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Chi sta uccidendo la musica classica? Inerzia

di Carlo Emilio Tortarolo - 21 Settembre 2026

Un’analisi in tre parti sullo stato di salute della musica classica

Quanto deve essere difficile organizzare un concerto?

Un luogo, alcuni musicisti, un pubblico, le necessarie condizioni di sicurezza.

Naturalmente dietro all’evento esistono contratti, permessi, responsabilità, adempimenti fiscali e tecnici. Nessun concerto dovrebbe svolgersi al di fuori delle regole, ma un problema altrettanto serio nasce quando le regole smettono di servire a governare ciò che accade e cominciano a sostituirne la comprensione.

Nelle ultime settimane mi sono arrivate alcune segnalazioni, identiche nel meccanismo ma provenienti da contesti differenti. Sono diventate l’occasione per provare a costruire uno stato dell’arte in tre parti, dal mio personale punto di vista, sulla musica classica. 

Come in una classica partita di Cluedo: molti sospetti e un colpevole che ognuno di noi dovrà provare a identificare.

Mettiamoci nei panni di un organizzatore di un normale concerto di musica classica in uno spazio già utilizzato per manifestazioni pubbliche. Poche centinaia di persone previste, nessun allestimento particolarmente complesso, nessuna discoteca improvvisata dopo l’ultimo bis. 

La lenta e ingolfante pratica amministrativa, però, sembra costruita per un altro universo: richieste e allegati pensati per eventi con caratteristiche completamente diverse, dubbi sulla classificazione e sui permessi necessari, documenti che hanno poco o nulla a che vedere con ciò che accadrà realmente.

Il problema non è il singolo modulo, di per sé comunque complesso da compilare, soprattutto la prima volta. È l’impressione che, non riconoscendo perfettamente l’oggetto artistico che deve autorizzare, l’amministrazione cercasse sicurezza chiedendo tutta la documentazione possibile. Mettiamoci ora nei panni di un altro organizzatore che decidere di andare sul classico e realizzare un concerto in un teatro. Quindi, almeno in teoria, nel luogo che più di ogni altro dovrebbe sapere che cosa significhi far salire degli artisti su un palcoscenico. Eppure la logica è sorprendentemente simile.

All’organizzatore viene richiesto di ricostruire e dichiarare una quantità crescente di informazioni, fino al nominativo delle persone che avranno accesso al palco, alla loro eventuale preparazione per lavori in quota e persino alla possibilità che utilizzino un avvitatore.

Non per i tecnici, ma anche per orchestrali, artisti, assistenti, personale coinvolto: tutto sullo stesso piano. Tutto deve essere anticipato, classificato, attribuito. Episodi forse minimi, ma appollaiati sulla cima dell’enorme elefante della burocrazia italiana.

È l’ordinaria amministrazione dello spettacolo dal vivo dentro una macchina amministrativa che prova a normare ogni singola casistica perché fatica a gestire l’eterogeneità.

Se fosse soltanto una questione di documenti, forse basterebbe eliminarne qualcuno. Il meccanismo, però, è più subdolo. Quando un’istituzione non riesce ad assumersi completamente una decisione, tende a trasferirne una parte sul soggetto che ha davanti. Il documento diventa lo strumento attraverso cui avviene questo trasferimento.

Chi organizza non deve soltanto rispettare una regola: deve progressivamente dimostrare di avere previsto ogni circostanza, identificato ogni soggetto, classificato ogni attività. 

Chi autorizza, concede o mette a disposizione lo spazio riduce così il proprio margine di responsabilità.

L’asticella dell’impegno si sposta lentamente verso chi sta già impiegando tempo e risorse per produrre l’evento, mentre chi dovrebbe governare la procedura può limitarsi sempre più alla verifica formale di ciò che gli viene consegnato. È una forma di amministrazione difensiva.

L’asticella dell’impegno si sposta lentamente verso chi sta già impiegando tempo e risorse per produrre l’evento, mentre chi dovrebbe governare la procedura può limitarsi sempre più alla verifica formale di ciò che gli viene consegnato.

