Le periferie dell’attenzione
di Carlo Emilio Tortarolo - 13 Aprile 2026
Comunicazione, social e deserti culturali
Quando parliamo di centro e periferia, immaginiamo quasi sempre una mappa, distinguendo tra un luogo centrale e uno più lontano, tra una città che concentra istituzioni, risorse, capitale simbolico, e un’altra che resta ai margini dei flussi economici e culturali. Pensiamo ai grandi teatri e ai piccoli presìdi, alle capitali culturali e ai territori interni, ai luoghi dove “succede qualcosa” e a quelli dove, apparentemente, succede poco, se non nulla.
Una geografia antica, concreta, perfino intuitiva che però è diventata insufficiente per descrivere il nostro oggi.
Accanto a questa geografia materiale ne esiste infatti un’altra, meno visibile ma ugualmente decisiva: la geografia dell’attenzione. Esistono luoghi periferici nello spazio, certo, ma esistono anche comunità, pratiche, linguaggi e territori che diventano periferici perché poco raccontati, poco visibili o poco riconosciuti. Ciò che accade lì non riesce a entrare stabilmente nello spazio pubblico e dunque la loro marginalità non dipende più soltanto dalla distanza dai centri decisionali o dalla scarsità di infrastrutture culturali, ma sempre più anche dalla possibilità di essere percepiti come rilevanti.
Soffermarci su questa peculiarità ci costringe a correggere molte abitudini mentali.
Praticamente fin da sempre abbiamo pensato che la centralità culturale fosse una questione quasi esclusivamente quantitativa, nel continuo contare il numero di sale, la presenza di fondazioni, la densità di programmazione e la continuità dell’offerta. Tutto questo conta ancora, e conta moltissimo. Ma oggi, in un tempo in cui la centralità si costruisce anche nel racconto, nella reputazione, nella circolazione delle immagini, nella capacità di produrre riconoscibilità, in altre parole nella distribuzione dell’attenzione, tutto ciò non è più sufficiente.

Ne abbiamo parlato in molte puntate di Diapason, quindi, non vi stupirà l’affermazione che la comunicazione non è mai neutra. Nella descrizione degli eventi culturali siamo ancora abituati a trattarla come una fase accessoria, quasi finale. Prima ci sarebbe il contenuto, l’opera, il progetto, il festival, la pratica artistica e poi, solo in un secondo momento, arriverebbe la comunicazione, come una strategia per far sapere agli altri che qualcosa esiste.
La comunicazione non si limita a raccontare una realtà già fatta. Al contrario, contribuisce a costruirla perché seleziona, ordina, rende leggibile, gerarchizza.
Comunicare significa scegliere a che cosa dare spazio e a che cosa no, quale linguaggio usare, quale pubblico immaginare, quale emozione attivare, quale immagine associare a un territorio o a una comunità. Ogni scelta comunicativa è anche una scelta di potere, perché stabilisce che cosa meriti attenzione e che cosa, invece, possa restare sullo sfondo.
Il modo in cui un progetto viene raccontato non è separabile dal progetto stesso. Il racconto non viene dopo ma è già dentro.
Nell’ecosistema digitale questa dinamica è diventata ancora più evidente. I social network sono ambienti, architetture dell’attenzione, spazi che premiano certi comportamenti, certi formati, certe velocità, certe forme di semplificazione. Non inventano da zero le gerarchie culturali, ma spesso le accelerano e le irrigidiscono.
Un algoritmo di raccomandazione non lavora per distribuire equamente la visibilità, ma per massimizzare il coinvolgimento. E il coinvolgimento, quasi sempre, si massimizza offrendo alle persone ciò che già conoscono, ciò che già cercano, ciò che già conferma le loro abitudini.
Il risultato è una logica cumulativa: chi parte da una posizione di forza tende a ricevere ancora più attenzione; chi parte da una posizione fragile fatica a entrare nel campo visivo anche quando produce qualcosa di importante.
È qui che il centro cambia natura. Da luogo in cui si concentrano le istituzioni diventa quello in cui si addensa l’attenzione, in cui un contenuto ha più probabilità di essere visto, condiviso, commentato, considerato rilevante. E la periferia, di conseguenza, non è soltanto il luogo lontano ma anche un luogo in cui il sistema dell’attenzione non riesce a mettere a fuoco. Da questo slittamento nasce una delle più grandi distorsioni del presente: confondere il visibile con l’importante, il virale con il significativo, il presente con il rilevante.
Da questo slittamento nasce una delle più grandi distorsioni del presente: confondere il visibile con l’importante, il virale con il significativo, il presente con il rilevante.
