Essere Peppe Vessicchio
di Carlo Emilio Tortarolo - 9 Novembre 2025
Come un direttore d’orchestra è diventato un personaggio collettivo
C’è stato un momento, sabato 8 novembre, in cui l’Italia si è fermata.
Per una volta non per un dramma politico o per una partita decisiva, ma per la morte di un musicista, anzi di un direttore d’orchestra. Eppure, nessuno l’ha vissuta come la notizia di un musicista scomparso: sembrava piuttosto la perdita di un familiare, di una voce buona che accompagnava le nostre serate da decenni.
Sui social non si contavano i messaggi: “Ciao Maestro”, “Ci mancherai”, “Anche la musica oggi è un po’ più stonata” anche se la triste iconoclastia della foto con il soggetto appena deceduto continua a insozzare questi messaggi di commiato. In mezzo ai meme e alle foto di Sanremo, la sensazione era chiara: non era morto ‘solo’ un personaggio televisivo, ma il Maestro per eccellenza.

In un Paese dove i titoli si sprecano e in cui stiamo ancora a sindacare se usare l’equivalente femminile di Maestro perché ricorda troppo docente delle materne, Beppe Vessicchio era riuscito comunque a restituire peso e tenerezza a quella parola. Non è semplice spiegare perché proprio lui.
Perché in mezzo a centinaia di direttori, musicisti, arrangiatori, è stato Vessicchio a diventare il volto di un mestiere che di solito resta invisibile, quanto meno in televisione. Forse perché, più di chiunque altro, ha incarnato l’idea che competenza e popolarità non siano due poli opposti.
Era colto ma non accademico, ironico ma mai superficiale. Sapeva parlare di armonia senza farne una lezione, e dirigere una canzone di Sanremo con la stessa attenzione con cui un altro dirigerebbe il repertorio classico. Era, in fondo, la prova vivente che si può entrare nel mondo dello spettacolo senza perdere la propria serietà.
Era, in fondo, la prova vivente che si può entrare nel mondo dello spettacolo senza perdere la propria serietà.
L’attenzione mediatica italiana ha avuto, negli anni, due grandi direttori d’orchestra simbolo. Uno è Riccardo Muti, l’altro è Beppe Vessicchio. Il primo rappresenta l’autorità della musica colta, la serietà della tradizione, il prestigio delle grandi sale internazionali e dei teatri storici. Il secondo è il suo doppio popular: la stessa postura, la stessa cura per il suono, ma spostata su un altro palcoscenico, quello televisivo, dove l’applauso arriva tra una pubblicità e un jingle.
Vessicchio non ha mai fatto finta di essere un “Maestro pop”: era semplicemente un musicista completo, capace di suonare con la stessa dedizione nel tempio e nella piazza. Forse per questo ha saputo conquistare tutti. La sua storia personale basterebbe da sola a raccontare un pezzo d’Italia.
Nato a Napoli, diplomato in composizione, autore di colonne sonore e arrangiatore per decine di artisti, da Gino Paoli a Zucchero, da Elio e le Storie Tese a Ornella Vanoni. Negli anni Ottanta, mentre il pop italiano cercava una sua grammatica, lui costruiva armonie che sapevano unire orecchio e cervello. Quando poi arrivò a Sanremo, non lo fece da intrattenitore, ma da artigiano: portando dentro la macchina televisiva un’idea antica della musica, fatta di mestiere, di ascolto e di pudore.
Con la sua barba bianca e il modo lento di parlare, sembrava un personaggio di un’altra epoca. Ma era un anacronismo felice, perché ricordava al pubblico che la musica, prima di essere spettacolo, è lavoro, relazione e respiro collettivo.
Ricordava al pubblico che la musica, prima di essere spettacolo, è lavoro, relazione e respiro collettivo.
In un ambiente spesso dominato da protagonismi, Vessicchio era il contrario della star a cui siamo abituati. Il suo gesto non era mai teatrale, la sua bacchetta sembrava un prolungamento naturale del corpo e non una clava brandita come arma da scena. Aveva quella qualità rara che potremmo chiamare autorità gentile: riusciva a comandare un’orchestra senza mai imporsi e a catturare l’attenzione del pubblico senza alzare la voce.
Ed è forse qui che si trova la lezione più grande che ci lascia: l’idea che si può essere autorevoli restando umani. Che si può parlare di musica con serietà senza essere seriosi o giullari. Che la competenza non deve travestirsi da spettacolo per essere ascoltata.
In fondo, Vessicchio non ha mai rinunciato a ciò che lo definiva: un direttore. Ma ha saputo tradurlo in linguaggio popolare. Nelle sue mani, la bacchetta diventava un segno di fiducia, un modo per dire che dietro ogni canzone, anche la più semplice, c’è un lavoro d’insieme. È difficile trovare un altro nome che abbia rappresentato così bene la musica come comunità: il gesto che unisce, che armonizza, che tiene tutto insieme mentre il mondo, fuori dal palco, suona ognuno per sé.
Molti gli episodi della sua storia televisiva, fra serio e faceto, in cui lui diventava personaggio di sé stesso. Ma quel gioco ironico non lo ha mai ridicolizzato: lo ha, anzi, consacrato. Perché per essere al centro di una parodia bisogna essere già simbolo. E lui lo era, con quella barba biblica e il sorriso mite.
Era diventato un’icona pop, ma senza smettere di essere musicista: un equilibrio che pochissimi riescono a mantenere. Oggi, nel ricordarlo, viene spontaneo chiedersi che cosa resta del suo esempio. Non tanto nella musica, ma nel modo di stare nel mondo della musica.
In un’epoca di visibilità compulsiva, in cui tutto dev’essere immediato, virale, tagliabile per i reel, Vessicchio rappresentava il contrario: il tempo lungo della preparazione, la calma dell’ascolto, la pazienza del gesto misurato.
Era, in un certo senso, l’ultimo testimone di un’idea di televisione che sapeva ancora ascoltare, e di un’Italia che riconosceva nel ‘Maestro’ una figura non paternalistica ma condivisa, un adulto che non fa la morale ma dà l’esempio, un musicista che spiega e non urla.
Perché, a ben guardare, essere Beppe Vessicchio non voleva dire essere famosi, ma essere credibili. E questa è una lezione che va oltre la musica. Chi, oggi, saprà incarnarla ancora? Chi avrà la forza di insegnarci che si può dirigere un’orchestra, un pubblico, o persino un Paese, senza bisogno di gridare?
