L’Opera in parlamento non basta
di Carlo Emilio Tortarolo - 20 Aprile 2026
Quando la politica culturale scambia i simboli per visione
Ogni tanto, in Italia, la politica si ricorda dell’Opera.
Succede quasi sempre con linguaggio solenne, comunicati pieni di orgoglio, fotografie scintillanti e grandi pacche sulle spalle, con il consueto richiamo a quella tradizione che ci renderebbe unici nel mondo.
Nelle scorse settimane, con la nascita alla Camera della cosiddetta Commissione Opera, presentata come un passaggio storico per il riconoscimento istituzionale della lirica, è successo di nuovo. Questa volta nella forma di un tavolo tecnico nato nell’ambito dell’Intergruppo parlamentare “Sviluppo Sud”, annunciato il 9 marzo e presentato ufficialmente il 26 marzo alla Camera.
In Italia l’Opera entra continuamente nelle istituzioni, almeno come immagine, come emblema o come parola prestigiosa da pronunciare quando serve evocare eccellenza, identità e storia nazionale.
Quello che accade assai meno spesso è il movimento inverso, perché le istituzioni entrano di rado davvero nell’Opera, nelle sue fragilità materiali, nei suoi squilibri e nelle sue domande aperte.

Non sarebbe nemmeno la prima volta.
Quando il 6 dicembre 2023 “La pratica del canto lirico in Italia” è entrata nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO, il Paese ha reagito con l’entusiasmo delle grandi occasioni. Nel giugno successivo il riconoscimento è stato celebrato all’Arena di Verona con una serata monumentale voluta dal Ministero della Cultura, dalla Fondazione Arena e dalla RAI; pochi mesi dopo, alla Scala, si è parlato di piano di salvaguardia.
Eppure, a distanza di oltre due anni, siamo di nuovo lì, perché quel riconoscimento importante è rimasto soprattutto una scena celebrativa, più che l’occasione per affrontare con continuità il lavoro, la formazione, il ricambio e la funzione pubblica dei teatri.
La lirica italiana non ha bisogno di essere scoperta nel 2026.
Da decenni l’Opera viene esibita come uno dei grandi marchi culturali del Paese, eppure continua a vivere dentro una contraddizione che la politica sembra accettare con sorprendente naturalezza: trattarla come vanto nazionale e, nello stesso tempo, lasciarla spesso sola quando si tratta di lavoro, ricambio, formazione, rapporto coi territori e funzione pubblica dei teatri.

Basta guardare il momento che il settore sta attraversando. Da una parte, il Ministero della Cultura ha assegnato alle fondazioni lirico-sinfoniche 199,25 milioni di euro del Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo 2026, una quota pari a circa il 44% del totale ripartibile. Dunque le risorse pubbliche esistono e non sono irrilevanti. Dall’altra, il dibattito degli ultimi mesi è stato segnato da tensioni molto concrete sul rinnovo contrattuale, dallo stato di agitazione sindacale, dalla richiesta di maggiori certezze sugli stanziamenti e dal timore che i vincoli sul turnover aggravassero la cronica carenza di organico nelle fondazioni.
Qui si vede il limite della retorica celebrativa. Quando la politica parla d’Opera, quasi sempre sceglie un lessico celebrativo, pieno di onore nazionale e memoria gloriosa. Quando invece dovrebbe scegliere il registro della responsabilità, tende a farsi più vaga.
Eppure è proprio in quel secondo passaggio che si misura la credibilità di una visione culturale, perché un teatro d’Opera non è soltanto il luogo dove si conserva un repertorio, ma anche un organismo complesso, fatto di professionalità diversissime, di processi lunghi, di trasmissione del sapere, di equilibrio tra produzione artistica e sostenibilità gestionale.
È a tutti gli effetti un presidio culturale che tiene insieme memoria e lavoro vivo e, se la politica lo guarda soltanto come un simbolo, finisce per impoverirlo proprio mentre dice di difenderlo.
In questo senso è molto interessante leggere le parole con cui ANFOLS, l’Associazione Nazionale Fondazioni Lirico-Sinfoniche, si è presentata in audizione al Senato poche settimane fa. Le fondazioni, si legge nella memoria depositata, “non sono meri erogatori di spettacolo” ma “le vere università della musica in Italia”, luoghi nei quali la performance si intreccia con ricerca, studio rigoroso e formazione continua. È una formula importante, perché restituisce alla lirica la sua natura di infrastruttura pubblica della conoscenza, della specializzazione artistica e della trasmissione intergenerazionale.
Se prendessimo sul serio questa definizione, molte cose cambierebbero.
Cambierebbe il modo in cui si discute di finanziamenti, che non potrebbero più essere letti come semplice sostegno a un settore costoso.
Cambierebbe il modo in cui si discute di personale, perché chi lavora nelle fondazioni smetterebbe di apparire come un costo da comprimere e tornerebbe a essere parte essenziale di una filiera culturale strategica.
Cambierebbe anche il modo in cui si parla di pubblico, perché un’Opera considerata una risorsa pubblica non può limitarsi a inseguire la reputazione o il consenso delle serate di gala, ma dovrebbe interrogarsi davvero su accesso, educazione, radicamento e continuità.
Quando la politica parla d’Opera, quasi sempre sceglie un lessico celebrativo, pieno di onore nazionale e memoria gloriosa. Quando invece dovrebbe scegliere il registro della responsabilità, tende a farsi più vaga
Bene, dunque, che l’Opera meriti attenzione parlamentare. Ma quale idea di Opera la politica vuole effettivamente assumere? Quella rassicurante dell’eccellenza italiana da celebrare nelle occasioni ufficiali, oppure quella più impegnativa di un ecosistema che richiede scelte, priorità, competenze e anche conflitto? Perché governare la cultura significa scegliere dove investire, quale funzione pubblica attribuire alle istituzioni, quali fragilità affrontare, quale orizzonte costruire.
E vuol dire farlo senza rifugiarsi continuamente nelle parole nobili che coprono l’assenza di decisione.
Da questo punto di vista la Commissione Opera rischia di diventare un piccolo caso esemplare del nostro modo italiano di usare la cultura. La avviciniamo al centro del discorso pubblico quando ci serve una scena simbolica forte. La allontaniamo quando si tratta di entrare nella fatica quotidiana che la rende possibile. Le riconosciamo un valore altissimo sul piano dell’immagine. Molto meno spesso le riconosciamo il diritto di essere considerata un terreno vero di politica pubblica. E così l’Opera resta sospesa in quella posizione ambigua che conosciamo bene: abbastanza prestigiosa da essere evocata, troppo poco governata per diventare davvero una priorità.
L’Opera, in fondo, non chiede omaggi. Chiede precisione. Chiede che si smetta di parlarne come di una reliquia gloriosa da portare in processione e si cominci a trattarla per ciò che è davvero: una parte viva, costosa, complessa, necessaria della vita culturale italiana. Una parte viva, dunque anche esposta a tensioni, squilibri, controversie, trasformazioni.
Servirebbe qualcosa di più esigente e anche di più coraggioso: entrare finalmente dentro ciò che l’Opera è diventata oggi, dentro le sue condizioni reali, dentro il lavoro che la sostiene, dentro il suo rapporto con il Paese che dice di rappresentare.
Solo a quel punto la politica culturale smetterebbe di scambiare i simboli per visione. E forse, per una volta, comincerebbe davvero a meritarsi l’Opera che ama così tanto celebrare.
