feroli - 17 Agosto 2021

Nessuna parola spesa per parlare di Franco Battiato sarebbe capace di catturarlo davvero. La sua dipartita ha suscitato un’onda emozionale e, a tre mesi dalla scomparsa, Quinte Parallele celebra il suo ricordo cercando di osare, così come lui ha osato nella sua arte.

Sicuramente quando si nomina Franco Battiato, non esiste incolumità, la sua musica è inestricabilmente parte dei ricordi o degli affetti di ognuno di noi. Tutti sanno che è stato un artista completo, in grado di far echeggiare nella sua musica messaggi importanti, educativi, a volte dottrinali, essenziali, facendo giungere le nostre emozioni allo status di quiete profonda.

Qualcuno ha provato ad infilarlo nell’enorme scatola del pop, qualcuno ha provato ad etichettarlo come minimalista, ma la cosa più comune, quando si parla di Battiato, è quel senso di inafferrabilità e di prospettiva multipla, la stessa sensazione che abbiamo quando guardiamo le scale di Escher. La sua personalità artistica ha attraversato anni e stili, tuttavia è rimasto ostinatamente fedele a se stesso, così molti elementi rimangono immutati, probabilmente perché parte integrante della sua entità più profonda, al di là dell’essere artista, come il suo amore profondo per la musica colta, l’immancabile aspetto spirituale profondamente legato alla sua esperienza musicale, ed il suo innato istinto di sapersi volgere sempre al futuro.

La spiritualità e la musica in Battiato non sono un binomio, ma un continuum, e la ritroviamo protagonista in tutta la sua produzione. Lui stesso ha dichiarato che il suo scopo in alcuni lavori è stato quello di far raggiungere stati primordiali o dimostrare la pochezza dell’uomo sulla Terra, prenderne atto, così da raggiungere il sacro e il sottile. Questo spirito così elevato lo troviamo anche celebrato nei suoi testi, in cui il suo essere abile paroliere gli ha permesso di trattare argomenti tra i più disparati, vantando testi infarciti di citazioni colte, riferimenti filosofici e talvolta ispirazioni esoteriche, apparentemente decontestualizzati, ma dietro il gioco di parole si celano tratti autobiografici, ricordi, o anche invettive e denunce sociali, impegnati ad esaltare la vera trama della canzone, spesso nascosta dal ballabile ritmato.

Negli anni ’70 avviene una doppia svolta fondamentale per il Maestro Battiato: una artistica, perché deciderà di dedicarsi alla sperimentazione, una umana, che lo porterà ad avere esperienze di tipo spirituale e lo farà avvicinare agli insegnamenti di Gurdjieff, uno dei più influenti maestri nella storia dell’esoterismo contemporaneo, che probabilmente sarà l’aspetto che lo influenzerà di più nella sua vita spirituale e di riflesso musicale. Inizia così, anche in maniera estremamente radicale, a catapultarsi in esperimenti musicali a volte difficilmente codificabili, e già da qui possiamo intravedere un aspetto fondamentale della sua personalità: il talento nel saper guardare oltre, l’innato istinto di rivolgersi verso il futuro, verso le nuove tecnologie e soprattutto verso nuove possibilità. Già in questa sua fase l’aspetto spirituale è un cardine, perché queste improvvisazioni su tastiere elettroniche sono quasi una sorta di meditazione e trascendenza. Alla ricerca di un centro di gravità permanente trapassa la sperimentazione bramando attraverso la musica, uno stato sensoriale più elevato. Ricordiamo a tal proposito , brano inserito nel disco Battiato del 1978, in cui usa esercizi di canto lirico e pianoforte per immergersi in una trance pura, mettendo dunque su carta alcune emozioni uniche e irripetibili che sicuramente ognuno di noi prima o poi nella vita ha provato durante lo studio o una lezione con lo strumento.

