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2020 Anno Zero: Rustioni, un’identità per l’ORT

di Alessandro Tommasi - 23 Febbraio 2021

ll 2020 ha portato innumerevoli cambiamenti nelle nostre vite, nelle nostre abitudini e nel mondo della musica. Non tutti sono stati necessariamente negativi, nonostante le difficoltà: molte istituzioni musicali hanno cambiato volto, si sono adattate per rispondere alla situazione e alcune di queste hanno rinnovato i propri vertici, riconfigurando il panorama artistico manageriale italiano. Per questo abbiamo scelto di incontrare i nuovi volti delle Sovrintendenze e delle Direzioni Artistiche e Generali di teatri, orchestre, istituzioni concertistiche, festival, e accademie italiane, per capire dove andrà la nostra musica nei prossimi giorni, nei prossimi mesi e nei prossimi anni, quali sono i progetti più a lungo termine e cosa possiamo imparare da questo periodo per risolvere problemi con cui conviviamo spesso da molto più tempo. La quarta tappa di questo nostro percorso è Daniele Rustioni, dal settembre 2020 Direttore Artistico dell’ORT – Orchestra della Toscana, di cui è stato per nove anni Direttore Principale.

Com’è nata questa tua nomina?

È un impegno segnato dalla continuità! Dopo nove anni come Direttore Principale mi trovo qui per la mia prima esperienza di direzione artistica, un’esperienza che però intraprendo con un’orchestra che conosco profondamente. Infatti tra le cose che più mi ha fatto piacere è stato vedermi riconfermata la fiducia da parte di una realtà che seguo da tanti anni, una conferma arrivata da tutti, professori d’orchestra inclusi, e che è arrivata in un anno particolare: nel 2020 l’Orchestra della Toscana ha compiuto 40 anni!

Quali saranno le tue prime azioni?

La prima sfida da affrontare è mantenere gli impegni, anche per aiutare tutti gli artisti liberi professionisti, rimasti senza alcun aiuto da marzo. Lo trovo fondamentale, proprio da un punto di vista etico. Dopodiché bisogna lavorare molto sullo streaming: è importantissimo continuare a far suonare i musicisti, l’orchestra è uno strumento che se non si trova regolarmente per provare ne porta le conseguenze. Ed è importante anche per mantenere un rapporto con il nostro pubblico. Per assurdo, poi, a causa di questa situazione abbiamo potuto invitare artisti normalmente quasi inarrivabili per l’ORT. È venuto a dirigere Gianandrea Noseda, che non dirigeva l’Orchestra da vent’anni, abbiamo avuto il debutto (!) di Fabio Luisi, cioè, son belle soddisfazioni! I prossimi eventi li stiamo programmando in questa direzione, sfruttando le opportunità che questa situazione ha generato.

Parlando di questa situazione: com’è assumere il comando artistico dell’ORT proprio nel 2020?

(ride) Allora. L’orizzonte temporale dell’organizzazione è estremamente ridotto. Ci siamo ritrovati tutti a organizzare di mese in mese. Nel mondo musicale siamo abituati a programmare almeno con un anno e mezzo di anticipo, adesso prendiamo decisioni per il mese prossimo. Devo davvero ringraziare la Fondazione e la Direzione Generale dell’ORT, anche perché fare streaming vuol dire tanta organizzazione e soprattutto aprire il portafogli. Quasi nessuno si rende conto di quali siano i costi per mandare un concerto in streaming, prima ancora di pagare i cachet dei musicisti. E quest’anno ci siamo ritrovati a fare più concerti che in una stagione normale, ogni venerdì ne usciva uno! Però è una cosa di cui sono convinto: proseguire questo percorso significa anche creare un archivio audiovideo, di cui non tutte le orchestre italiane sono dotate. Eccetto la RAI, ovviamente! La disponibilità online di questi materiali ha poi influenzato le scelte di repertorio: sappiamo quanto piattaforme e canali social siano una miniera di informazioni e di musica, quindi abbiamo cercato delle proposte non scontate. Con Luisi abbiamo programmato la Sinfonia Santo Sepolcro di Vivaldi, anche perché non ci sono migliaia di esecuzioni di quella Sinfonia e avere Luisi e l’ORT tra i primi risultati di un motore di ricerca è importante. Discorso affine con la versione cameristica della Quarta di Mahler, di cui in Italia probabilmente non c’è un’esecuzione di riferimento. Questo d’altronde è un percorso che avevo già intrapreso come Direttore Principale, con le tre incisioni per Sony dedicate al Novecento italiano, incisioni che sono uno splendido biglietto da visita. E così i concerti in streaming: avere questi concerti a portata di click è un punto in più per la spendibilità dell’orchestra. Ovviamente serve una regia fatta bene, noi abbiamo otto camere, una GoPro puntata sul direttore, il Teatro Verdi nel cuore di Firenze, insomma è una soddisfazione anche per gli occhi. Anche i professori hanno gradito molto.

