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La Musica come professione tra Algoritmo e Dignità: L’Urgenza di un Codice Etico

di Carmelo Imbesi - 23 Novembre 2025

La Deontologia come struttura mancante del settore

Nel mondo di oggi la musica è ovunque: si mescola ai nostri gesti quotidiani, abita le cuffie – o, come è di moda oggi, il wearable audio, compagno invisibile di una solitudine resa fashionable – trasformandosi in un abito sonoro da indossare, vibra nei club e nei festival, la trovi persino negli ascensori dei supermercati.

Chi difende la fatica e la dignità di chi ha scelto la musica come mestiere, e non come algoritmo?

Eppure, più è onnipresente, meno sembra riconosciuto il lavoro di chi la crea, la interpreta e la studia come professione. In un contesto dove chiunque può registrare un video su TikTok e conferirsi — con un semplice scroll, come se bastasse un dito per sostituire anni di studio— il titolo di “musicista”, chi difende la fatica e la dignità di chi ha scelto la musica come mestiere, e non come algoritmo?

È vero: la democratizzazione degli strumenti tecnologici e formativi ha reso possibile a chiunque di suonare, autoprodursi, esibirsi online e — di conseguenza — definirsi “musicista”. Ma proprio questa apparente libertà ha appannato pericolosamente il confine tra chi dedica anni di studio, disciplina e rischio a questa professione, e chi la pratica occasionalmente o senza una reale visione lavorativa.

Il risultato è un paradosso stridente: più la musica ci abita, meno riconosciamo il musicista professionista, stretto tra cachet indegni, partite IVA precarie e prestazioni “per visibilità”. La cultura dell’apparenza — così profondamente radicata nel nostro tempo — rischia di schiacciare il valore del mestiere, la disciplina, la pazienza, le notti passate sugli spartiti o sulle corde, l’umiltà di chi sa di dover sempre studiare.

A tutto questo, già nel 2013, l’associazione Note Legali ha provato a dare forma e risposta. Il suo “Codice Deontologico del Musicista Professionista” non era un totem burocratico, ma un atto di consapevolezza: una fiaccola accesa nel buio delle derive improvvisate. Era una carta pensata per definire chiaramente chi è musicista per scelta e sacrificio, richiamandolo a valori condivisi di serietà, rispetto, qualità, trasparenza e merito. Oggi, mentre tutto scivola verso l’indistinto, l’urgenza non è solo quella di ricordare quel documento prezioso, ma di riportarlo alla luce. Forse è venuto il tempo di renderlo vivo di nuovo.

Perché un Codice è Necessario: La Funzione Strutturale

Prima di analizzare gli articoli più importanti del documento, è cruciale comprendere perché, nei settori professionali “maturi” (dagli avvocati ai medici), un codice deontologico non è un optional, ma una necessità strutturale. La sua funzione non è solo regolare i comportamenti: definisce un’identità professionale, rafforza la fiducia tra colleghi e consolida la dignità del mestiere stesso.

In assenza di un quadro normativo condiviso, si lascia spazio all’improvvisazione e alla disomogeneità dei comportamenti indebolendo la percezione esterna della professione, priva delle garanzie etiche riconosciute altrove. Il musicista, oggi, non può limitarsi a “saper suonare”. È chiamato a muoversi in un ecosistema complesso fatto di contratti, diritti e responsabilità culturali. Un codice è, in questo senso, uno strumento di orientamento: un patto scritto che rende visibile il confine tra il gesto artistico e il dovere professionale.

Professionismo e Mindset: una questione di cultura, non solo di competenze

Nel mondo della musica, si tende a credere che il professionismo sia solo il risultato di una preparazione tecnica superiore o di particolari abilità artistiche.

Questa visione è parziale. Le competenze sono fondamentali, ma ciò che caratterizza un professionista è il suo mindset: un insieme di atteggiamenti, consapevolezze e regole interiorizzate che gli permettono di agire in modo efficace e responsabile. Questo mindset comprende: disciplina personale, capacità di adattamento a diversi contesti, rispetto delle regole che governano un settore o un’istituzione, consapevolezza del proprio ruolo all’interno di un ambiente di lavoro.