Inoltre non tutti sanno che, oltre alle canzoni che tutti conosciamo, oltre la sperimentazione, si è cimentato anche in opere colte, e portando la sua passione per il classico in ogni campo artistico da lui esplorato, non solo musicale, perché Battiato si è prodigato anche in campi come la pittura e la regia, dando alla luce film paradossali, che ricalcano la sua prima fase musicale.

Portiamo la dovuta attenzione sugli aspetti del Battiato che ha fatto la storia della musica, partiamo dal suo repertorio popular: il suo è un pop colto, divertente e divertito, che ha rivoluzionato il panorama della musica italiana, attraversandola per più di mezzo secolo, partendo dal beat, quando il suo nome figurava ancora come Francesco Battiato e la sua voce era incisa sui flexi-disc della Nuova Enigmistica Tascabile. Possiamo dire che tutti conosciamo la sua lezione post moderna sul pop, una musica basata su ardite contaminazioni, sonorità classiche sapientemente mixate a sintetizzatori, inserite in formule a tratti cameristiche a tratti affiancate al rock. Uno dei grandi riconoscimenti da attribuirgli è sicuramente quello di aver scavalcato il format della canzone classica, inseguendo con profitto una poetica che tende a svincolarsi dalle restrizioni di tempo imposte dagli schemi tipici della canzone e assumendosi il ruolo di topos.

Ma le sue sono davvero canzoni, o alcune sono piuttosto dei Lieder?

Francesco Libetta, pianista poliedrico e suo storico collaboratore, definisce la sua canzone La cura una vera e propria passacaglia:

Franco Battiato ci lascia la sua arte assoluta e la sua libertà dai preconcetti. La sua musica non è etichettabile, basti pensare ad una canzone presente nei ricordi di tutti, La cura, non è una canzone, ma una meravigliosa passacaglia, libera da qualsiasi formula, non ha niente a che fare con ritornelli o refrain, e così anche nella mia versione per pianoforte solo ho deciso di non cambiare nessuna armonia o struttura, ma riorganizzarla strumentalmente inserendo solamente note di timbro. E ricordo ancora la sua espressione quando per la prima volta ha ascoltato questa mia versione: rideva, gli piaceva molto. Credo che il vero capolavoro di Franco Battiato sia stato il suo atteggiamento di non occupare un posto già esistente, non ha mai esplorato sentieri già battuti, e ci ha lasciato incapaci di raccogliere quel ruolo. Ha saputo giocare con il materiale artistico, così come un bambino gioca sporcandosi, in modo naturale e sventato, e ora noi abbiamo la grande responsabilità di cercare di riordinare la sua figura, lasciandola così salda nella mente dei posteri.

Infatti, uno degli aspetti caratterizzanti di Battiato è il suo perpetuo ispirarsi e attingere alla musica colta, sporcandosi le mani, come farebbe un pittore con i suoi colori, e cimentandosi in vari campi, con grande naturalezza.

Abbiamo visto che uno dei tanti sentieri artistici da lui percorsi è stata la sperimentazione, ed è riuscito a portarla in campi inediti, arrivando nella sua ricerca sonora alla contemplazione e all’ebbrezza, e anche qui la passione per la musica colta fa spesso capolino, tra campionamenti di musiche arabe a dissonanze ad accelerazioni sintetiche, loop e mescolanze troviamo cori, orchestre trattate, fino ad arrivare a distorsioni provenienti anche dal repertorio classico, come il campionamento rallentato del Benedictus della Missa Papae Marcelli di Pierluigi da Palestrina, scomponendo e ricomponendo così puzzle di memoria multipla.

