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Abbiamo sempre fatto così

di Carlo Emilio Tortarolo - 14 Dicembre 2025

Ageismo, eldersplaining e il controllo del tempo

Nel dibattito culturale e sociale odierno, l’età viene spesso trattata come un dato naturale, quasi biologico. Si parla di giovani e di anziani come se fossero categorie evidenti e autoesplicative, quando in realtà l’età funziona soprattutto come un dispositivo di potere. 

Non determina solo chi siamo, ma quando siamo autorizzati a parlare, a decidere, a sbagliare e, soprattutto, quando non lo siamo più.

L’ageismo viene di solito raccontato come una forma di discriminazione lineare: l’esclusione degli anziani, la marginalizzazione di chi non è più “al passo”. Ma questa rappresentazione è parziale. Accanto a un ageismo che espelle, ne esiste uno più silenzioso che organizza. Non allontana, ma assegna ruoli; non cancella, ma gerarchizza il tempo, distribuendo legittimità e attesa.

È qui che prende forma quello che possiamo definire eldersplaining: non solo un atteggiamento comunicativo, ma l’uso dell’anzianità come autorità autosufficiente, come argomento che non ha più bisogno di essere discusso.

In questo schema, alcune età vengono considerate strutturalmente immature, quindi non ancora autorizzate a incidere. Altre diventano improvvisamente intoccabili, protette da una sorta di immunità simbolica, quasi tribale. È qui che prende forma quello che possiamo definire eldersplaining: non solo un atteggiamento comunicativo, ma l’uso dell’anzianità come autorità autosufficiente, come argomento che non ha più bisogno di essere discusso.

Vale la pena chiarirlo subito: l’eldersplaining (per chi ha chiaro il concetto di mansplaining, qui declinato sull’età e non sul genere) non coincide con l’età anagrafica, né riguarda indistintamente tutte le persone anziane. Non è una questione biologica, ma relazionale. Non nasce dal tempo vissuto in sé, ma dal modo in cui quel tempo viene trasformato in una posizione di vantaggio discorsivo. 

È un meccanismo che può essere esercitato solo in contesti che lo rendono possibile e che premiano l’anzianità non come esperienza da condividere, ma come criterio di chiusura del confronto. 

In questo senso, il problema non sono le generazioni, ma la gerarchia che le immobilizza. L’eldersplaining non si manifesta con l’arroganza esplicita, ma con la calma di chi non deve più spiegare. 

Frasi come “abbiamo sempre fatto così” o “quando avrai la mia età capirai” non servono a trasmettere un sapere, ma a sospendere e interrompere la discussione. L’esperienza, che dovrebbe essere una risorsa, diventa una scorciatoia retorica. Il tempo vissuto smette di essere un contenuto e diventa un titolo.

Questo meccanismo è particolarmente visibile nel mondo culturale, dove la tradizione viene spesso evocata come un bene da custodire, ma raramente come un campo di conflitto su cui interrogarsi. 

La memoria assume una funzione rassicurante: testimoniare, ricordare, legittimare. Chi ha attraversato molte stagioni viene chiamato a rappresentarle, non a metterle in discussione. 

L’autorità non deriva più dalla capacità di leggere il presente, ma dall’aver attraversato un presente che oggi è già passato e in alcuni casi anche trapassato.

Il risultato è un equilibrio fragile e profondamente contraddittorio. Da un lato si chiede alle nuove generazioni di dimostrare competenza, affidabilità e rispetto ben oltre quanto richiesto in passato. Dall’altro si sottrae loro la possibilità di fare esperienza reale, perché l’errore viene letto come colpa e non come passaggio. 

Il giovane che non fa è inattivo; quello che fa e sbaglia è immaturo; quello che insiste è arrogante; quello che propone alternative viene accusato di non comprenderne la complessità. 

E quando a tutto questo si aggiunge anche una dimensione di genere, la soglia di tolleranza si abbassa ulteriormente. In ogni caso, il giudizio precede l’azione.

Quando ogni movimento è sbagliato, il problema non è il movimento. È lo spazio in cui quel movimento viene compiuto. Uno spazio che non ammette trasformazione o pensiero, ma solo conferma di ciò che è sempre stato. Uno spazio che chiede continuità senza prevedere passaggio, rispetto senza prevedere ricambio. 

