Dieci cose che il 2025 ci ha lasciato
di Carlo Emilio Tortarolo - 29 Dicembre 2025
E che non vorremmo più affrontare
Ci sono anni che passano lasciando segni e ferite evidenti (il 2020-21 è ancora lì nella memoria) come ci sono altre date da ricordare per i più svariati motivi.
E poi ci sono anni come il 2025, che non hanno bisogno di colpire frontalmente perché preferiscono fare un lavoro più sottile, più lento, quasi pedagogico. Non ti traumatizzano: ti abituano.
Il 2025 non è stato un anno che ha rotto qualcosa all’improvviso, è stato un anno che ci ha insegnato a convivere. A convivere con situazioni che, solo poco tempo fa, avremmo definito inaccettabili. A convincere con la temporaneità o comunque con specifiche problematiche.
Oggi, proprio per questo, le chiamiamo con una parola molto più rassicurante: contesto. Quelli che seguono non sono 10 episodi specifici, risulterebbero inevitabilmente riduttivi e soggettivi, ma 10 mentalità, situazioni, piani di società…insomma, stati che dovremmo abbandonare con la fine del nuovo anno per un 2026 più costruttivo.
Riassumerli in una sola frase che funga da red flag per il nostro benessere futuro è stato puro esercizio di stile.
1) Emergenza permanente
La prima eredità che ci lascia è proprio questa: l’idea di emergenza permanente.
Tutto è urgente, tutto è fragile, tutto è ‘in attesa di tempi migliori’ nella speranza che prima o poi arrivino. Le stagioni culturali vengono progettate come se potessero saltare da un momento all’altro, vuoi per mancanza di fondi, vuoi per ingerenze politiche. Le decisioni, che tanto sarebbero utili a dare una direzione verso cui spingere tutti assieme, vengono rinviate perché ‘adesso non è il momento giusto’.
Quando l’eccezione non è più un evento straordinario ma diventa metodo, nessuno è davvero responsabile. È una formula comoda, elegante, perfino rassicurante: non scegliamo perché non possiamo scegliere.
Frase: “Quest’anno dobbiamo arrangiarci, poi vediamo come va il prossimo.”
2) Comunicazione al posto del progetto
Dentro questa logica prospera la seconda grande normalizzazione del 2025: la comunicazione che prende il posto del progetto.
Prima si racconta o ce la si racconta, poi eventualmente, se le cose girano bene, si costruisce, se girano male, non si costruisce affatto. Ma intanto si è detto e si è fatto dire, si è mostrato e ci si è mostrati, si è presidiato lo spazio simbolico dei social e dei giornali. Il progetto non è più qualcosa che regge nel tempo, ma qualcosa che regge l’attenzione per il tempo necessario. Se qualcosa non funziona, raramente si cambia direzione: si cambia narrazione. Si aggiusta il tono, il visual, il comunicato mentre la struttura resta fragile, ma raccontata meglio.
Frase: “Intanto partiamo, poi sistemiamo man mano”
3) Visibilità come prova di valore
Da qui si scivola facilmente verso un’altra idea diventata sorprendentemente ovvia: la visibilità come prova di valore.
Non importa quanto duri un’esperienza, non importa quanto incida, non importa che cosa lasci, l’importante è che circoli. Che sia riconoscibile, spendibile, condivisibile, instagrammabile e social. Essere visti ha progressivamente sostituito l’essere necessari: like, interazione, presenza mediatica sono diventate le valute ufficiali e veri e propri criteri impliciti di legittimazione.
Chi lavora bene ma senza rumore, chi costruisce senza apparire, insomma, comincia a sembrare fuori tempo e quasi sospetto.
Frase: “L’importante è che se ne parli”
4) Professionalità come privilegio
In questo scenario, la professionalità subisce una torsione inquietante. Nel 2025, ma anche da prima, l’essere professionali diventa sempre più spesso un privilegio da giustificare e non un valore da tutelare. Essere competenti, chiedere condizioni dignitose, pretendere tempo e cura viene facilmente letto come arroganza. ‘C’è chi sta peggio’, ‘dovresti ringraziare’ e ‘ai miei tempi lo facevo per passione’ diventano degli intercalari in un discorso senza direzione in cui l’obiettivo è uno solo, non dare quanto hai richiesto ma senza avere reali motivazioni per non darlo.
Essere professionali diventa sempre più spesso un privilegio da giustificare e non un valore da tutelare.
La competenza smette di essere una risorsa collettiva e diventa una colpa individuale, di conseguenza l’asticella si abbassa, ma lo si racconta come apertura, come accessibilità, come inclusione.
Frase: “Siamo una grande famiglia che si viene incontro”
5) Pubblico come target
Nel frattempo, il pubblico ha cambiato nome ed è diventato il target. Il pubblico (quando a livello europeo si parla da svariati anni di pubblici, al plurale) viene segmentato, profilato, intercettato con linguaggi sempre più semplificati perché così ‘piacerà ai giovani’.
