La leggenda della pianista col Kimono
di Nicola Giaquinto - 16 Settembre 2026
Ritratto di Chieko Hara
Varsavia, 21 febbraio 1937.
In una città che fatica a scrollarsi di dosso gli ultimi, timidi freddi di un inverno particolarmente mite, le porte della Filharmonia si aprono, dando inizio alla terza attesissima edizione del Concorso Pianisico Internazionale Fryderyk Chopin.
Dopo un lungo periodo di selezioni, ottanta giovani pianisti – una cifra mai vista fino a quel momento – si riuniscono nella capitale polacca per cimentarsi in quella che, con tutte le probabilità, sarà l’impresa più ardua della loro vita; una vera e propria olimpiade eburnea, arbitrata proprio quell’anno da leggende del calibro di Wilhelm Backhaus, Heinrich Neuhaus, Guido Agosti ed Emil von Sauer. L’occasione di una vita.
Uno ad uno, giuria e pubblico ascoltano con attenzione quella che per alcuni candidati sarà una benedizione divina, per altri un amaro ricordo destinato a sbiadire negli anni; ed è durante uno dei tremendi silenzi cadenzanti la fine di una prova e l’inizio di un’altra – interminabili lassi di tempo, ciechi dinanzi ai princìpi dello spaziotempo – che qualcosa di mai visto nella storia del concorso accade.
Dalla penombra marroncina della scalinata retrostante il lussuoso Pleyel emerge, all’improvviso, una piccola macchia dalla silhouette vagamente antropomorfa. Il colore che irradia è talmente sgargiante da renderla visibile anche ai meno fortunati seduti in ultima fila. Inizialmente si pensa ad una strana scelta di vestiario da parte di un candidato particolarmente eccentrico, ma la luce al centro del palco rivela presto la verità: addosso a questa apparizione che sembra aver fluttuato come uno spirito verso il pianoforte, sono ora evidenti le seriche decorazioni di un sontuoso kimono giapponese.
Dopo un umile inchino e senza troppi rituali, la giovane pianista si siede sullo sgabello semi-imbottito, assicurandosi di non stropicciare la preziosa seta che le avvolge il corpo, e comincia a suonare uno Chopin diverso; energico, vigoroso, a volte anche azzardato, ma che mai prende le distanze dai canoni di elegante riservatezza ed equilibrio che ci si aspetta davanti alla musica del Maestro. Uno Chopin che conquista subito i cuori del pubblico.
Fu questo il debutto sul grande palco di Chieko Hara, prima pianista giapponese (assieme a Miwako Kai) nella storia del Concorso Pianisico Internazionale Fryderyk Chopin, artista prodigiosa e a tratti controversa nel natio Sol levante, tanto ammirata in Europa ma allo stesso tempo rinnegata dalla critica musicale del suo paese. La storia di un fiore che mai è propriamente riuscito radicare da nessuna parte.

La bambina del Kansai
Kumetarō Hara e sua moglie Hisako non impiegarono molto ad accorgersi delle doti musicali anomale della loro quartogenita. I suoni del Koto e dello Shamisen non erano estranei in casa, ma c’era un rapporto quasi magnetico fra la piccola Chieko e il pianoforte.
Dopo la morte dell’Imperatore Taisho e il conseguente inizio dell’era Shōwa – periodo di grande industrializzazione e cauta adozione di stili di vita più occidentali – la presenza degli ottantotto tasti nelle abitazioni della borghesia nipponica era quasi endemica, ma la creazione di un vero e proprio curriculum di insegnamento per giovani musicisti era ancora molto lontano dalla raffinatezza odierna. In un impero spinto delle proprie deliranti ambizioni territoriali, che con grande facilità (paradossalmente) tagliava i fondi allocati alla neonata educazione occidentale, era spesso consigliato a studenti particolarmente dotati e facoltosi di proseguire il proprio percorso all’estero, approfondendo così l’arte del proprio strumento laddove esso aveva visto la propria fortuna.
Anche dopo essersi trasferita nella smisurata Tokyo, metropoli ben più cosmopolita della sua nativa Kōbe, la piccola Chieko non faceva altro che sentirsi dire la stessa cosa: il suo futuro era in Europa. A detta di critici come Keichi Nōmura e Keizō Horiuchi, il suo talento e la sua naturale espressività erano troppo rari per rimanere inesplorati in un paese che le avrebbe prescritto antiquati metodi di destrezza tedeschi.
Fu l’incontro con il pianista francese Henri Gil-Marchex a Tokyo, in quale le offrì l’opportunità di studiare con lui a Parigi, a convincere finalmente Kumetarō a far salpare sua figlia, a malapena diciassettenne, verso l’altra parte del mondo. Nella primavera del 1928, al culmine della fioritura dei ciliegi, Chieko Hara si imbarcò in una nave diretta a Marsiglia, accompagnata dal pittore Ikuma Arishima e sua figlia Akiko.

