Aggiungere fuoco alle fiamme
di Carlo Emilio Tortarolo - 18 Gennaio 2026
Anatomia di una comunicazione che peggiora il mondo
C’è un gesto che oggi viene scambiato per lucidità critica e che invece assomiglia sempre di più a una forma di irresponsabilità sistemica: soffiare sul fuoco. Alimentare la polemica, accelerare l’incendio comunicativo, farlo con il tono di chi “dice le cose come stanno”, della presunta trasparenza social, mentre in realtà non fa che peggiorare un contesto già saturo, fragile e, come da titolo, incendiato.
Viviamo in un mondo che non ha bisogno di ulteriori inneschi. Non serve questo editoriale per accorgersi che le guerre non sono più metafore, che le tensioni geopolitiche non sono più cornici narrative e che le tragedie non sono più materiale grezzo per costruire engagement.
In un mondo iperconnesso siamo raggiunti in tempo reale da ogni conflitto, da ogni sopruso, da ogni morte. E il riflesso è diventato automatico: commentare prima di capire, polarizzare prima di verificare, semplificare prima di assumersi responsabilità, trovare il colpevole giusto prima della giustizia. Se poi è giovane, visibile e sacrificabile, tanto meglio.
In questo scenario saturo e tossico si insinua una figura che non è nuova, ma che oggi gode di una legittimazione inquietante fondata su views ed engagement: chi si muove tra informazione e spettacolo senza assumersi il peso di nessuno dei due. Non costruisce contesto, produce frizione. Non chiarisce, amplifica. Interpreta la realtà, o meglio una sua porzione conveniente, come una sequenza di micce da accendere, convinto che il conflitto permanente coincida con la verità.

Il problema non è ovviamente il mezzo e quindi non può essere l’uso dei social, né la necessità di comunicare in modo diretto con il proprio pubblico. Il problema è l’idea, profondamente moderna e profondamente tossica, che ogni gesto critico sia automaticamente virtuoso, che smontare equivalga a capire e che denunciare basti a giustificare il caos e le macerie che si lasciano dietro.
Il problema è l’idea […] che ogni gesto critico sia automaticamente virtuoso, che smontare equivalga a capire e che denunciare basti a giustificare il caos e le macerie che si lasciano dietro.
La politica ne è ormai impregnata. Non si governa più il tempo lungo, si governa il ciclo dell’indignazione. Ogni dichiarazione è progettata per dividere, ogni frase è una trappola e contro-trappola semantica, ogni avversario è ridotto a caricatura. Il linguaggio non serve più quindi a orientare men che meno a unire, ma solo ad incendiare e a distogliere l’attenzione. Chi si sottrae a questa logica, dall’altra parte, viene accusato di ambiguità, di debolezza e di complicità.
Lo stesso schema si ripete, con una crudeltà ancora più evidente, nel modo in cui vengono raccontate le tragedie. Episodi come la strage di Crans-Montana diventano immediatamente terreno di caccia retorica. Non c’è tempo per capire, per verificare e per elaborare.
C’è solo spazio per il giudizio immediato e sommario, per la condanna esemplare di atteggiamenti giovanili assolutamente coerenti al contesto in cui siamo e per l’uso strumentale del dolore come prova di superiorità morale.
E qui entra in gioco la frattura generazionale, che non è un incidente, ma un dispositivo. I giovani vengono continuamente chiamati in causa come artefici di quanto non vada, ma mai davvero ascoltati. Sono utili quando generano visualizzazioni, quando producono contenuti, quando incarnano l’estetica della contemporaneità. Diventano improvvisamente incompetenti quando osano parlare, esporsi e prendere posizione.
Se fanno views, sono superficiali. Se non le fanno, sono irrilevanti. In entrambi i casi, il sistema adulto si auto-assolve.
Il telefono in mano diventa il simbolo perfetto di questa ipocrisia. Gli adulti lo usano per accusare, i giovani per esistere. Gli uni parlano di dipendenza, gli altri di linguaggio. Ma nessuno sembra disposto a interrogarsi davvero sul vuoto di responsabilità che attraversa l’intero spazio pubblico.
In questo contesto, la parola “competenza” viene brandita come un’arma. Serve a colpire più che a chiarire, a zittire più che a costruire. Diventa un certificato morale che autorizza a semplificare, ridicolizzare, umiliare, quando non apertamente a bullizzare.
Io so, quindi posso permettermi di peggiorare il clima. Io capisco, quindi ho il diritto di aggiungere fuoco alle fiamme. Eppure la competenza, se esiste ancora un senso nell’usarla, dovrebbe significare esattamente il contrario. Competente non è chi arriva per primo con il commento più feroce.
Competente non è chi arriva per primo con il commento più feroce.
Competente è chi sa reggere il peso delle proprie parole e sa che ogni frase pubblica, oggi, è un accelerante o un estintore, sa che la lucidità non consiste nel dire tutto, ma nel sapere quando tacere, quando rallentare o quando, ancora, non contribuire al disastro.
Soffiare sul fuoco, in un mondo che brucia già da solo, non è coraggio, non è verità e non è critica. È una forma di deresponsabilizzazione mascherata da chiarezza ed è il rifiuto di assumersi il compito più difficile: costruire senso invece di distruggerlo.
Partendo dal fatto che il conflitto debba esserci per produrre un risultato, il problema è che sempre più spesso il conflitto viene prodotto artificialmente, alimentato e spettacolarizzato. Né per cambiare le cose, né per migliorare il mondo ma solo per occupare spazio e dominare il rumore.
E mentre il linguaggio si incendia, le strutture restano, per il momento intatte. Le decisioni vere continuano a essere prese altrove, in silenzio, lontano dalle polemiche che consumano energie e persone.
A ferirsi sono sempre gli stessi: i più esposti, i più giovani, i più fragili, quelli che non hanno gli strumenti per difendersi dalla violenza simbolica di chi parla “da esperto”. È qui che chi proviene dal mondo della cultura non può chiamarsi fuori, più per una responsabilità specifica che per superiorità morale.
La cultura, nelle sue forme performative, narrative e simboliche, lavora da sempre con il tempo, con l’ambiguità, con l’ascolto e con l’empatia. Insegna che il senso non nasce dall’urto immediato, ma dalla sedimentazione, che una parola detta senza corpo e senza contesto può ferire quanto un gesto e che l’esposizione pubblica non è mai neutra.
Proprio per questo, chi ha attraversato pratiche artistiche e culturali dovrebbe essere il primo a opporsi alla comunicazione incendiaria e non divenirne il suo megafono più urlante. Con l’obiettivo di rallentare per responsabilità e di ricordare che non tutto ciò che è visibile è necessario, che non tutto ciò che genera reazione produce comprensione.
In un tempo che scambia l’impatto per verità, la cultura dovrebbe funzionare come freno e non più come acceleratore.
In un tempo che scambia l’impatto per verità, la cultura dovrebbe funzionare come freno e non più come acceleratore.
Forse il vero scandalo, a questo punto, è chi trasforma ogni errore in un rogo pubblico e chi fa uso cinico della competenza come alibi per non costruire nulla.
In un tempo che chiede manutenzione, cura, pazienza, continuare ad aggiungere fuoco alle fiamme non è una scelta neutra. È una responsabilità che qualcuno, prima o poi, dovrà smettere di fingere di non vedere.
