La risposta è 42
di Carlo Emilio Tortarolo - 29 Giugno 2026
Dieci mesi alla ricerca di una domanda sbagliata
Nel romanzo di Douglas Adams “Guida Galattica per gli Autostoppisti”, il Supercomputer Pensiero Profondo impiega sette milioni e mezzo di anni per elaborare la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto il resto. Quando finalmente la comunica ai discendenti dei programmatori originali, la risposta rivelata è “42”.
Il problema, spiegano i personaggi, è che forse nessuno si era il posto il problema di formulare prima la domanda. La Terra stessa viene progettata come un secondo computer, ancora più potente, per calcolare quella domanda. Ma viene distrutta cinque minuti prima della fine del calcolo per far posto a un raccordo autostradale interstellare
Se non avete mai letto un classico della fantascienza dell’assurdo inglese, avete di che leggere durante la vacanze ma questa introduzione non sembri una digressione.
Quarantadue è il numero di questo editoriale. Dieci mesi, settembre 2025 – giugno 2026, quarantatré settimane circa, quarantadue puntate di Diapason.
Un numero che Adams scelse per ragioni che lui stesso descrisse come banali: stava cercando qualcosa che suonasse ordinario, anonimo, irrimediabilmente normale, in pratica un numero qualsiasi.
E forse è proprio questo il punto di partenza più onesto per un editoriale che vuole fermarsi a guardare indietro per celebrare ma anche per capire.
Madamina, il catalogo è questo…
Se si mettono in fila i quarantuno temi trattati in questi dieci mesi, si ottiene qualcosa che assomiglia meno a un archivio giornalistico e più a una mappa di un territorio in crisi nera. I musicisti che lavorano a tempo parziale per sopravvivere; la crisi dei cantanti lirici sospesi tra promesse e precarietà strutturale; i conservatori che hanno cambiato architettura ma non didattica; audizioni gestite con un potere senza responsabilità; teatri usati come superfici di proiezione politica; istituzioni che si conservano invece di trasformarsi; comunicazione che sostituisce il progetto, ageismo ed eldersplaining; il confronto fra la fragilità della cultura americana e l’imitazione retorica della cultura italiana; etc.
A guardarli un po’ da lontano potremmo accorgerci che non sono stati quarantuno argomenti, ma un argomento solo, visto da quarantuno angolazioni (per gli amanti delle parole strane, il poligono con 41 lati e quindi anche 41 angoli si chiama, tetracontakaiunagono).
Un sistema culturale, il nostro, che ha smesso da tempo di interrogarsi su sé stesso e si è adattato a sopravvivere dentro le proprie contraddizioni, chiamandole contesto. Che ha imparato a convivere con ciò che, solo poco tempo fa, avrebbe definito inaccettabile. Che ha trasformato la resistenza in postura, la competenza in privilegio da giustificare, e il dibattito critico in polemica da social.

Eppur si muove…
Eppure, in questi dieci mesi, qualcosa ha smesso di stare fermo.
Niente di strutturale e definitivo, sarebbe bello ma soprattutto falso, ma forse un cambiamento nel tono della conversazione comune c’è stato ed è spesso il preludio ai cambiamenti veri.
Persone che lavorano nella musica e nelle istituzioni culturali hanno smesso, su alcuni temi, di abbassare la voce o la cresta. La vicenda della Fenice e della direttrice Beatrice Venezi non è stata soltanto uno scontro tra nomine e sindacati: è stata la prima volta, in molto tempo, che un’orchestra ha resistito pubblicamente a una decisione calata dall’alto, e che quella resistenza ha trovato un’eco internazionale. I professori costretti a difendere la propria dignità professionale non erano né corporativi né nostalgici. Erano lavoratori che avevano deciso di non chiamare più “contesto” ciò che era, semplicemente, sbagliato.
La questione delle audizioni, con il suo cortocircuito di potere e assenza di responsabilità, ha generato una discussione sui social che, pur caotica, aveva una direzione chiara: la normalizzazione di certe pratiche non è più silenziosa come una volta. Si è cominciato a nominarla. E nominare le cose è il primo gesto politico disponibile.
Anche il convegno di Rovigo sui cultural content creator, per quanto possa sembrare lontano da questi scenari, appartiene allo stesso movimento. Una generazione di comunicatori che ha deciso di non aspettare il permesso delle istituzioni per parlare di musica, e che ha trasformato questa scelta in un mestiere, in una responsabilità, in un terreno di regole condivise. Non è romanticismo.