Il paradosso è che negli ultimi anni il legislatore ha cercato espressamente di andare nella direzione opposta, quella della semplificazione.

Ma una procedura può essere semplice sulla carta e tornare complicatissima quando incontra un’amministrazione che non si sente sufficientemente protetta dalla procedura stessa.

Più un evento è ordinario, meno dovrebbe richiedere interpretazione. Se però non coincide esattamente con lo schema che un ufficio utilizza abitualmente, può diventare improvvisamente sospetto.

Una festa di paese, una manifestazione gastronomica, un concerto amplificato o un evento sportivo possiedono spesso procedure sedimentate dall’abitudine.

Un recital pianistico o un concerto orchestrale possono essere tecnicamente molto più semplici e tuttavia entrare con maggiore difficoltà nelle stesse caselle, semplicemente perché sono meno familiari a chi deve classificarli.

Gli eventi meno frequenti non vengono quindi proibiti. La loro realizzazione diventa più costosa in termini di tempo, energie e competenze.

Superare ogni ostacolo significa una telefonata in più, una dichiarazione aggiuntiva, una firma, una PEC, un altro allegato.

Le grandi istituzioni possiedono uffici amministrativi e tecnici, responsabili della sicurezza, consulenti e personale capace di assorbire questi costi. Una piccola associazione, un festival indipendente, un giovane organizzatore o una realtà di provincia molto spesso no.

La burocrazia non vieta loro di produrre cultura. Si limita a rendere progressivamente meno conveniente farlo.

La burocrazia non vieta di produrre cultura. Si limita a rendere progressivamente meno conveniente farlo.

Le infrastrutture culturali possono scomparire nello stesso modo.

Raramente qualcuno si sveglia una mattina e decreta che un piccolo teatro, una sala da concerto o uno spazio culturale non servano più. Il processo può essere molto più subdolo e meno spettacolare: una manutenzione rimandata, un adeguamento diventato troppo costoso, una programmazione che si dirada, un problema tecnico che richiede un investimento non disponibile, una gestione che diventa più complessa, qualche stagione saltata.

Intorno a quello spazio comincia a circolare meno gente. Si organizzano meno eventi. Il luogo entra sempre meno nelle abitudini della comunità.

A quel punto inizia a essere percepito come marginale. E, se è marginale, perché continuare a investirci?

Non è casuale che le stesse politiche culturali nazionali continuino a intervenire sul riequilibrio territoriale. Nel giugno 2026 il Ministero della Cultura ha lanciato “Cultura nei piccoli comuni”, un programma rivolto ai comuni italiani con meno di 25.000 abitanti che indica esplicitamente tra i propri obiettivi il contrasto alla marginalizzazione delle aree interne e un accesso più equo alla cultura sul territorio nazionale.

Non dimostra che sia la burocrazia a chiudere le sale. Dimostra però che la fragilità degli ecosistemi culturali territoriali è abbastanza concreta da richiedere politiche pubbliche dedicate.

E alla fine della nostra prima stanza del Cluedo restano molti sospetti, ma nessun colpevole alla prova dei fatti.

Il funzionario che chiede un documento sta proteggendo il proprio ufficio. Il gestore che pretende una dichiarazione sta proteggendo il proprio teatro. L’organizzatore che compila tutto pur di arrivare alla sera del concerto sta proteggendo il proprio evento.

Ognuno compie una scelta perfettamente razionale. Il risultato collettivo è però un ambiente nel quale produrre musica diventa un poco più difficile ogni volta.

La musica classica non ha quindi bisogno di ricevere una minaccia di morte. Basta che tutti continuino a fare esattamente ciò che hanno sempre fatto: minimizzare il rischio, trasferire la responsabilità, difendere la procedura.

E se il primo modo con cui un sistema si protegge è evitare qualsiasi deviazione da ciò che già conosce, che cosa succede quando la stessa logica entra nelle sale da concerto, nei Conservatori e perfino nel modo in cui insegniamo a un musicista a suonare?

Lo vedremo nella prossima puntata.

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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