Un altro punto di svolta fondamentale, che cambierà per sempre la vita di Battiato e di riflesso del suo pubblico, è l’incontro con l’avanguardia: la sua estrema sperimentazione non passa inosservata da Karlheinz Stockhausen che, interessato dagli esperimenti di Battiato, lo invita a Colonia per proporgli di interpretare il mimo nella sua Inori, meravigliosa preghiera musicale per mimo, danzatore e orchestra. Quando Stockhausen mostra la partitura al giovane Franco, si accorge che non sa leggere la musica. Così Stockhausen gli darà quel consiglio che cambierà letteralmente la sua vita: lo invita a studiare la musica, ad imparare a leggerla, per il suo futuro. Battito, con la tenacia che da sempre lo ha contraddistinto fa un’immersione nella musica, studiando solfeggio, pianoforte e violino, facendo una full immersion che gli permise di costruire negli anni successivi l’immensa eredità musicale che ci ha lasciato, intraprendendo così un percorso che cambierà la sua vita per sempre.

Questo lo porta a scrivere L’ Egitto prima delle sabbie, un brano del 1978 totalmente basato sulle armoniche prodotte dal pedale del pianoforte, in maniera continua, come un mantra. Il pianista Carlo Guaitoli, instancabile braccio destro di Franco Battiato e uno dei suoi più grandi interpreti, ce lo racconta:

L’Egitto prima delle sabbie fa parte del periodo successivo alla sua prima sperimentazione, in questo momento Battiato si dedica allo sperimentale ma di tipo acustico. È in un periodo in cui sperimenta cose nuove, è alla ricerca di nuovi timbri ed effetti, incantato da tutto ciò che può estrarre da strumenti acustici utilizzando meccanismi diversi. Qui nello specifico andava alla ricerca di qualcosa di sorprendente. L’Egitto prima delle sabbie ebbe la notorietà dal fatto che vinse il premio Stockhausen nell’edizione del 1978. In questo brano l’ispirazione a Gurdjieff è su vari fronti, già dal titolo troviamo il suo zampino: Gurdjieff riteneva di aver trovato le prove di una civiltà antica molto evoluta, che esisteva nelle terre di Egitto prima della desertificazione, che già conosceva aspetti fondamentali dell’essere umano e della vita sulla terra. Ma l’ispirazione al Maestro la ritroviamo anche nella scelta di un procedimento compositivo “nascosto”, tecnica utilizzata dallo stesso Gurdjieff per insegnare e trasmettere le sue conoscenze ai suoi discepoli. E così questo brano, apparentemente semplice e basato sulla ripetizione dello stesso arpeggio, cela in realtà molte complessità ricercate accuratamente. Battiato lo costruisce su delle micro variazioni di risonanze e pause, utilizzando una tecnica che potremmo definire di rilascio. E’ infatti rilasciando i tasti che formano l’arpeggio, ogni volta con combinazioni diverse, che vengono prodotte le risonanze delle note basse del pianoforte tenute con un pedale tonale. Man mano che l’orecchio si abitua all’ascolto, inizia a percepire queste risonanze come se fossero melodie emesse da un altro strumento. Tecnicamente è per il pianista un procedimento nuovo e non semplice, una sorta di tecnica al contrario.

Franco Battiato era così, tenace, spiazzante, libero, non seguiva regole o forme precostituite e amava sperimentare sempre qualcosa di nuovo. Un approccio alla base da autodidatta, anche se nobilitato dalla conoscenza e dall’utilizzo delle tecniche colte; un approccio che per lui non è mai stato un limite, anzi un punto di forza e l’elemento di originalità̀ che ha caratterizzato tutta la sua musica, sia quella leggera che quella colta. Uno stile unico, dettato da una linea di tipo estetico intellettuale e da un’impostazione non consolidata, senza leggi o rigide regole compositive; il suo scrivere nasceva dalla sua ispirazione sonora, dal talento e dal grande lavoro. E l’aspetto importante è che questo gli ha permesso di scrivere la musica colta con l’atteggiamento della musica leggera, e la musica leggera con l’atteggiamento di un compositore classico, pensando di scrivere non canzoni, ma veri e propri Lieder, nei quali ogni particolare è essenziale e nessuna nota può essere mutata, altrimenti crollerebbe tutto.

