Conservatorio in tre atti
di Carlo Emilio Tortarolo - 28 Luglio 2025
Fra formazione, produzione e ricerca nelle pieghe delle responsabilità dello Stato
Che cos’è davvero un Conservatorio oggi?
La risposta sembra facile, quasi ovvia: un luogo dove si insegna musica.
Ma basta scorrere le norme che regolano il sistema AFAM (ndr Alta Formazione Artistica e Musicale) per capire come la questione sia più complessa. La legge n. 508 del 1999, che disciplinò il passaggio dal vecchio ordinamento di matrice fascista al nuovo ordinamento universitario, afferma che i Conservatori ‘…svolgono attività di formazione, di produzione e di ricerca in ambito artistico e musicale’. Tre missioni, tre gambe su cui dovrebbe poggiare l’intero sistema accademico artistico con l’obiettivo ambizioso di essere non solo scuole, ma veri centri culturali universitari, ponte naturale fra il mondo musicale e la scuola dell’obbligo.

Sulla carta, un mandato affascinante e ambizioso.
Ma basta avvicinarsi un poco di più a questo ‘tavolo a tre gambe’ per capire che il punto d’appoggio non è in equilibrio: una gamba solida, una che regge e una terza che traballa vistosamente.
La formazione è sicuramente l’aspetto più in forma. È la ragione d’essere dei Conservatori da oltre un secolo: studenti che imparano a suonare, cantare, comporre, insegnare tanto nella classica quanto nelle nuove discipline jazz e pop-rock.
Nonostante l’incertezza legata a un ordinamento universitario non ancora del tutto digerito, dopo oltre settant’anni di didattica ‘ottocentesca’, l’organizzazione appare sempre più rodata: docenti sempre più preparati alla missione universitaria, corsi accademici più chiari e percorsi formativi a misura di studente.
La seconda gamba, la produzione, prevede che i Conservatori siano anche centri attivi di concerti, spettacoli e, a seconda delle disponibilità organizzative ed economiche, festival. E qui le cose iniziano a farsi più sfumate. Molti istituti organizzano eventi di alto livello, ma nella maggior parte dei casi si tratta di concerti “di casa”, dedicati a studenti e famiglie. Preziosi, certo, ma lontani da quell’idea di produzione artistica professionale che la normativa sembrerebbe suggerire, non solo quale occasioni d’esecuzione, ma anche momento di formazione del pubblico, di creazione di circuiti e di sperimentazione di linguaggi.
E poi c’è la terza gamba: la ricerca.
Un termine che nei Conservatori per decenni ha suonato quasi come un’esotica lingua straniera. Per anni si è tradotto in qualche sporadica pubblicazione musicologica o in progetti di ricerca artistica non sempre strutturati.
Nel 2024, grazie ai fondi del PNRR, è arrivata invece una piccola rivoluzione: i primi dottorati di ricerca interni ai Conservatori. Una novità storica che ha acceso qualche entusiasmo e contemporaneamente alcune preoccupazioni. Perché? Perché le oltre 400 borse attivate hanno copertura solo per il triennio in corso. E poi? Nessuno lo sa.
Un problema che le università conoscono bene, loro nel frattempo sono già al 40° ciclo, ma che hanno imparato ad arginare costruendo reti e partner stabili, sfuggendo alle dinamiche cangianti del finanziamento ministeriale. I Conservatori, salvo pochi casi virtuosi, hanno preferito muoversi da soli o in reti più o meno grandi con altre istituzioni AFAM. Un’autonomia che, senza risorse e personale stabile, rischia di rimanere purtroppo velleitaria.
Vanno poi riportati i dubbi espressi dal mondo universitario nei confronti dell’approccio alla ricerca all’interno del modello AFAM, il cui modello didattico è storicamente più orientato alla formazione musicale pratica che alla costruzione di un vero metodo scientifico di ricerca.
Ciò comporta un cortocircuito evidente in cui si richiede ai Conservatori di sviluppare progetti musicologici e di ricerca artistica con la stessa solidità metodologica dell’accademia universitaria, ma basandosi su un impianto didattico costruito per formare esecutori, compositori e docenti, quindi più affermati nell’impianto esecutivo che in quello di ricerca. Una differenza strutturale che rischia di penalizzare i dottorati AFAM, almeno in partenza e in queste fasi iniziali.

Non mancano però gli esempi che mostrano come questi tre atti, formazione, produzione e ricerca, possano e debbano suonare insieme.
Uno dei più riusciti è il progetto The Journey del Conservatorio ‘J. Tomadini’ di Udine, un mediometraggio-documentario nato attorno alla prima esecuzione della composizione per Quintetto per pianoforte e archi del compositore Jorge Andrés Bosso, ex docente di Musica da Camera dell’istituto.
Il brano, ispirato alla poesia Up-Hill di Christina Rossetti e alle lettere di Vincent e Theo Van Gogh, ha trovato una sua filiera produttiva nella composizione-esecuzione-registrazione nella suggestiva chiesa di San Martino ad Artegna, da parte di un ensemble composto dallo stesso Bosso (violoncello), con Alessandro Tenaglia al pianoforte (dedicatario del brano), le violiniste Francesca Monego e Hanna Schmidt, e Francesco Lovato alla viola.

Un prodotto cinematografico, con fotografia e montaggio curati da Marco Falanga e Beatrice Demori, che unisce estetica visiva e sonora in una vera esperienza multisensoriale, capace di abbracciare musica, immagine, spazio sacro e paesaggio.
Già proiettato nei circuiti cittadini e ora proposto anche in dvd, rappresenta un modello di alto profilo: c’è la produzione (un film e un’esecuzione di alto livello), c’è la ricerca (un lavoro che intreccia musica, immagine e parola) e c’è la formazione (studenti e docenti coinvolti nel processo), in piena coerenza con una missione formativa contemporanea.
Anche altri Conservatori si stanno muovendo in questa direzione.
Al Conservatorio di Rovigo, ad esempio, sono stati creati dottorati molto specifici come “Musica perseguitata e patrimoni musicali” e “Musica pianistica italiana”, con collaborazioni che portano la ricerca al di fuori delle mura accademiche.
Sono esperienze che dimostrano che la tripla missione non sia un’utopia, ma, una proliferazione in attesa di farsi sistema. Ma per quanto preziose, rimangono eccezioni fino ad un nuovo corso di ricerca artistica, portato avanti con coscienza e competenza.
Sono esperienze che dimostrano che la tripla missione non sia un’utopia, ma, una proliferazione in attesa di farsi sistema.
Qui però terminano le eventuali ‘colpe’ del sistema AFAM.
La verità è che senza una visione politica chiara, la triplice missione dei Conservatori rischia di restare un’enunciazione di principio perché produzione e ricerca sopravvivono grazie all’iniziativa dei singoli istituti o dei singoli docenti, senza una rete nazionale che le sostenga.
Il Ministero dell’Università e della Ricerca avrebbe il compito di costruire un quadro strategico: definire standard per la produzione, garantire budget strutturali per la ricerca e perché no, favorire sinergie con le università. Finora, però, si è limitato a interventi episodici, come il PNRR, senza una visione di lungo periodo.
E così, il Conservatorio italiano resta sospeso tra l’essere quello che è sempre stato, una scuola di musica, e quello che dovrebbe essere: un centro che forma, produce e ricerca. Con la sensazione che, almeno per ora, a reggere davvero il tavolo sia una sola gamba.
Ma per quanto ancora?