Il quadriennio parigino
Nonostante la giovanissima età, l’obbiettivo di Chieko una volta arrivata in Francia era molto chiaro: sarebbe stata allieva di Alfred Cortot.
Le lezioni con Gil-Marchex le furono molto utili, non solo perché le concessero un primo periodo di orientamento in quel paese così diverso dal suo, ma soprattutto perché portarono alla luce le sue lacune più gravi, prime fra tutte la totale assenza di domestichezza con il solfeggio e il dettato, insegnamenti dei quali l’apparato educativo musicale giapponese non si curava affatto, ma assolutamente fondamentali per tentare l’ammissione ad una qualsiasi accademia musicale europea.
La giovane pianista, determinata anche ad apprendere il francese per riuscire a comunicare al meglio i suoi pensieri, accolse molto volentieri l’invito a farsi ospitare e “accudire” dagli Chatenay, una famiglia di banchieri francesi la cui figlia era studentessa di pianoforte. Quest’ultima prese molto al cuore il percorso e le ambizioni di Chieko, insegnandole non solo le basi della teoria musicale, ma anche la lingua, la scrittura e addirittura l’etichetta francese, donandole così un’importante dose di coraggio e disinvoltura nelle relazioni personali. Anche la sua postura al pianoforte e la scioltezza dei suoi polsi migliorarono sensibilmente, in parte grazie agli insegnamenti ricevuti e alle religiose sei ore quotidiane di studio, ma soprattutto osservando i pianisti (e pianiste) che aveva modo di ascoltare tutte le settimane in una città fertile di concerti come la Parigi d’inizio del secolo.
Dopo due anni di intenso apprendistato musicale presso gli Chatenay, la giovanissima pianista tentò finalmente l’esame di ammissione al prestigiosissimo Conservatoire de Paris, arrivando seconda in una graduatoria di più di centocinquanta candidati. Il suo percorso con Lazare Lévy – uno dei didatti del pianoforte più ricercati al mondo – all’interno dell’istituzione parigina fu a dir poco rivelatorio. In questo periodo la giovane pianista imparò aspetti dello studio della musica che non le sarebbero mai stati impartiti nel nativo Giappone, come l’utilizzo di diteggiature meno convenzionali per facilitare l’esecuzione, lo studio delle vite dei compositori e, in primis, l’importanza di avere una vita piena di esperienze per maturare nel profondo come artista.
Il suo progresso fu talmente veloce da farle vincere, nel 1932, l’ambitissimo Premier Prix del Conservatorio; una sorta di concorso interno dove tutti i candidati avrebbero presentato lo stesso repertorio (in questo caso, gli Etudes Symphoniques, Op. 13 di Robert Schumann) con l’obbiettivo di ricevere il diploma dalla prestigiosa istituzione, garantendosi, fra l’altro, un recital di debutto e un anno come assistente-professore.
Il sapore di questo futuro tanto meritato, a tratti arcano, ma comunque pieno di speranze fu frantumato sul nascere da un telegramma di Arishima stesso: un biglietto di sola andata, Chieko sarebbe tornata a Tokyo, dove il pubblico e la critica erano già in attesa del suo trionfale debutto organizzato dai genitori, questi ultimi probabilmente ignari dell’importanza di rimanere a Parigi a seguito della vittoria del Premier Prix.