Questi elementi non sono sempre il frutto di una formazione accademica o specialistica: nel mondo della musica, spesso vengono appresi — a caro prezzo — con l’esperienza, attraverso errori, ritardi, fraintendimenti o contratti incompleti. Molti musicisti passano così da una fase amatoriale, in cui vivono la propria attività con entusiasmo ma poca struttura, a una fase di “mestieranza”, e solo dopo molti piccoli (o grandi) incidenti raggiungono una vera professionalità.

In altre professioni, questo percorso è più breve perché esiste un corpus normativo che ogni iscritto è tenuto a rispettare. Nel settore musicale, un quadro formale non esiste. Questo non significa che non ci siano regole implicite o buone prassi, ma la loro assenza formale rende più facile deviare, improvvisare, o anche agire in modo scorretto, soprattutto ai danni di colleghi o committenti. Un codice non garantisce automaticamente un comportamento impeccabile, ma funge da importante deterrente e strumento di tutela per chi decide di operare con rigore.

Le Conseguenze Pratiche della Non-Deontologia

La mancanza di un codice etico condiviso non è solo un vuoto culturale; è un danno economico e sociale misurabile che erode il settore dall’interno, perché il professionismo viene confuso con l’amatorialità.

La mancanza di un codice etico condiviso non è solo un vuoto culturale; è un danno economico e sociale misurabile che erode il settore dall’interno, perché il professionismo viene confuso con l’amatorialità.

Partendo dal fenomeno del lavoro in nero e delle prestazioni “per visibilità”, è giusto evidenziare che non sono solamente illeciti fiscali, ma la forma più aggressiva di concorrenza sleale. Chi opera nella legalità è costretto a competere con cachet irrisori offerti da chi aggira le norme, abbassando di fatto la soglia. 

La disomogeneità delle condotte, ritardi, cancellazioni improvvise, mancato rispetto dei contratti, danneggia inoltre la percezione che committenti (locali, teatri, agenzie) hanno del musicista in generale. Se l’affidabilità non è garantita da uno standard etico, la committenza preferirà chi offre tutele più chiare.

Così, in assenza di un quadro etico di riferimento, il musicista professionista si trova spesso in una posizione di estrema vulnerabilità in caso di contenziosi legali (diritti d’autore non riconosciuti, controversie contrattuali), dovendo fare affidamento unicamente sulla normativa generale, senza il supporto di prassi professionali riconosciute e codificate.

In definitiva, il vero salto di qualità sta nel passaggio da un approccio spontaneo o istintivo al lavoro artistico a una visione pienamente professionale, capace di integrare competenze tecniche e valori etici. Il professionista non è solo chi “sa fare bene il proprio mestiere”, ma chi conosce, rispetta e contribuisce a rafforzare il sistema in cui opera. Non a caso, oggi, anche l’atteso “Codice dello Spettacolo” (frutto della Legge 106/2022) è chiamato a risolvere in via legislativa molti di questi problemi – generandone, purtroppo, di nuovi – e dimostrando che la questione della “dignità professionale” è ormai di interesse nazionale.

La Carta Etica di Note Legali: Analisi e Focus normativo

L’analisi del Titolo I (Principi Generali) chiarisce immediatamente l’orizzonte del Codice. L’iniziativa parte da una premessa auto-ironica e brutalmente onesta, citata nel Preambolo stesso: “chi si esibisce in pubblico è spesso un dilettante o svolge un’altra professione per sostenersi”

È proprio da questa consapevolezza — che quasi strizza l’occhio alla dura realtà del settore — che nasce la necessità. Il Codice (versione 1.0, 15 giugno 2013) si rivolge quindi primariamente a chi “vuole percepire un compenso esercitando l’arte della musica” , ma in senso più ampio, a chiunque approcci la musica con rispetto. Si pone dunque come una “carta di intenti e di impegno morale” , pur restando un impegno personale in assenza di organi e sanzioni disciplinari.

