L’impossibilità di una parodia innocente
di Tiziano de Felice - 19 Settembre 2025
Perché continuare a ridere di Boulez non ci renderà più intelligenti (né più liberi)
Era un pomeriggio qualsiasi, un momento libero e subito riempito da una lunga deriva di pixel e cavi invisibili, dissolti tra l’accensione del computer e la presa dello smartphone. Gesto oggi così banale eppure già liturgico, come sfiorare l’interruttore di un altare domestico. È l’inizio del consueto pellegrinaggio digitale, un cammino a scatti, scandito da finestre che si aprono come tabernacoli effimeri, notifiche che esplodono in trilli ridotti a riflessi condizionati, algoritmi che mi inseguono come cani randagi laureati in marketing. Scorro, leggo, ascolto a metà, siamo alle prese con la solita trance intermittente. E poi, inevitabile, come se non fosse davvero caso ma una piccola cospirazione ingegnerizzata nei meccanismi del feed, appare quel reel che mi blocca, che mi trattiene abbastanza da costringermi a rivederlo, replay compulsivo come tic da dopamina incorporata. Mi costringe persino a commentare…
Siamo su Instagram. La caption, scritta con quello stile di falsa confidenza che ormai domina la retorica dei social, ironico ma prudente, sorridente ma già giustificato, dice:
«Durante i miei studi ho dovuto eseguire un brano per sette persone che strappavano carta igienica, sì, quello era il pezzo. Scritto durante la pandemia, mi ha fatto chiedere cosa sia davvero la musica. Arte? Commento sociale? Caos? Solo rumore con un concetto? In molti conservatori la musica contemporanea è obbligatoria, anche quando arriva a essere così sperimentale. Dovrebbe esserlo? Ovviamente questo non rappresenta tutta la musica contemporanea. Ci sono anche opere davvero belle, profonde e potenti. Questa è solo una prospettiva con un po’ di umorismo.»
Era tutto lì: il racconto aneddotico, l’emoji come sottolineatura infantile, la domanda retorica che si traveste da apertura dialettica ma che in realtà è una porta a molla che si richiude subito, e soprattutto quella formula di autoassoluzione (“questa è solo una prospettiva, con un po’ di umorismo”) che funziona come lasciapassare morale della nostra epoca, il timbro digitale che autorizza ogni riduzione. Una parodia già dichiarata e quindi automaticamente innocua, come se bastasse nominare la caricatura per sterilizzarne gli effetti.
Dunque cosa mostra il reel? Un pianista che passa in rassegna i cinque stili di un compositore contemporaneo, condensati in brevi quadri teatrali che oscillavano tra la caricatura e il ritratto grottesco: il primo, l’esploratore sonoro, che al pianoforte si avventa su tutto tranne che sulla tastiera, sfiorando corde, colpendo il legno, trasformando lo strumento in una sorta di fossile da percuotere; il secondo, l’entusiasta dei cluster, mani spalancate come piatti o chiuse in pugni che schiacciano ottave intere, tutto ridotto a sciame indistinto; il terzo, il “ripeti e cambia leggermente”, parodia della monotonia accademica, il tempo che si annoda su sé stesso; il quarto, il minimalista melanconico, poche note che arrivano lente e inespressive, sguardo del pianista perso nel vuoto; e infine, il quinto, il virtuoso estremo senza senso, una caricatura diretta, quasi brutale, del Boulez delle Sonate, il funambolismo tecnico ridotto a gioco randomico e circense.
Molti compositori sperimentali non cercano lo scandalo, ma l’espansione dei confini del suono e della percezione.
Inizialmente ricordo di aver pensato “Bene, nulla di nuovo”. Di cosa si tratta in fondo se non solo un altro meme sul mondo della musica, il prendere in giro e in questo caso dei compositori contemporanei? Un altro chiodo piantato nel grande tabellone del ridicolo condiviso.
Poi, senza pensarci troppo, cosa che in questi casi è sempre il primo passo verso l’irreparabile, ho scritto un commento. Non con rabbia, non con supponenza, ma con la sincera intenzione di distinguere, almeno un poco, la critica intelligente dalla derisione pigra.
Ho scritto: «Il problema non è la parodia, ma la presa in giro pigra. C’è differenza tra critica e liquidazione…» e via dicendo, ricordando che molti compositori sperimentali non cercano lo scandalo, ma l’espansione dei confini del suono e della percezione, che ridurre questo lavoro a punchline da pochi secondi significa non solo far torto a chi lo ha scritto, ma anche togliere a chi guarda la possibilità di avvicinarsi a quel mondo con curiosità autentica. Mi pareva una posizione ragionevole, per non dire ovvia.
E invece, senza sosta, arriva la cascata di commenti. All’inizio piano, come gocce. Poi sempre più forte e feroce. “Cresci e impara a ridere di te stesso, amico.” “Scommetto che sei divertente alle feste.” “Molto drammatico da parte tua, ma non è un lavoro duro. Nessun sacrificio necessario.” “La contemporanea fa schifo e non me ne frega nulla dello sforzo, conta il risultato. E se il risultato sembra fatto in due minuti, anche lo sforzo è spazzatura.” Altri, più moderati, dicevano: “Non so se l’umorismo scoraggi davvero i neofiti, forse al contrario stimola curiosità.” Ma la linea di fondo era chiara: la mia difesa della complessità veniva recepita come fragilità, il mio distinguere come moralismo. E quel che mi colpì di più, dettaglio che ancora oggi mentre scrivo ritorna addosso con una certa amarezza, è che molti dei commenti più aggressivi provenivano dai musicisti stessi, da persone formate (o credute tali) per riconoscere il peso di un’idea, di una partitura, anche quando non piace, anche quando sembra aliena.