Kikoku – il ritorno a casa
Da quattro anni Chieko non vedeva le spiagge del suo paese e le facce dei suoi genitori, eppure qualcosa le diceva che questo ritorno fosse prematuro.
Sapeva di essere stata osannata dalla critica giapponese come il prossimo grande talento del Sol Levante e la cosa la turbava. Fino a quel momento aveva vissuto i suoi ottimi risultati come il frutto di un incessante lavoro, e di certo non gradiva il titolo cucitogli addosso di “genietta riuscita a conquistare i cuori di una commissione di baffoni in frac a suon di notturni di Chopin”. Per Chieko fare musica era un atto d’amore, di determinazione e, a volte, di sofferenza, qualcosa che trascende il concetto di genio e che si ottiene solo avendo il coraggio e l’umiltà di fare i conti con l’essenza primigenia delle proprie emozioni. Per questo, anche se tecnicamente infallibile allo strumento, non si riteneva ancora pronta ad un recital tutto suo. Sapeva di avere ancora molto da imparare.
Nonostante ciò, il 9 febbraio 1933 il numerosissimo pubblico di Tokyo ebbe l’occasione di ascoltare un programma con musiche di Bach, Beethoven, Chopin, Debussy e Liszt, presentato loro da una pianista che fino a un anno prima gli era sconosciuta. Il successo fu immediato, ma le previsioni negative di Chieko non tardarono ad avverarsi: a malapena due giorni il suo debutto dopo usciva sul Jiji Shimpō una recensione ostile, nella quale l’autore, pur riconoscendo il suo enorme talento, la criticava per essere troppo disinvolta – in eccessivo contrasto con l’atteggiamento riservato e timido che ci sarebbe aspettato da una donna giapponese.
Il suo modo di suonare cosi “europeo” venne percepito come sporco dalle orecchie di un elite musicale che preferiva la precisione e la pulizia all’espressione della propria personalità artistica. Pur essendosi affermata con successo in casa propria (le critiche positive erano infatti decisamente in maggioranza rispetto a quelle denigratorie), Chieko faceva ancora fatica a vedere un futuro per sé e la sua arte all’interno di una società così contraddittoria, che non le avrebbe dato ossigeno.
Il suo cuore, e quello della sua arte, erano a Parigi. Era determinata a tornarci il prima possibile.

Chez Cortot… Chez Chopin
Grazie all’aiuto del ministro dell’educazione André Honnorat, dell’ambasciata francese a Tokyo e del pianista polacco Arthur Rubinstein – il quale la invitò a chiedere il suo consiglio per qualsiasi cosa, una volta tornata in Europa – Chieko riuscì finalmente a tornare a Parigi, consacrandosi finalmente alle tanto attese lezioni con Alfred Cortot.
Le lezioni del Maestro eccedettero tutte le sue aspettative. Cortot non si aspettava la perfezione tecnica da Chieko, bensì la esortava a visitare mostre d’arte, trovare le sue Muse, leggere i classici greci, persino ad innamorarsi. Tutte cose che l’avrebbero fatta maturare e sbocciare a pieno come persona e, di conseguenza, come artista.
Cortot non si aspettava la perfezione tecnica da Chieko, bensì la esortava a visitare mostre d’arte, trovare le sue Muse, leggere i classici greci, persino ad innamorarsi.
Risale a questo periodo il suo fidanzamento con Shirō Kawazoe, espatriato figlio di famiglia altolocata che la conquistò grazie alla sua libertà di spirito, decisamente inusuale per un giapponese. Questo legame amoroso non distrasse troppo la giovane pianista, la quale si sentì finalmente pronta per ambire al prestigioso Concorso Chopin a Varsavia.
Il contrasto fra la confidenza quasi virile con la quale suonava la musica del compositore polacco e la sua esile figura addobbata con eleganti abiti tradizionali giapponesi conquistarono il pubblico a tal punto da scatenare una vera e propria rivolta in seguito alla pubblicazione dei risultati della finale. Chieko si piazzò quindicesima, ma grazie all’ingente donazione di un ricco membro del pubblico le venne assegnato un premio speciale come migliore partecipante non europea.
Ovviamente la notizia di una pianista nativa di Kōbe capace di ammaliare il pubblico polacco con il suo Chopin così genuino non tardò ad arrivare in un Giappone sull’orlo della guerra, dove Chieko tornò per sposarsi con Kawazoe e dove rimase per tutta la durata del tragico conflitto.