Come sta rispondendo l’Orchestra a questa situazione?

Ci siamo dovuti adattare. È più difficile suonare distanziati, è più difficile ascoltarsi, l’orchestra in platea, i timpani sul palco, non è ottimale, per niente. Però siamo riusciti ad aprire a giugno, dopo tre mesi che l’Orchestra era ferma, con la Terza di Beethoven. Sappiamo che Beethoven non fa sconti a nessuno, quindi è stato un po’ uno shock, però è stato importante. Superato quello scoglio, abbiamo iniziato a scoprire e apprezzare anche alcuni aspetti positivi: per dire, gli archi in platea suonano meglio che sul palco! Certo, a fine settembre abbiamo inaugurato la stagione in un modo che sembrava più ‘regolare’ e a fine ottobre ci siamo trovati di fronte alla scelta se cancellare la Sinfonia dal Nuovo Mondo o se rispostare tutto in streaming. Però in quel momento abbiamo potuto sfruttare l’esperienza (sia musicale che tecnica) maturata in estate e gli investimenti fatti hanno premiato. Poi, come dicevo prima, stiamo cercando di sfruttare le possibilità aperte di questa situazione. Trovarsi a programmare di mese in mese dà una carica adrenalinica folle, alzi il telefono, chiami colleghi direttori e solisti e anziché chiedergli cosa fanno nel 2025, gli chiedi cosa fanno a marzo dopo. Assurdo! Però questo, insieme ai rapporti costruiti in 13 anni di carriera, ci sta permettendo di chiamare alcuni grandi nomi. D’altronde con l’Orchestra ho preso l’impegno di cercare di invitare sempre direttori più bravi di me! È importante! (ride)

Questo è un nodo centrale: tu sei stato Direttore Principale per anni, ora ti trovi come Direttore Artistico a relazionarti con un Direttore Principale, Eva Ollikainen. Come funziona?

Finora ho parlato solo di direttori ospiti, hai ragione. Beh, il rapporto stiamo cercando di costruirlo, perché ahimè il Direttore Principale di fatto non ha diretto neanche un concerto da quando è stato nominato. A causa delle quarantene e delle restrizioni ai viaggi anche in Europa, Eva Ollikainen non è potuta venire, ma la stiamo aspettando con gioia! Ti posso già anticipare che curerà un progetto molto importante con le Quattro Sinfonie di Brahms distribuite su due anni. Su tutti i direttori ‘stabili’ c’è un progetto ritagliato su misura: io sono Direttore Laureato e così James Conlon, che ha dovuto rinunciare a molti progetti perché sarebbe dovuto venire dall’America, ma che curerà un approfondimento sulle ultime Sinfonie di Mozart. Uguale anche per i Direttori Ospiti Principali, Nil Venditti per esempio ha un progetto molto importante legato al suo profilo internazionale, che si sta rapidamente sviluppato e l’ha portata dal 2019 a divenire assistente della Netherland Philharmonic Orchestra. Avete già avuto un assaggio di che tipo di progetti curerà e con che tipo di solisti lavorerà! Nil sarà molto presente anche in streaming, dove il pubblico l’ha già potuta apprezzare, ad esempio, con il Concerto per clarinetto di Mozart suonato con Kevin Spagnolo, giovane clarinettista italiano veramente notevole.

Sia Nil Venditti che Kevin Spagnolo sono entrambi due nomi molto giovani. Qual è il ruolo dei giovani nella tua visione dell’ORT?

Questa è una cosa che mi interessa moltissimo, bisogna trovare un equilibrio: da un lato i grandi nomi, dall’altro le nuove leve. E non solo con progetti speciali, ma proprio in stagione. Penso che la mia missione sia coinvolgere tutti, orchestrali inclusi. D’altronde l’Orchestra della Toscana è un’orchestra da camera, dalle spiccate doti solistiche, e gli stessi professori sono sempre stati coinvolti come solisti in stagione. Questa prassi continua ora e continuerà nei prossimi anni sotto la mia direzione artistica.

Il ruolo del direttore artistico di un’orchestra, oltre alla creatività, alle idee e ai contatti, ti chiede anche di contribuire alla crescita dell’orchestra, al suo rinnovo e alla sua espansione sia come organico che come orizzonti. Quali sono i tuoi piani?

Mi hai appena toccato la questione dell’organico: essendo stato Direttore Principale, questo lavoro va in continuità con quello degli ultimi anni. Ho sempre fatto parte delle commissioni di audizioni e concorsi, ora sarò proprio presidente di quelle commissioni. Questo dell’organico è un punto centrale anche perché, pensaci, l’Orchestra della Toscana ha fatto ora 40 anni, nel 1980 sono entrati soprattutto ventenni e trentenni: quarant’anni dopo stanno andando tutti in pensione!

