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Dieci possibilità per il 2026 

di Carlo Emilio Tortarolo - 4 Gennaio 2026

Come il futuro prende forma prima di arrivare

Se c’è una cosa che il tempo recente ci ha insegnato è che il futuro raramente arriva come una svolta improvvisa. Non si presenta quasi mai come un prima e un dopo netto o come una cesura riconoscibile. Più spesso prende forma in modo silenzioso, per accumulo, per piccoli spostamenti di senso che all’inizio sembrano marginali e che diventano evidenti solo quando sono già stati assorbiti, interiorizzati e normalizzati.

Il futuro, molto più spesso, quindi non irrompe ma si insinua. Cambia il modo in cui parliamo delle cose prima ancora di cambiare le cose stesse. Modifica le aspettative, abbassa o alza le soglie di tolleranza, ridefinisce ciò che consideriamo possibile e desiderabile.

Quando ce ne accorgiamo, non è perché qualcosa è successo all’improvviso, ma perché qualcosa ha smesso di sembrarci strano. Per questo, parlare di futuro non significa fare previsioni nel senso più ingenuo del termine, né tantomeno provare a indovinare cosa accadrà. Significa osservare il presente con un minimo di anticipo, cogliere tutti quei segnali deboli, quelle frizioni, quelle stanchezze e quei desideri non ancora formulati del tutto. Significa chiedersi non tanto che cosa succederà, ma che cosa sta diventando plausibile.

Quello che segue non è un elenco di certezze e non è nemmeno un catalogo di speranze.

Sono dieci possibilità. Dieci direzioni che oggi non sono ancora dominanti, ma che iniziano a essere credibili. Non perché qualcuno le abbia decise dall’alto, ma perché rispondono a una saturazione diffusa, a una fatica condivisa, a un bisogno di riorientamento che attraversa ambiti diversi e che, sempre più spesso, emerge sotto forme simili.

Sono possibilità che non si escludono a vicenda, che possono coesistere, contraddirsi, rafforzarsi o spegnersi a seconda dei contesti. Alcune appariranno desiderabili, altre scomode, altre ancora semplicemente inevitabili. Ma tutte hanno una cosa in comune: ci costringono a riconoscere che il futuro non è solo qualcosa che subiamo, ma qualcosa che iniziamo a costruire molto prima di chiamarlo tale.

Il futuro non è solo qualcosa che subiamo, ma qualcosa che iniziamo a costruire molto prima di chiamarlo tale.

Le dieci possibilità che seguono non descrivono un mondo migliore né un mondo peggiore, descrivono un mondo diverso, che chiede scelte diverse, attenzioni diverse e, soprattutto, responsabilità diverse.

Ed è proprio da qui che vale la pena cominciare.

1. Non tutto può continuare a crescere: qualcosa avrà finalmente un volto

Per anni abbiamo associato il futuro all’idea di espansione: più scala, più pubblico, più canali, più visibilità, più lingue.

Questo immaginario inizierà a incrinarsi perché non tutto dovrà crescere per forza. Alcune cose, semplicemente, dovranno diventare riconoscibili. Contesti più piccoli, leggibili, in cui sia chiaro chi parla, perché lo fa e a chi si rivolge, come risposta palese alla dispersione. 

In un mondo dove tutto è potenzialmente ovunque, avere un volto potrebbe tornare a essere un valore raro.

2. Sapere da dove si parla conterà di più

Accanto alla dimensione, tornerà centrale la posizione. Non solo cosa si dice, ma da dove lo si dice. 

Il futuro premierà chi smette di fingere una neutralità astratta e accetta di essere parziale, contestuale o comunque situato in qualche modo. Il ‘locale’ non come chiusura, ma come consapevolezza del proprio punto di vista. 

Sapere dove si è, quali storie si attraversano, quali relazioni si attivano diventerà una forma di credibilità. Non tutto dovrà valere ovunque, ma qualcosa dovrà valere davvero da qualche parte.

3. Il percorso conterà quanto il risultato

Dopo anni in cui l’attenzione è stata concentrata quasi esclusivamente sull’esito finale, tornerà visibile il valore del processo. Come si arriva a qualcosa, quali passaggi comporta questo percorso, quanto tempo e lavoro richiede, quali errori si attraversano.