In tempore belli
Il ritorno di Hara in Giappone fu ben accolto con una serie di ingaggi fortuiti, ma i veri colori di suo marito non tardarono ad emergere. Kawazoe era uno scalatore sociale, il quale vide in sua moglie un’opportunità per migliorare le sue finanze. Organizzava concerti mentendo senza scrupoli sul fatto che Chieko avesse in realtà trionfato a Varsavia aggiudicandosi il primo premio, riuscendo così a gonfiare a dismisura i prezzi dei biglietti e spendendo tutti i soldi della sua nuova famiglia – ebbero due figli nel frattempo – in lussi inutili e in altre donne. L’essere commercializzata in maniera così spicciola dal marito, unito alla nuova sfida della maternità e al fatto che con l’inasprirsi della guerra i suoi ingaggi si limitarono al suonare canzoni patriottiche per le truppe, fece sprofondare la giovane pianista in un profondo sconforto.
Nel maggio 1945 fu costretta a cercare riparo dagli attacchi dell’Air Force americana, scappando assieme ai suoi figli Shōrō e Mitsurō verso le pendici del monte Fuji, dove si ricongiunse con la soprano Tamaki Miura, sua storica amica, famosa per essere stata la prima cantante giapponese acclamata internazionalmente, soprattutto dopo il suo debutto nei panni di Cio-Cio San in Madama Butterfly di Giacomo Puccini.
Con l’arresa totale dell’impero giapponese nell’agosto del 1945, i General Headquarters (GHQ) capitanati dal Generale Douglas MacArthur cominciarono a promuovere una serie di iniziative per democratizzare il popolo appena sconfitto, cambiando le leggi del paese e facendo adottare la neonata costituzione. Fra i vari progetti vi fu la nascita dei Kibō Ongakukai, ovvero “concerti su richiesta”, un programma promosso dalla NHK che avrebbe visto come protagonista la musica di un artista scelto dagli ascoltatori. Fra le duemila richieste iniziali, il nome di Chieko Hara figurò per primo e la pianista inaugurò questa nuova rubrica radiofonica suonando la Sonata Op. 27 N. 2 di Beethoven (comunemente conosciuta come “Al chiaro di luna”), un brano particolarmente vicino al gusto giapponese.
Le venne offerta anche una cattedra alla Tokyo University of the Arts, ma lei non accettò, atto che fece parlare molto i critici, i quali presero questo rifiuto come un gesto di altezzosità, un affronto al grande sistema universitario nipponico. Non sono chiari i motivi che portarono Chieko a prendere una decisione così impattante, ma di certo il suo umore era deteriorato ulteriormente con la scomparsa dei suoi genitori e di Miura, consumata dal cancro, nonché del rapporto ormai in via di rottura con un marito adultero e sfruttatore.
Questo costante dualismo che la portava da un lato ad essere adorata dal pubblico giapponese e dall’altro divorata dalla critica e da colleghi che la reputavano solo una “snob poco elegante” la portò, finalmente, sul punto di rottura. Nel 1952 si tornò a Parigi.

“Ci sarà pure un giudice a Tokyo”
Al suo ritorno in quella che ora considerava casa, Hara riprese le lezioni con Cortot e si esibì in una serie di concerti di enorme successo, cosa che la costrinse ad assumere un manager all’altezza, consigliatogli da Rubinstein stesso. La stampa francese aveva speso fiumi d’inchiostro lodando le doti e la sincerità artistica di questa “ambasciatrice di bellezza mandata dal Giappone”, mentre quella giapponese si ostinava a metterla in croce per la sua altezzosità e i suoi atteggiamenti troppo occidentali.
Ciò nonostante, la sua carriera proseguì imperterrita nel vecchio continente, dove nel 1953 incontrò una persona che le cambierà la vita. Mentre si trovava in giuria all’annuale concorso per il Premier Prix, lo stesso che lei vinse due decenni prima, conobbe Gaspar Cassadó, violoncellista spagnolo con il quale entrò subito in confidenza. I due formarono un legame umano e musicale profondo, tanto che lui la presentò al Conte Guido Chigi, ricco mecenate senese che la invitò ad esibirsi presso il suo palazzo per un concerto di beneficenza. Nel frattempo il suo nome, nonostante i successi raggiunti in Europa, sembrava quasi essere stato cancellato dai giornali giapponesi.
Lo scoprì nel 1955, quando si recò in Giappone per risolvere l’affare più importante di tutti: convincere suo marito a divorziare, sciogliendo progressivamente tutti i nodi che la legavano alla sua infelice terra natia. Durante questo soggiorno di tre anni Hara si accorse che il pubblico giapponese era sempre più tendente a credere a ciò che la critica diceva di lei, appoggiando le carriere di pianiste che non avevano “abbandonato” il Giappone per fare la bella vita in Europa – prime fra tutte Kazuo Yasukawa. La tendenza a criticare in maniera spietata grandi artisti che avevano visto il successo in occidente capitava molto spesso, lo stesso Akira Kurosawa venne preso di mira per le sue presunte illusioni di successo in seguito alla vittoria del Leone d’Oro nel 1951.
Il 3 dicembre 1958, dopo una serie di concerti di successo con Cassadó in Giappone, fra i quali un’esibizione davanti alla famiglia imperiale, Hara decise finalmente di partire per l’Italia, dove avrebbe vissuto con il violoncellista che le aveva, nel frattempo, anche rubato il cuore.
Lasciava il suo paese da donna divorziata, affidando i propri figli ad un collegio cattolico di Kagoshima. Si trattava, secondo lei, della decisione più giusta per proteggere i bambini dalla realtà della separazione dei genitori, tutelando allo stesso tempo la sua carriera da concertista. Hara verrà processata dalla critica come donna promiscua e una madre irresponsabile, quando in realtà cercava di proteggere i suoi figli e la sua arte.

