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2020 Anno Zero: la nuova Scala di Dominique Meyer

di Alessandro Tommasi - 2 Febbraio 2021

Il 2020 ha portato innumerevoli cambiamenti nelle nostre vite, nelle nostre abitudini e nel mondo della musica. Non tutti sono stati necessariamente negativi, nonostante le difficoltà: molte istituzioni musicali hanno cambiato volto, si sono adattate per rispondere alla situazione e alcune di queste hanno rinnovato i propri vertici, riconfigurando il panorama artistico manageriale italiano. Per questo abbiamo scelto di incontrare i nuovi volti delle Sovrintendenze e delle Direzioni Artistiche e Generali di teatri, orchestre, istituzioni concertistiche, festival, e accademie italiane, per capire dove andrà la nostra musica nei prossimi giorni, nei prossimi mesi e nei prossimi anni, quali sono i progetti più a lungo termine e cosa possiamo imparare da questo periodo per risolvere problemi con cui conviviamo spesso da molto più tempo. A cominciare questo nostro percorso è Dominique Meyer, che dopo la nomina nel 2019 ha da maggio 2020 assunto pienamente il ruolo di Sovrintendente del Teatro alla Scala, la massima istituzione teatrale italiana.

Dottor Meyer, il suo incarico la porta ai vertici assoluti della cultura italiana. Qual è secondo lei il ruolo della Scala nel panorama nazionale e internazionale?

Beh, la Scala ha sempre avuto un ruolo di guida. D’altronde è il luogo in cui si sono svolti avvenimenti dall’alto valore simbolico. Pensiamo alla ripresa dopo la Guerra, pensiamo alla ripresa dopo la pandemia. A settembre, quando abbiamo portato il Requiem di Verdi al Duomo di Milano e a Brescia e Bergamo, ho visto subito che il senso, il valore simbolico di questi concerti era molto ben capito da tutti. Sul panorama, internazionale, invece, la Scala si colloca da sempre tra quei tre, quattro teatri più importanti al mondo. Senza necessariamente voler fare classifiche, ma possiamo affermare che Scala a Milano, Metropolitan di New York, Covent Garden a Londra e Wiener Staatsoper siano i più grandi teatri del mondo.

In termini di repertorio, come vede il futuro della Scala? Ricordo che prima della pandemia parlava della Scala come baluardo del repertorio operistico italiano.

Lo è sempre stato, sarebbe una follia andare contro questa tradizione, questa posizione. Bisogna andare avanti, aprendo con più forza a quelle parti di storia italiana che abbiamo trattato troppo poco, ad esempio il Barocco. Si dimentica troppo spesso che quest’arte è nata qui, in Italia, e che le prime opere erano tutte italiane. È il nostro compito dare più spazio a questo repertorio. Questo anche per altri motivi: abbiamo delle masse artistiche molto legate al repertorio italiano, con un colore che è specifico per l’identità sonora di questo repertorio. Si viene a Milano proprio sentire questo tipo di suono, di articolazione e trovo che sia giusto così. D’altra parte ciò non significa chiudere al repertorio internazionale, sia chiaro.

E nei confronti del repertorio contemporaneo? Si percepisce sempre una certa resistenza, in Italia, rispetto ad altri teatri d’Europa.

Sì, ma non vedo perché una maggiore apertura al repertorio contemporaneo non possa essere possibile. In passato, la Scala ha già prodotto nuove opere di grande spessore e anche oggi abbiamo già fatto partire nuovi progetti con compositori viventi. Per me, il repertorio contemporaneo in teatro, è una cosa assolutamente normale.

Speriamo dunque di poter tornare presto ad assistere a questi spettacoli dal vivo! Parlando della situazione di futuro, cosa ci attenderà in Scala dopo la pandemia?