Focus 1: Dignità, Responsabilità e Regole d’Ingaggio (Titolo II)

Il Titolo II (Doveri del Musicista) affronta direttamente la lotta alla precarietà, stabilendo standard etici e operativi:

Focus 2: Contrasto all’Individualismo e Conflitto di Ruolo (Titolo III)

Il Titolo III (Rapporti di Colleganza) mira a contrastare la frammentazione interna, promuovendo solidarietà e correttezza nelle relazioni:

Questi due focus scelti dimostrano come la finalità del Codice era etica e politica, volta a innalzare gli standard comportamentali in un ambiente normativamente debole, coprendo aspetti che vanno dalla cattedra alla compilazione dei borderò.

La Sfida della Frammentazione: Perché il Codice È Scomparso?

L’importanza del Codice è oggi acuita da un fatto eloquente: l’ improvvisa scomparsa dal web del sito ufficiale – avvenuta negli ultimi mesi – che porta con sé interrogativi non solo tecnici, ma soprattutto culturali e politici.

La rimozione, qualunque ne sia la causa specifica, potrebbe dimostrare quanto sia ancora fragile il percorso verso la formalizzazione di una deontologia per le professioni artistiche. Ciò che per altre categorie rappresenta un pilastro garantito da un Ordine, nel mondo musicale appare effimero.

La difficoltà risiede, a mio avviso, in tre nodi cruciali:

Nonostante questa fragilità, l’influenza del progetto non è stata vana: l’associazione nazionale Assolirica, ad esempio, ha formalmente adottato il suo Codice Deontologico degli Artisti Lirici sulla base del testo originale. Questo episodio dimostra che l’interesse per l’etica professionale è reale, ma le iniziative rimangono spesso legate alle dinamiche interne delle singole associazioni.

Una Riflessione Personale: Amore e Scelta di Campo

C’è qualcosa di misteriosamente sacro nel fare musica. Eppure, quante volte questo mestiere ci scivola tra le dita, confuso con l’hobby o peggio, il volontariato? Quante volte abbiamo sentito dire “ma che lavoro è?”.

È per questa verità amara che bisognerebbe aderire, simbolicamente e concretamente, al Codice Deontologico del Musicista. Non per avere regole, ma per sentirsi parte di una comunità etica, una minoranza resistente che crede che la musica sia un lavoro e che il lavoro meriti rispetto, tutele, dignità.

Essere musicisti oggi è anche questo: non accettare più di stare un passo indietro, non svendersi al primo bagliore tossico della visibilità e, prima di ogni tutto, non accettare ingiustizie.

Abbiamo bisogno della poesia, certo. Ma l’arte non è fatta solo di etereo: necessita di strutture che la rendano possibile, di un’etica che custodisca il nostro silenzioso patto col pubblico, con chi è stato prima, con la Storia stessa.

Io scelgo di essere musicista non solo per poter suonare, ma per onorare la musica. E per questo non bastano gli accordi, le dinamiche perfette. Servono scelte. Scelte morali. Scelte di campo.

Ecco perché, a ben vedere, un codice deontologico è la più lucida forma d’amore

Un amore che non teme la complessità, che suona, e risuona dritto. Dentro e fuori da ogni spartito.

Carmelo Imbesi

Carmelo Imbesi è un musicista e un giurista, un autore e un performer, che unisce nel suo percorso di vita rigore e visione creativa. 

La sua identità si costruisce nell’incontro tra le arti e il diritto: da un lato chitarrista e producer, impegnato nel DuoImbesi Zangarà in progetti che spaziano tra musica classica, crossover e teatro; dall’altro studioso di diritto d’autore e dello spettacolo, con una viscerale curiosità di esplorare le connessioni che legano la creazione artistica alle regole dell’industria musicale.

La sua ricerca si muove tra palco e didattica, tra consulenza e produzione, con l’idea che la musica non sia soltanto espressione estetica, ma anche strumento di responsabilità e cambiamento.

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