Pensiamo all’album Come un cammello in una grondaia, del 1991, nel quale troviamo due tipi di Lieder a confronto: le sue canzoni meravigliose come Povera patria, affiancate da reinterpretazioni di grandi Lieder del passato interpretati dalla sua voce pura, o pensiamo alla canzone Stranizza d’amuri, che recupera dei materiali di brani come Agnus, esperimenti musicali con una profonda coerenza classica.

Quanto della musica colta riusciamo a cogliere in Battiato? Lui stesso in un’intervista racconta:

La musica classica da sempre è stata la mia passione e mi ha aiutato ad alzare il tiro della musica leggera, permettendomi di scavare in maniera più profonda nei sentimenti umani più disparati.

Battiato ha saputo accompagnare il suo pubblico nel suo spirito lirico più profondo, inserendo ispirazioni, citazioni colte nel suo repertorio popular o sperimentale, affidando al pianoforte di Ballista o al violino di Giusto Pio i ruoli di virtuosi solisti, arrivando così a proporre opere squisitamente colte ben strutturate e farcite di spunti avanguardistici. Infatti il repertorio di Battiato vanta una Messa Arcaica, del 1994, una pura immersione nella ricerca di risonanze affettive, basata su una dilatazione dello spazio percettivo e incentrata spesso in zone modali, e ben quattro opere vere e proprie: Genesi, Gilgamesh, Il Cavaliere dell’Intelletto e Telesio.

Nelle sue opere il discorso centrale ruota sempre intorno al senso della morte nel significato della vita, passa dentro una ricerca del suono, sfoggiando immancabilmente il suo dualismo classico elettronico più ostinato, portandoli sullo stesso piano. Diamo un rapido sguardo a questi suoi capolavori:

Genesi, eseguita al Teatro Regio di Parma nel 1987, risultato dell’esperienza con Stockhausen e di Gurdjieff, nella quale si percepisce una profonda ricerca del suono. Unisce il classico con l’elettronica digitale, sfruttando le migliori tecnologie dell’epoca, e mostrandosi nella sua migliore versione visionaria: unisce ibridi di coro vero e campionato, ci regala mescolanze di linguaggi affiancando a quello occidentale arie mediorientali, raccontando attraverso le lingue più disparate (sanscrito, greco, turco e persiano) una storia della creazione, ma in senso lato, regalandoci uno sguardo dell’oltre.

Gilgamesh, del 1993, anch’essa un’opera con chiara digitalizzazione, racconta l’omonimo mito dilatando melodia e armonia, portando il pubblico sempre più vicino ad una meditazione trascendentale  sul nostro essere sulla Terra, interrogandolo sulla tensione ad ascendere verso lo spirito, raccontando che non c’è inizio ne fine.  La terza opera è Il cavaliere dell’intelletto, con la collaborazione di Manlio Sgalambro, ispirata alla vita di Federico II. In questa regna sovrana l’opposizione recitativo-silenzio inserendo nelle pause campionamenti tra i più disparati, trasportando il pubblico in un tacet contemplativo.

L’opera Telesio invece, avanguardia pura, è del 2011. Centrata sul filosofo Bernardino Telesio, in quest’opera Battiato sembra asciugare le note, catapultandole in un’esperienza multimediale totalmente innovativa portando per la prima volta in scena degli ologrammi spiazzando il pubblico che non sa distinguere più tra il presente e assente, catapultandolo in una metafora di una vita sempre più sintetica e artefatta.

E così Franco Battiato ci consegna questo, la sua arte assoluta, una musica pura, ricercata, divertente e divertita sedimentata nella memoria storica di varie generazioni, inserita in un periodo eterno di veglia e risveglio, consegnandoci il suo Yin e Yang musicale spirituale, ricordandoci la vera essenza dell’uomo sulla Terra e soprattutto lasciando quella seggiola vuota che nessuno sa riempire.

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