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Quelle lezioni sbagliate sulla Musica

di Carmelo Imbesi - 30 Settembre 2025

Una denuncia poetica sull’arte di spegnere un sogno

Lo scorso luglio è apparso un post che ha colpito profondamente musicisti e appassionati, continuando a farsi strada ben oltre i giorni della sua pubblicazione. Si legge tutto d’un fiato, come una lettera d’addio che non chiede compassione, ma verità. Un grido che invita ancora oggi a interrogarsi su cosa significhi davvero educare, rispettare e fare musica — ricordando che insegnare è qualcosa che va oltre le note, e che trova senso solo quando sa custodire l’umanità dell’insegnante e dell’allievo.

Un giovane musicista, Fabrizio, ha scritto parole che vanno oltre lo sfogo: sono una testimonianza cruda e sincera di ciò che accade dietro le quinte del mondo della musica classica, accademica e non. Il suo è un congedo dalla chitarra classica — o meglio, da ciò che per molti essa è diventata — ma al tempo stesso una testimonianza preziosa, uno specchio che riflette una realtà scomoda. Una realtà che fatichiamo a sostenere a lungo con lo sguardo, perché mette a disagio e, in qualche modo, ci riguarda tutti.

Perché quello che scrive Fabrizio è lo specchio di un’intera generazione di Maestri — non la sua, né la mia, ma quella precedente e quella ancora prima — che ha semplicemente fallito. Salvo alcune lodevoli eccezioni che hanno lasciato un’eredità di dignità. Non parlo di fallimento artistico: molti erano, e sono, validi interpreti e musicisti rigorosi.

Ma quella generazione ha fallito sul piano umano, etico, culturale. Ha contribuito ad alimentare un sistema chiuso, competitivo, intriso di favoritismi e narcisismo accademico. Lo abbiamo respirato nelle lezioni ridotte a esami di obbedienza, nei concorsi dove contava più la firma della lettera di presentazione che la musica, alle carriere costruite sulle conoscenze più che sul merito. Ha trasmesso un culto della forma, dimenticando spesso il senso. Ha premiato l’appartenenza più dell’originalità. Ha fatto della disciplina una prigione, e del talento una moneta da scambiare solo se serviva a rafforzare il proprio nome.

E così oggi un giovane musicista ringrazia anche chi, forse, non lo meriterebbe. È un gesto nobile, un gesto che colpisce: non sta soltanto salutando uno strumento, ma anche un mondo che, forse, lo ha fatto sentire inadeguato, mai abbastanza, dipendente dall’approvazione di chi – come lui stesso scrive – “nemmeno ti risponde più perché non je dai più na lira”. Con questo atto mette in luce un dramma collettivo: un dramma che altri vivono in silenzio, abbandonando la musica e impoverendo un settore che avrebbe bisogno, invece, di voci nuove e libere.

Il suo post è un testamento emotivo e un atto politico. Una denuncia che parla a tutti noi, e che ci interroga prima di continuare a discutere di didattica, carriera, concorsi, metodi e interpretazioni. Quello che ha scritto è una testimonianza che deve uscire fuori, nel bene e nel male. Perché racconta ciò che molti vivono, ma pochi hanno il coraggio di dire. Fabrizio è solo un nome di qualcosa di molto più grande e che coinvolge tanti studenti.

Da osservatore del diritto — e attento alla memoria e alla responsabilità — viene spontaneo domandarsi se ci sia piena consapevolezza del fatto che esiste una linea sottile tra educare e umiliare, tra chi tira fuori il meglio da uno studente e chi lo schiaccia nella polvere. Una linea che la legge conosce bene, ma che spesso chi vive certe dinamiche dentro le Istituzioni non riesce – o non vuole – vedere.

L’articolo 571 del codice penale non è poesia, ma ha la stessa forza delle parole che restano: punisce chi abusa del proprio ruolo, chi confonde la voce grossa con l’autorità, chi dimentica che educare è proporzionare, è non eccedere. La Cassazione penale, nel 2020, lo ha detto chiaro: non ci si può nascondere dietro l’intenzione.