Questo lavoro non verrà trasformato esclusivamente in spettacolo, ma servirà a restituirgli senso, facendo riconoscere che ciò che incide davvero non è solo ciò che si mostra alla fine, ma il percorso che lo rende possibile e comprensibile.

Dopo anni in cui l’attenzione è stata concentrata quasi esclusivamente sull’esito finale, tornerà visibile il valore del processo.

4. Chi non parla con persone reali parlerà da solo

In un contesto dominato da modelli, segmentazioni e simulazioni, il ritorno al contatto diretto sembra inevitabile. Parlare con le persone, ascoltarle, verificare ipotesi, accettare risposte inattese o contrastanti con la nostra idea.

Chi continuerà a costruire valore senza questo passaggio rischierà di produrre messaggi sempre più raffinati, ma sempre più autoreferenziali. 

Il futuro premierà meno chi immagina il proprio interlocutore e più chi lo incontra davvero.

5. La tecnologia tornerà a essere una scelta e non una risposta

Dopo una lunga fase di entusiasmo e di reazione, la tecnologia smetterà di essere un destino e tornerà a essere uno strumento.Usata quando serve, limitata quando disturba, non tutto ciò che è possibile sarà automaticamente desiderabile. 

Il valore tornerà a stare nella capacità di scegliere consapevolmente cosa adottare e cosa no, in funzione di obiettivi chiari e dichiarati.

6. L’IA premierà chi sa dove sta andando

L’intelligenza artificiale (si chiamerà ancora così?) non renderà tutti più capaci, né tutti più creativi; renderà solo più evidenti le differenze.

Chi userà l’IA per sostituire il proprio pensiero rischierà di diventare rapidamente rimpiazzabile. Chi la userà per chiarire, testare, amplificare un pensiero già orientato diventerà più incisivo.

Il futuro non premierà la velocità in sé, ma la direzione intrapresa: non chi corre di più, ma chi sa perché si muove e dove sta andando.

Il futuro non premierà la velocità in sé, ma la direzione intrapresa: non chi corre di più, ma chi sa perché si muove e dove sta andando.

7. Rallentare ridurrà il rischio, non le possibilità

In un ambiente saturo di stimoli, la lentezza tornerà a essere una strategia come forma di controllo. Rallentare servirà a filtrare, a verificare, a ridurre il rumore e a costruire fiducia con gli altri.

La velocità non sarà più automaticamente sinonimo di efficacia e potrebbe diventare vero il suo contrario.

8. Ricorderemo ciò che risuona, non ciò che spiega

Anche i linguaggi potrebbero continuare il loro percorso di cambiamento, non perché la complessità scomparirà, ma perché l’attenzione continuerà a essere sempre più fragile. 

Meno sovrastrutture, meno dimostrazioni, più atmosfera.

Non la spunterà chi spiega meglio, ma chi riesce a generare risonanza, e ciò che resterà sarà ciò che si sente, prima ancora di ciò che si comprende razionalmente.

9. Senza attrito non c’è chiarimento né direzione

Dopo anni di consenso forzato e di linguaggi addomesticati, l’attrito tornerà legittimo e auspicabile. 

Senza conflitto non c’è scelta, e senza scelta non c’è direzione. Evitando magari lo scontro perenne che vediamo oggigiorno, ma più come segnale di differenze reali. Il futuro riscoprirà che evitare ogni tensione non rende più stabili, ma più fragili.

10. Quando scegli cosa conta, fai una scelta politica

L’ultima possibilità non aggiunge un tema ma li attraversa, in realtà, tutti.

Ogni scelta su cosa valorizzare, su cosa rendere visibile, su cosa far rallentare o far accelerare è e sarà una scelta politica nel senso sociale e di responsabilità.

Sarà sempre meno credibile l’idea di neutralità, non tanto perché tutto sia ideologico, ma perché sarà più evidente che produrre senso significa sempre decidere chi parla, chi ascolta e chi resta fuori. Queste possibilità iniziano a essere leggibili, ma non è possibile sapere quali si realizzeranno realmente.

Non è neanche il punto di questo editoriale. Il punto è riconoscere che molte delle condizioni perché accadano sono già davanti a noi.

E ignorarle, oggi, è già una forma di scelta.

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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