Molti dei commenti più aggressivi provenivano dai musicisti stessi, da persone formate per riconoscere il peso di un’idea, di una partitura, anche quando non piace, anche quando sembra aliena.
Poco dopo mi tornò alla mente David Foster Wallace e un suo famoso saggio, E Unibus Pluram: Television and U.S. Fiction, un testo centrale della critica degli anni novanta in cui Wallace analizzava il rapporto tra narrativa americana e televisione. Wallace sosteneva che l’ironia, nata come acido corrosivo per sciogliere le patine zuccherine della cultura anni Cinquanta, aveva compiuto il suo dovere storico, ma si era poi cristallizzata in abitudine, in linguaggio dominante. Ridere era stato necessario per smascherare le menzogne di un’epoca, ma una volta cadute le maschere, restare a ridere e basta significa abitare un deserto, girare in tondo in modo irrequieto nella gabbia stessa che l’ironia aveva contribuito a costruire.
Dunque non è più un gesto liberatorio, ma automatismo; non più critica, ma posa. E mentre leggevo i commenti sotto quel reel, mi parve evidente che proprio questo scenario (la parodia preventiva, la cascata di sarcasmi, le frecciatine e l’indifferenza) fosse la prova empirica della diagnosi visionaria di Wallace. Ironia che ora è condizione atmosferica permanente, lingua ufficiale della comunicazione digitale.
Dal saggio di Wallace sono passati già molti anni e lo humor su internet evolve a una velocità pressoché incalcolabile. Qui per esempio non serviva più nemmeno un bersaglio da colpire: bastava la formula e fare l’occhiolino al pubblico invisibile. La parodia grottesca del pianista non smascherava nulla poiché non c’era più niente da smascherare: funzionava come valuta di riconoscimento, codice di appartenenza, medium stesso attraverso cui cercare visibilità e notorietà.

Vi è poi una differenza che andrebbe chiarita, e che raramente viene percepita quando ci si muove nello spazio digitale: la parodia storica, quella che troviamo nella tradizione letteraria o teatrale, aveva quasi sempre un carattere dialettico, cioè nasceva dall’intenzione di deformare un modello riconoscibile per metterne in luce i limiti, ma allo stesso tempo conferiva al modello stesso una sorta di dignità. Ridere di un genere significava ammettere che quel genere aveva peso, che meritava una risposta, fosse pure beffarda.
Il gesto caricaturale deve consumarsi in pochi secondi, non c’è spazio né per contesto né per sfumature, e così ciò che rimane non è più il dialogo con un modello, ma la sua cancellazione, la sua evaporazione nel nulla.
La parodia contemporanea in formato digitale, invece, sembra vivere esclusivamente di compressione e di rapidità. Il gesto caricaturale deve consumarsi in pochi secondi, non c’è spazio né per contesto né per sfumature, e così ciò che rimane non è più il dialogo con un modello, ma la sua cancellazione, la sua evaporazione nel nulla. Non è un caso se il meme funziona come indice che valuta la nostra attenzione: più immediato è più si diffonde, più guadagna capitale simbolico per chi lo diffonde, a prescindere dal contenuto. È più una forma di economia che di critica.
E come tutte le economie di scala, tende all’appiattimento.
Ridere di Boulez, di Sciarrino o di Stockhausen diventa identico a ridere di un qualsiasi personaggio televisivo, perché l’importante non è più ciò che viene detto ma la velocità con cui circola. E in effetti deridere John Cage e una sua celebre composizione come 4’33’’ è davvero troppo facile: basta dire “non suona nulla” o “che noia”, “che schifo, cos’è questa roba?” e hai liquidato decenni di riflessione sul silenzio e sull’ascolto.
Il Futurismo? Gente che batte sulle pentole. La dodecafonia? Sono solo note a caso. Ma se tutto viene ridotto a caricatura, la linea che separa la critica dalla distruzione si dissolve. Il risultato di questa apparente libertà di commento o di parodia non è democratizzazione né vera diffusione di cultura, bensì appiattimento.
Si potrebbe azzardare che il pubblico del futuro non conoscerà più le opere, ma soltanto i loro simulacri, i meme e varie parodie. Il frammento ironizzato prende il posto dell’originale. Già oggi lo si intuisce quando un celebre lavoro di musica classica (ma anche gli altri generi non sono immuni) non viene più riconosciuto come musica in sé o di un artista nello specifico, ma come “ah sì, la musica della pubblicità!”.
Si potrebbe azzardare che il pubblico del futuro non conoscerà più le opere, ma soltanto i loro simulacri, i meme e varie parodie.
Il punto, come Wallace sapeva, è che l’ironia, una volta smascherata la menzogna, non sa cosa fare del vuoto che resta. Non costruisce, non propone. Continua a girare su sé stessa, senza possibilità di via d’uscita. La caption del video era già un sintomo: dichiarava la parodia, anticipava la giustificazione, quasi implorando il perdono. Ma l’atto stesso del ridurre, dello stringere in cinque macchiette un secolo di ricerca musicale, aveva già reso impossibile qualsiasi restituzione di complessità.
E così torno alla domanda che mi perseguita da quel pomeriggio: dove è il limite? Quando la parodia smette di liberare e comincia invece ad anestetizzare? Non si tratta di abolire l’ironia o vietare parodie online, sarebbe ingenuo e certamente impossibile, ma di ricordare che l’arte, per vivere, ha bisogno anche del coraggio della sincerità. Parlare di una fuga di Bach con meraviglia e non con un meme. Lasciare che il difficile resti difficile, e che la complessità non venga compressa in un loop di pochi secondi. Wallace lo ha detto con chiarezza: in un mondo saturo di smorfie, la sincerità diventa un atto radicale.