L’articolo 571 del codice penale non è poesia, ma ha la stessa forza delle parole che restano: punisce chi abusa del proprio ruolo, chi confonde la voce grossa con l’autorità, chi dimentica che educare è proporzionare, è non eccedere

E poi c’è l’articolo 572 — che taglia come vetro sottile: maltrattamenti. Non servono schiaffi per ferire: bastano parole e atteggiamenti gettati addosso, ogni giorno, con la violenza della ripetizione. Sempre la Cassazione penale, nel 2021, lo ha chiarito a un docente che vessava uno studente giorno dopo giorno, con una crudeltà sistematica. 

Abitudine. Persistenza. Silenzio incolpevole della vittima.

E anche lo Stato può essere chiamato a rispondere: il Ministero ha la responsabilità di tutelare gli studenti da abusi e comportamenti scorretti da parte dei docenti. In caso di mancata adozione di provvedimenti, se non interviene è corresponsabile. In certi casi, complice.

Ma il diritto non è solo sanzione. È protezione. È strumento per ricostruire fiducia.
Riconoscere gli abusi è il primo passo. Ma il passo vero è creare spazi sicuri. Dove la formazione non diventa mortificazione.

Le istituzioni hanno una responsabilità doppia: vigilare, certo. Ma anche promuovere pratiche che aiutino a crescere, senza ferire. Serve prevenire, ascoltare, intervenire presto. Sportelli indipendenti, procedure rapide, sostegno reale. Dare voce agli studenti senza paura. Dare strumenti ai docenti per educare con fermezza, senza violenza. 

La musica deve vivere di libertà. Deve vivere di fiducia. La legge non è solo un confine da non superare. È una bussola. Indica la strada per una comunità più giusta. Una comunità che non lascia indietro nessuno. Che trasforma il talento in crescita, non in campo di battaglia.

Solo così si potrà restituire senso alla parola “Maestro”: non padrone, ma guida; non giudice, ma compagno di viaggio.

Solo così si potrà restituire senso alla parola “Maestro”: non padrone, ma guida; non giudice, ma compagno di viaggio.

Ed è inutile rifugiarsi dietro la paura delle ritorsioni. È sterile appellarsi alla lentezza della nostra giustizia o invocare – con presunzione – il coraggio di Goethe, mancato a chi si è limitato a credere nel prossimo. Perché non bastano i post sui social network: non salvano, non assolvono. Servono strumenti di tutela concreti, un sistema capace di prevenire e di correggere.

È un monito per ogni studente: non cercate salvagenti per restare aggrappati alle illusioni. Scontratevi con la tempesta, e non piegatevi. E se cadete, potete anche chiedere scusa – ma senza abbassare lo sguardo. Perché c’è qualcosa di troppo importante da proteggere: il vostro “Io” sensibile.

Quell’Io che spinge un musicista a trovare, nel proprio strumento e nella musica, un modo per nutrire e sublimare ciò che è; che gli permette di raccontare una parte di sé  e di avvicinarsi a “essere con Dio, a tu per tu”.

Non ci è dato sapere se Fabrizio tornerà mai a suonare la “classica”. Se accadrà, sarà per amore, per rabbia, per necessità. Ma mai più per obbedienza

Ma questo suo post è un segnale che ci riguarda come comunità: una denuncia vestita da poesia.  Ed era tempo che qualcuno avesse il coraggio di firmarla.

Carmelo Imbesi

Carmelo Imbesi

Carmelo Imbesi è un musicista e un giurista, un autore e un performer, che unisce nel suo percorso di vita rigore e visione creativa. 

La sua identità si costruisce nell’incontro tra le arti e il diritto: da un lato chitarrista e producer, impegnato nel DuoImbesi Zangarà in progetti che spaziano tra musica classica, crossover e teatro; dall’altro studioso di diritto d’autore e dello spettacolo, con una viscerale curiosità di esplorare le connessioni che legano la creazione artistica alle regole dell’industria musicale.

La sua ricerca si muove tra palco e didattica, tra consulenza e produzione, con l’idea che la musica non sia soltanto espressione estetica, ma anche strumento di responsabilità e cambiamento.

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