È la dimostrazione che si può costruire qualcosa senza che qualcuno dall’alto abbia deciso che fosse il momento giusto.
Patria oppressa! Il dolce nome di madre aver non puoi…
C’è però un passaggio che resta bloccato, e che blocca, credo, tutto il resto.
I musicisti e gli operatori culturali italiani hanno una difficoltà antica, quasi antropologica e ancestrale, ad accettare il proprio ruolo politico: la capacità di agire nella polis, di rivendicare uno spazio di decisione collettiva, di rifiutare la delega permanente a chi governa senza conoscere.
Per decenni questo rifiuto è stato giustificato con argomenti nobili quali la cultura al di sopra della politica, l’arte non si sporca, il musicista deve stare sul palco e non nei corridoi del potere.
Nei fatti queste scelte hanno prodotto un settore incapace di difendere sé stesso, di costruire rappresentanza, di partecipare alle decisioni che lo riguardano.
L’indignazione senza progetto non basta così come la denuncia senza organizzazione non cambia nulla. E la speranza che qualcuno, dall’alto, decida finalmente di fare le cose per bene è la forma più elegante di abdicazione.
Ciò che si è visto in questi mesi, nei casi in cui qualcosa ha davvero mosso gli equilibri, è sempre accaduto quando qualcuno ha deciso di assumersi quel ruolo politico, anche a costo di stare scomodo.
La domanda è dentro di te, però è sbagliata
Torniamo ad Adams.
Alla fine del libro, dopo la distruzione della Terra e varie peripezie per ricostruirla, non si riesce realmente a sapere quale fosse la vera domanda alla quale 42 era la risposta. Per pura sopravvivenza del protagonista, (quasi) ultimo superstite, viene lanciata una domanda “Quante strade deve percorrere un uomo?”.
Un verso di Bob Dylan, una domanda retorica che, nella logica del romanzo, è anche una domanda sbagliata: non abbastanza precisa, non abbastanza onesta, non abbastanza coraggiosa per meritare davvero la risposta che ha ricevuto.
E se fosse lo stesso per noi?
In questi dieci mesi ho avuto l’impressione, spesso, che il settore della musica e della cultura si facesse le domande sbagliate. Una abitudine ad avere paura di ciò che le domande giuste potrebbero implicare. Quante risorse mancano? Quanta cattiva politica subiamo? Quanto siamo sottopagati, sottovalutati, ignorati? Domande legittime, ma che restano insite nel problema, che ne misurano l’entità senza mai affrontarne la struttura.
Le domande giuste sono più scomode e hanno spesso accompagnato il finale di ciascuno degli editoriali. Quanto siamo disposti a organizzarci? Quanta responsabilità collettiva siamo pronti ad assumerci? Quale parte del sistema stiamo reggendo con la nostra passività? E soprattutto: cosa siamo disposti a perdere, per guadagnare qualcosa che valga davvero?
La cultura è sempre stata, nei momenti migliori, una pratica dell’attesa attiva. L’attesa di chi costruisce le condizioni perché il cambiamento, quando arriva, trovi qualcosa su cui appoggiarsi e non l’attesa passiva di chi spera che qualcosa cambi.
Col tuo nome nell’anima, col nome tuo sulle labbra
Ogni settimana, da settembre, mi sono seduto a scrivere e registrare questo editoriale con la stessa domanda sullo sfondo: a cosa serve? Non in senso nichilista. In senso pratico, onesto. A cosa serve scrivere di ciò che non funziona, in un settore che spesso preferisce non nominarlo neanche il problema?
La risposta che mi sono dato è cambiata di volta in volta.
Qualche settimana serviva a nominare un problema, altre a tenerne una traccia, altre ancora per aiutare chi legge a sentirsi meno solo in una condizione che pensava fosse solo sua.
Alla fine la risposta onesta che mi sono dato è questa: non si smette di fare cose che contano solo perché non si vede ancora dove portano. La cultura è sempre stata, nei momenti migliori, una pratica dell’attesa attiva. L’attesa di chi costruisce le condizioni perché il cambiamento, quando arriva, trovi qualcosa su cui appoggiarsi e non l’attesa passiva di chi spera che qualcosa cambi.
Quarantadue puntate non hanno risolto nulla.
Hanno contribuito, spero, a rendere più difficile fingere che certe cose non esistano e questo, in un settore che ha elevato il silenzio a forma di sopravvivenza, non è poco.
Alla prossima puntata (quando? Chi lo sa), quindi. Con una domanda migliore.