Ah.

Eh.

Nel giro di tre anni ci sarà un’orchestra nuova. E la direzione artistica si prende il solenne impegno di seguire la fase assolutamente critica del rinnovo e del ricambio.

Anche perché un cambiamento così rapido di musicisti corre il rischio di smantellare anni di lavoro sul suono di un’orchestra.

Infatti, la questione va gestita con intelligenza, l’inserimento deve avvenire lentamente, in modo scientifico e ponderato. Negli anni questo ricambio è già iniziato, soprattutto nelle prime parti degli archi e sappiamo che sono soprattutto le file degli archi a fare il suono dell’orchestra. I prossimi saranno anni cruciali. Quando l’ORT si presenterà al suo cinquantennale, sarà un’orchestra completamente nuova rispetto a quella delle origini.

Il primo album dedicato al Novecento italiano di Daniele Rustioni e l’Orchestra della Toscana

Parlando di sguardo a lungo termine, ti trovi ora a gestire la programmazione di una ICO, di poter agire direttamente sulle sue dinamiche artistiche e organizzative interne. Secondo te di cosa avrebbe bisogno l’ORT e di cosa ci sarebbe bisogno in Italia?

È una bellissima domanda, ti ringrazio. Vorrei prima di tutto rimarcare la responsabilità: l’Orchestra della Toscana è una ICO, ma è anche la prima ICO d’Italia, sono anni che il FUS le riconosce il punteggio più alto. È da sempre un punto di riferimento, fin da quando la fondò Luciano Berio. Infatti tra le  necessità c’è rafforzare l’attenzione verso il repertorio contemporaneo, alternando tournée nazionali o internazionali al lavoro capillare sul territorio toscano. Ma c’è un’altra questione che è fondamentale sul lungo periodo: l’identità. Negli ultimi anni ho aperto ad un repertorio molto ampio, portando l’ORT a suonare sinfonie di Čajkovskij, Sibelius, Rachmaninov, insomma brani anche ben al di fuori dal suo organico, ma credo che per il futuro sia importante insistere sull’identità italiana. Il che significa insistere sul repertorio contemporaneo italiano, significa non abbandonare il Novecento storico italiano, su cui non devo aggiungere nulla, ne abbiamo abbondantemente parlato al Circolo delle Quinte, ma senza fermarsi lì. Abbiamo un gruppo barocco interno all’orchestra e ci sono moltissimi brani inediti da affrontare, pensiamo agli archivi della Chigiana, tanti autori italiani (o addirittura toscani) del Sei- Settecento, mai eseguiti.

Questo anche in vista di progetti internazionali.

Esatto, quando andiamo all’estero ci rendiamo conto che siamo una delle migliori orchestre da camera d’Italia, ma in Italia si è sempre molto ‘comodi’ con le stagioni e questo riduce di molto la possibilità di scelta, soprattutto se sei un’orchestra da camera e l’organico limita già di suo le tue possibilità. Per ovviare a questo problema, penso che una formula da sfruttare di più siano le collaborazioni tra orchestre. Sappiamo che il Novecento storico italiano richiede spesso organici imponenti. Anche senza scomodare la Trilogia Romana di Respighi, per fare una Seconda o una Terza Sinfonia di Casella bisogna mettere insieme almeno due orchestre. Dunque, se tra i punti programmatici di due o tre ICO o Fondazioni Lirico-Sinfoniche compare la valorizzazione del repertorio italiano, allora perché non pensare ad un festival dedicato al sinfonismo nostrano? All’estero si usa, senza grandi problemi. Attento: non voglio in alcun modo apparire chiuso e nazionalista, ma mi trovo spesso a dirigere in Inghilterra e gli inglesi hanno da sempre esaltato il loro repertorio nazionale, da Elgar in poi. Perché non farlo anche noi? Questo ci aiuterebbe molto ad essere percepiti con chiarezza all’estero. Ci sono migliaia di orchestre che suonano meravigliosamente Mozart e Haydn, dunque perché chiamare l’Orchestra della Toscana? Questo si collega poi al discorso che ti facevo prima, sull’archivio audio-video. Se possono comprarti a scatola chiusa l’Italiana di Mendelssohn, non è detto che così sia per il Novecento italiano, o anche per la Quarta di Mahler in riduzione cameristica! Tenere vivo il repertorio nazionale, costruire una tua identità e poterla comunicare, al contempo aprendoti alle collaborazioni con altre orchestre, ecco questo penso sia qualcosa di cui c’è un grande bisogno in Italia.

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