Gli si parla addosso, raramente gli si parla con; gli si chiede attenzione, ma non ascolto reciproco. Poi, quando non risponde come previsto, quando non si comporta secondo i modelli attesi, lo si accusa di disinteresse, di pigrizia, di incapacità di capire, di preferire Netflix all’opera.
Contraddizione perfetta: lo consideriamo abbastanza intelligente da essere misurato in ogni gesto, ma non abbastanza da essere coinvolto davvero.
Frase: “…se no il pubblico si annoia”
6) Contemporaneità come ornamento
Strettamente correlato al precedente, il 2025 ci ha lasciato anche una contemporaneità trattata come ornamento.
Un po’ di nuovo serve sempre perché serve per sembrare aggiornati, per dare l’idea di movimento o anche solo per dimostrare che si è “sul pezzo”. Ma guai a rischiare davvero: il nuovo va bene finché non disturba o finché non chiede tempo, risorse, ripensamenti. La musica contemporanea, i linguaggi nuovi, le pratiche sperimentali entrano nei programmi come elementi decorativi, non come forze capaci di cambiare l’equilibrio.
Frase: “Facciamo qualcosa di nuovo, ma che non impegni troppo”
7) Partecipazione simbolica
A questo si collega la partecipazione simbolica.
Si invita agli eventi principali, si coinvolge in forma digitale e fisica ma soprattutto si fotografa a beneficio social. Si celebrano processi partecipativi di differente forma che spesso restano tali solo nel nome, gesti rituali che servono a dimostrare sensibilità ma non a redistribuire potere decisionale. Si chiede alle persone di esserci, raramente di contare, trasformando il coinvolgimento in forma ma non in sostanza.
Frase: “La partecipazione non può rallentare il processo”
8) Inclusione di facciata
Intanto, il linguaggio dell’inclusione si fa sempre più ampio.
Le parole si moltiplicano, i documenti si affinano e le dichiarazioni d’intenti si allungano. Nel frattempo gli spazi reali, quelli in cui si decide, restano sorprendentemente stretti. Ovvero senza redistribuzione, l’inclusione resta una cornice in cui tutti sono invitati, purché non cambino i ruoli e non disturbino l’assetto. È un’apertura che rassicura chi la concede più di chi la riceve.
Frase: “Coinvolgiamo tutti, però poi decidiamo noi”
9) Velocità a tutti i costi
Un’altra grande eredità del 2025 è la velocità scambiata per vitalità. Tutto accade, tutto si muove, tutto si moltiplica. Eventi, call, iniziative, contenuti. Però il movimento non coincide con una direzione e l’overdose di attività diventa un alibi raffinato per non scegliere. Meglio fare molte cose in superficie che una cosa fino in fondo, così almeno si ha l’impressione di essere vivi, reattivi, presenti. Anche quando si gira a vuoto.
Frase: “L’idea è giusta, ma ora non è il momento”
10) Retorica della resistenza
E infine, il 2025 ci consegna la retorica della resistenza.
Resistere diventa l’orizzonte massimo a cui aspirare la mattina e con cui confrontarsi la sera. Resistere ai tagli, alle condizioni, all’usura quotidiana. Resistere a tutto, cambiare niente.
Resistere ai tagli, alle condizioni, all’usura quotidiana. Resistere a tutto, cambiare niente.
La sopravvivenza viene raccontata come una virtù, come un atto di coraggio che merita l’appellativo di sopravvissuto. Il resistere, da solo, non è un progetto, è una postura. È un modo elegante per restare fermi, sperando che basti.
Frase: “In questo lavoro è sempre stato così”
Questi dieci stati non sono comparsi per caso.Non sono piovuti dall’alto come un destino inevitabile ma li abbiamo accettate poco alla volta, anno dopo anno. Per stanchezza, per paura, per necessità, per ignavia e a volte anche per convenienza. Sono diventati praticabili e proprio per questo, ora sono normali.
La parte davvero scomoda è questa: nessuna di queste dinamiche funziona solo perché qualcuno le impone. Funzionano perché, a un certo punto, smettiamo di opporci, smettiamo di scandalizzarci, smettiamo di parlarne.
Impariamo a conviverci, a giustificarli, a chiamarli con nomi più morbidi. Alla fine il 2025 non ci ha tolto qualcosa di concreto, ci ha tolto il fastidio. E quando smetti di provare fastidio, non è perché le cose vanno meglio, è perché ti stai adattando.
Potremmo chiederci che cosa abbiamo perso o che cosa siamo ancora disposti a non perdere, anche se costa tempo, energie, attrito. Ma per l’ultimo editoriale dell’anno non ci saranno domande perché il rischio più grande non è che il 2025 ritorni, ma che diventi il modello del futuro.