Già durante la pandemia abbiamo lavorato molto sui programmi futuri, perché se è vero che non sappiamo cosa succederà domani, sappiamo benissimo cosa succederà il ’23, il ’24. Così abbiamo anche iniziato a far lavorare la squadra, che è veramente ottima, su due indirizzi: un programma tecnologico e un programma ecologico. Abbiamo una serie di giovani collaboratori under 40 che hanno studiato e sono veramente bravissimi. Io vorrei preparare con loro la Scala di domani, una Scala più moderna, più rispettosa dell’ecologia. Ho scoperto che usiamo dieci tonnellate di carta ogni anno: onestamente, penso sia troppo! Quindi stiamo facendo una radiografia del teatro, per vedere quali processi possano essere migliorati secondo questi due indirizzi (tecnologico ed ecologico). Stiamo proprio facendo una lista sistematica di ciò che si può fare: diminuzione della carta e degli sprechi, riduzione dell’uso di corrente elettrica, migliore gestione dei rifiuti, scelta più accorta dei prodotti usati sul palcoscenico, insomma c’è molto da fare.

Poi altri punti su cui stiamo lavorando riguardano il miglioramento della fruizione per il pubblico. Stiamo lavorando ad un servizio di streaming autonomo e moderno, ci sarà un nuovo sistema di traduzione dei sopratitoli (oddio, non so mai se chiamarli sopratitoli o sottotitoli!) che porti su ogni posto un sistema di tablet con otto diverse traduzioni. Abbiamo un terzo di pubblico che è straniero e ritengo che questo pubblico debba essere accolto con cura e debba avere la possibilità di leggere il testo nella propria lingua.

A proposito di streaming, in Italia s’è parlato molto di piattaforme di streaming, con la proposta di Franceschini di un progetto nazionale e centralizzato. Lei cosa ne pensa?

La piattaforma è soltanto un aspetto, le piattaforme ci sono oppure si creano. Il vero problema non sono le piattaforme, è la produzione. Quello che stiamo facendo con la Scala è mettere in moto un sistema di produzione completo e autonomo, che ci permetta in futuro di produrre contenuti per una piattaforma, quale che sia. A Vienna abbiamo fatto una media di 45 trasmissioni in streaming all’anno, creando un catalogo di oltre 350 titoli. Questo è un sistema su cui puntiamo molto per lavorare con le scuole: l’ho già sperimentato e con lo streaming si possono raggiungere molti più istituti scolastici, non solo a Milano ma in tutta Italia.

Questo soprattutto se migliora la copertura nazionale del servizio internet…

Certo, ma ci sono stati dei progressi spettacolari negli ultimi tempi. Bisogna iniziare ad usare queste nuove ‘autostrade’.

Un’ultima domanda. La sua esperienza l’ha portata ai vertici di molte istituzioni teatrali europee, quindi le volevo chiedere: secondo lei, di cosa avrebbe bisogno la cultura in Italia, oggi?

Di sistemi più semplici. Ci sono troppi vincoli, troppe complicazioni, bisogna trovare il modo di orientare una più grande parte dell’attenzione verso ciò che dovrebbe essere il nostro centro, ossia un progetto artistico. Invece vedo che, per motivi di complessità amministrativa, si perde molto tempo, ci si complica la vita e si perde un’energia pazzesca. Questo è veramente fondamentale, ma vedo che viene recepito molto dalla nuova generazione di manager, giovani professionisti con una formazione eccellente.

Poi c’è una cosa che manca e che è mancata sempre in Italia, ossia la pratica delle lingue straniere. Questo è un nodo importante, ne parlo spesso, anche con gli studenti: imparare l’inglese è necessario, ma non sufficiente. Bisogna conoscere più lingue e praticarle. Se non avessi parlato tedesco, non sarei mai andato a dirigere l’Opera di Vienna. Se non avessi parlato italiano non sarei mai andato a dirigere la Scala. Non solo per gli uffici: quando viene un direttore, un regista, è sempre meglio accoglierlo nella sua lingua! Il mondo è complesso e variegato, ma questa è anche una delle sue molte bellezze.

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