In questo senso, l’età diventa un criterio di controllo più efficace di qualsiasi regolamento scritto, perché opera in modo implicito e raramente dichiarato.

Questa logica emerge con particolare evidenza nel rapporto, spesso irrisolto, tra cultura e dimensione digitale. I social network vengono ancora pensati prevalentemente come luoghi di visibilità, promozione o conflitto, ma raramente come spazi di lavoro, di costruzione comunitaria e di fiducia. Il sistema culturale continua a privilegiare il contatto fisico come principale garanzia di controllo, legittimazione e affidabilità, senza riuscire però a tradurre quella stessa logica in una dimensione digitale ad alto valore aggiunto.

Il risultato è un uso povero e poco generativo del digitale: vetrina invece che infrastruttura, comunicazione invece che collaborazione, presenza invece che progetto. In questo vuoto si innesta facilmente l’eldersplaining, perché la fiducia continua a essere legata alla prossimità fisica, alla conoscenza diretta e alla frequentazione degli stessi spazi. Chi non è “già dentro” resta visibile ma non operante, ascoltato ma non coinvolto, riconosciuto ma non abilitato. Il digitale, invece di ampliare le possibilità di accesso e di lavoro condiviso, finisce per replicare le stesse gerarchie del mondo analogico, spesso in forma ancora più opaca.

Allo stesso tempo, l’eldersplaining produce un danno speculare su chi lo esercita. Trasforma l’esperienza in una gabbia. Chi è investito del ruolo di depositario non può più cambiare idea senza perdere la propria autorevolezza, anche fra i suoi pari età. Non può più rischiare senza tradire l’immagine che gli è stata assegnata. L’esperienza smette di essere viva e diventa funzione e, anche qui, il tempo viene amministrato, non vissuto.

Ageismo ed eldersplaining, dunque, non sono fenomeni opposti. Sono complementari. Uno esclude, l’altro neutralizza. Uno nega l’accesso, l’altro sterilizza il dissenso e insieme costruiscono una gerarchia temporale che rende il sistema apparentemente stabile, ma strutturalmente immobile. 

Una stabilità che rassicura, ma che si regge sulla sospensione del cambiamento. Il punto critico emerge quando questa immobilità entra in conflitto con la realtà. Perché nessun sistema culturale può sopravvivere basandosi solo sulla tutela del passato o sulla promessa eterna del futuro. La cultura esiste solo nel presente dell’azione: qualcuno che fa, che prova, che esegue, che continua. Esattamente come hanno fatto, in altre condizioni e con altri strumenti, coloro che oggi rivendicano la propria esperienza come confine della realizzabilità.

Nessun sistema culturale può sopravvivere basandosi solo sulla tutela del passato o sulla promessa eterna del futuro.

Il futuro non nasce da una concessione progressiva di autorizzazioni. Nasce da ingressi non previsti, da tentativi maldestri, da traiettorie che non rispettano i tempi ideali. 

Ogni generazione che ha inciso davvero lo ha fatto occupando spazi che non le erano stati preparati. Pensare che oggi possa funzionare diversamente significa confondere il rispetto con l’obbedienza.

Scendere dalla giostra della società per non disturbare nessuno, non rende il sistema più giusto. Lo rende più fragile, perché la continuità non è garantita dalla reverenza, ma dal ricambio dell’azione. 

Ogni ecosistema culturale vive solo finché qualcuno entra, prova, sbaglia, insiste. Non perché ha ricevuto un permesso, ma perché quel passaggio è necessario alla sopravvivenza stessa del sistema.

Quando invece il tempo diventa un argomento che non si può discutere, quando l’esperienza smette di essere dialogo e diventa confine, la musica della giostra non si interrompe all’improvviso. Smette la giostra stessa di andare avanti. E allora la domanda non riguarda più i giovani, né gli anziani, né il rispetto dovuto all’uno o all’altro, ma qualcosa di più scomodo e decisivo: un sistema che non ammette ingresso, errore e trasformazione è davvero interessato a continuare, o solo a conservarsi?

Carlo Emilio Tortarolo

Autore

Direttore d'orchestra, pianista e manager culturale veneziano, Carlo Emilio è presidente di Juvenice - Giovani Amici della Fenice, associazione dai giovani per i giovani per la condivisione e la promozione degli spettacoli musicali, ed è segretario del Festival Pianistico ‘B. Cristofori’ di Padova.

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