Mme. Cassadó
Hara si stabili nell’appartamento fiorentino di Cassadó, una torre rinascimentale con vista su Ponte Vecchio, e non appena cinque mesi dopo il suo arrivo in Italia la coppia si promise in matrimonio.
Questa convivenza fu molto fruttuosa dal punto di vista musicale, i due impararono con il tempo ad impastare i propri suoni in quello che più che un duo sembrava un unico, bellissimo strumento. La loro spontaneità e naturalezza nel dialogare era talmente coinvolgente da permettere loro di riempire teatri in tutto il mondo, da New York a Tokyo, dove tornarono nel 1962 sotto invito di Takeo Murata, manager della Kyoto Symphony Orchestra. Le recensioni della tournée nipponica dell’ormai affermato Duo Cassadó furono finalmente positive nei confronti di Chieko, alla quale veniva finalmente riconosciuta innegabile padronanza dello strumento e di dialogo con il suo partner.
Di ritorno in Europa la coppia mantenne un intenso calendario di concerti che cominciò a scalfire la salute del violoncellista, già afflitto da diabete e problemi cronici al cuore, soprattutto dopo una serie di concerti invernali in un Unione Sovietica dove il termometro segnava venticinque gradi sotto lo zero. Le condizioni di salute di Cassadó peggiorarono ulteriormente a seguito della terribile alluvione del 4 novembre 1966, giorno in cui l’Arno esondò, provocando danni incalcolabili all collezione di quadri e strumenti musicali rari che teneva in cantina. Il conseguente stress fisico e mentale gli provocò un attacco di cuore mentre si trovava a Londra, cosa che lo portò nella sua Spagna, dove cercava disperatamente il calore del sole.
Gaspar Cassadó si accasciò incosciente ancor prima di appoggiare le valigie sul letto dell’albergo madrileno dove sperava di riprendersi. Erano le 14:30 del 24 dicembre 1966. Neanche dieci ore dopo, Chieko avrebbe festeggiato il suo cinquantunesimo compleanno assieme a lui.

人生の黄昏 – il crepuscolo di una vita
Sopravvisse di quasi quarant’anni a quello che era stato il secondo amore più grande della sua vita (dopo il pianoforte).
Dopo una serie di concerti in memoria del defunto marito assieme a Mstislav Rostropovič, amico intimo della coppia, Hara – nella sua solitudine – cominciò a rendersi conto dell’altezza vertiginosa del muro che la separava dalla società giapponese.
Ormai la sua vita in Europa l’aveva fatta passare in secondo piano, il Giappone applaudiva le nuove promesse della sua scena musicale mentre il nome “原 智恵子” lentamente scompariva dall’immaginario collettivo e dai giornali, passando per poco più di un ricordo. Si recava a Tokyo solo per passare qualche mese con i propri figli, con i quali si era finalmente ricongiunta, e per evitare di spendere l’anniversario della morte di Cassadó intrappolata in quella torre, tutta sola a guardare il piazzale Michelangelo dalla finestra, ricordando.
Negli anni novanta lasciò per sempre l’Italia. Dopo aver constatato che le sue condizioni fisiche non le permettevano di vivere più da sola, i suoi figli la fecero tornare in patria, dove nel 1996 venne afflitta da una terribile trombosi cerebrale che incise negativamente sulle sue capacità comunicative.

La sua biografa e amica Yasuko Ishikawa racconta della visita che le fece in ospedale:
Lei la saluta in giapponese, inchinandosi con profonda riverenza, ma Chieko accenna solo uno stanco sorriso. Le due si guardano intensamente, Yasuko trattiene le lacrime mentre ricorda i loro giorni parigini, l’eleganza della signorina Hara, il suo modo di suonare, la sua fierezza di tigre. Chieko le risponde in italiano, parlando della sua amata Firenze, continuando a dire “si, si”, sempre in italiano. Troppo grande la tristezza nel vederla ridotta in quelle condizioni. Le due si salutano, Chieko si piega in avanti per darle un unico, caldo bacio sulla guancia, classico saluto riservato a tutti gli amici della sua vita ormai passata.
Nelle prime ore del 9 dicembre 2001 si spegneva Chieko Hara, prima pianista giapponese a far sognare il pubblico internazionale, una donna straordinaria che andrebbe ricordata per l‘umile e focosa intensità con cui suonava il concerto di Chopin, avvolta dal suo prezioso Kimono.