È una distorsione che pesa enormemente sulla cultura.
Quanti progetti di grande valore restano confinati in una dimensione localissima non perché siano locali nel senso forte, cioè radicati e necessari a una comunità, ma perché mancano di strumenti di racconto, di traduzione e di continuità?
Quanti territori producono esperienze vive, intelligenti, creative, ma non riescono a trasformarle in reputazione pubblica, in relazione, in riconoscibilità?
Quante volte la periferia non è un luogo senza vita culturale, ma un luogo a cui non viene concesso abbastanza tempo, abbastanza spazio e abbastanza linguaggio?
Ogni tanto compare, in qualche discorso culturale o politico, il tema dei deserti culturali.
Un deserto culturale non è quasi mai un luogo completamente vuoto, presentando, al suo interno, delle oasi: festival che resistono, associazioni che inventano, operatori che tengono aperto uno spazio contro ogni previsione di sostenibilità. Le oasi esistono davvero, e spesso sono abitate da un’intelligenza organizzativa e da una dedizione fuori dal comune. Ma proprio qui sta il problema: l’oasi non è il contrario del deserto. Ne è il sintomo più eloquente.
Finché ci limitiamo a celebrare le oasi, evitiamo di affrontare le condizioni strutturali che producono l’aridità intorno. Un territorio in cui la cultura sopravvive solo in forma eccezionale, eroica, isolata, non è un territorio che funziona ma un territorio che ha sostituito l’infrastruttura con la resistenza individuale. E la resistenza individuale, per quanto ammirevole, non può essere un modello.
Al pari del problema della distribuzione di risorse, bandi, tournée, sale e programmazioni dovremo, allora aggiungere quello della redistribuzione dell’attenzione. Perché oggi l’attenzione è una risorsa pubblica scarsa. Chi la riceve ottiene audience ma ottiene anche legittimazione, capacità di agenda, possibilità di attrarre altre risorse, fiducia, alleanze.
Chi ne resta escluso non è solo meno visibile ma è anche meno riconosciuto come interlocutore.
Anche per questo bisognerebbe parlare dei social in modo meno pigro. Non sono il male assoluto e non sono nemmeno la soluzione automatica. Sono, più semplicemente, un terreno di conflitto. Possono accentuare la concentrazione della visibilità sugli stessi soggetti, sugli stessi luoghi, sugli stessi codici espressivi, ma possono anche servire a costruire mediazione, contesto, relazione.
La differenza la fa il modo in cui li pensiamo e con cui li usiamo.
Se li consideriamo solo strumenti di promozione, replicheremo quasi sempre le gerarchie esistenti.
Se invece li immaginiamo come strumenti di traduzione e di costruzione di comunità, allora possono diventare una piccola infrastruttura culturale.
Naturalmente questo richiede competenze, tempo e cura. Richiede anche una disciplina oggi particolarmente assente, cioè di non confondere la semplificazione con la banalizzazione. Comunicare meglio non significa impoverire, ma rendere accessibile senza tradire la complessità, costruire un ponte, non svuotare ciò che il ponte dovrebbe collegare.
Ripensiamo dento di noi la vecchia opposizione tra centro e periferia.
Da un lato bisognerebbe liberarsi della tentazione celebrativa del centro, dell’idea che qualità, innovazione e forza simbolica abitino naturalmente dove si concentrano già più denaro, più riflettori e più istituzioni. Dall’altro, andrebbe evitata anche la tentazione romantica della periferia, come se tutto ciò che sta ai margini fosse automaticamente più autentico, più puro, più creativo.
Idealizzare la periferia è un lusso che si possono permettere soprattutto quelli che non ci vivono.
E alla fine non faremo una scelta morale tra centro e periferia ma cercheremo di costruire relazioni meno gerarchiche tra i due, immagineremo una creatività che non significhi soltanto produzione artistica o originalità individuale, ma anche capacità di inventare connessioni, linguaggi, dispositivi di accesso. Capacità, soprattutto, di fare in modo che un territorio non sia soltanto il luogo in cui qualcosa accade, ma anche il luogo da cui qualcosa può parlare al resto del Paese.
I deserti culturali non sono un destino naturale.
Sono il risultato di scelte, di priorità, di omissioni, di gerarchie sedimentate. E se sono il risultato di scelte, allora possono essere trasformati da altre scelte. Anche da una scelta che oggi sembra minima e invece è decisiva e parte proprio da te: decidere che cosa guardare, che cosa raccontare, e a chi concedere davvero il diritto di contare.
