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Omaggi d’avanguardia: 8.VI.1810… zum Geburtstag R.A. Schumann di Valentyn Silvestrov

di Margherita Succio - 17 Aprile 2024

La musica dovrebbe essere così trasparente da poterne vedere il fondo e da far risplendere la poesia attraverso tale trasparenza.

Valentyn Silvestrov

Definito da Alfred Schnittke e Arvo Pärt come uno dei compositori migliori della loro epoca, Valentyn Silvestrov è una delle figure caratterizzanti del nostro tempo.

Il suo è uno stile sapiente, vacuo e soggetto a diversi cambiamenti nel corso degli anni. Estremamente prolifico e vario, la sua musica è, utilizzando le sue parole, “la risposta a un eco già esistente“.

Il legame con il passato è evidente nei numerosi omaggi ai grandi compositori, tra cui alcuni recenti brani per (quasi) due violoncelli. 8.VI.1810… zum Geburtstag R.A. Schumann, protagonista di quest’articolo, è un breve e denso esempio di tale connessione.

Vita di rifiuti, rese e introspezione

Nato nel 1937 a Kiev, Valentyn Silvestrov incontra la musica all’età di 15 anni: gli anni di studio presso il Conservatorio della città dal 1958 al al 1964 segnano fortemente la sua identità musicale e artistica. Frequenta la classe di composizione di Borys Lyatoshynsky e prende lezioni di contrappunto e armonia con Levko Revucki. Sono gli anni della sperimentazione dell’avanguardia; l’interesse autonomo per la dodecafonia di Hanns Jelinek sfocerà nella realizzazione sua prima Sinfonia, eseguita all’esame di Stato di composizione nello stesso anno. Silvestrov vive in quest’occasione un primo grande ostacolo artistico: il Conservatorio rifiuta l’opera, in quanto non conforme alle norme stilistiche sovietiche e non gli fornisce nemmeno un diploma, solo un certificato che ne attesti il completamento degli studi.

La sperimentazione durante gli studi, come racconta Peter Schmelz nel suo libro Such freedom, if only musical”, dà forma alle sfide stilistiche che seguiranno Silvestrov tutta la vita. Durante una lezione con Lyatoshynsky, alla domanda “ti piace ciò che hai scritto?” Silvestrov ricorda come la domanda gli sia rimasta, da allora, “impressa nell’anima”.

Gli scontri con le restrizioni culturali dell’URSS iniziano però già due anni prima quando, in occasione di un incontro di giovani compositori, è pesantemente criticato per il suo Quintetto con pianoforte. La sua musica viene eseguita in Ucraina con grandi difficoltà e nel 1970 l’Unione dei Compositori dell’URSS lo espelle, reintegrandolo solo due anni dopo.

I riconoscimenti negati in patria trovano invece il loro sfogo in luoghi lontani: la Fondazione americana Koussevitzky gli commissiona nel 1967 la Terza Sinfonia, eseguita in prima assoluta l’anno successivo ai Corsi estivi di Darmstadt sotto la direzione di Bruno Maderna. Poco dopo, nel 1970, è premiato al Concorso internazionale di composizione Gaudeamus nei Paesi Bassi.

La vita da compositore indipendente dà nuova forma anche al suo stile che intorno ai 30 anni subisce una deviazione verso tendenze neoromantiche, sopportate con meno astio dalla politica sovietica e comuni a molti colleghi in quegli anni. Questo abbandono della dodecafonia e dell’avanguardia in senso stretto non è sentito come tale da Silvestrov che si definisce tutt’oggi appartenente a quella corrente, teoria appoggiata anche dalla musicologa Tatjana Frumkis. Sebbene rifiutasse ancora di integrarsi nell’estetica prescritta dallo Stato, il suo status di compositore migliora visibilmente fino alla nomina di “Artista del Popolo” della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina.

Ascolto consigliato: Kitsch-Musik – Allegro vivace

Dal 1974 in poi, Silvestrov descrive la sua una “musica metaforica”. Rimane legato al mondo tonale, con una concentrazione particolare sulla melodia, ricca di stilemi musicali di compositori di epoche passate, trasformati e sublimati a metafore, appunto, degli stessi. Una delle opere più famose di questo periodo è Kitsch Music for Piano, composta nel 1977. In quest’opera ci sono alcuni richiami ai grandi compositori del romanticismo come Schumann, ma non sono citati direttamente.


Larissa, prima e dopo

La morte improvvisa della moglie Larissa Bondarenko nel 1996 sconvolge la vita personale e artistica di Silvestrov: musicologa e grande sostenitrice del marito, per Silvestrov Larissa è sostegno e luogo di espressione primario di tutte le sue opere, anche se comincia a dedicarle dei lavori solo dopo la sua scomparsa. Un esempio straziante e calzante è una delle sue opere più importanti, The Messenger, per pianoforte e orchestra. Nella sua trascrizione per pianoforte solo, Silvestrov chiede al pianista di eseguire il brano con il pianoforte chiuso, un uso costante della corda e indicazioni precise, ripetute, di dinamiche che non superano il mezzopiano. Il brano racconta la visita dello spirito della moglie, il messaggero che si posa sul pianoforte e, con la stessa potenza immaginifica delle legature tratteggiate in partitura, si manifesta nei frammenti di una Sonata di Mozart: il passato e il presente si confondono tra ricordi affettivi e influenze artistiche con disarmante tenerezza.

Ascolto consigliato: the messenger

«L’avanguardia comprende anche la capacità di distaccarsi da essa»

Valentyn Silvestrov


La guerra in Ucraina e la difesa dell’arte

Lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 lo costringe all’esilio, e la sua presenza sul panorama internazionale si concentra da allora sulla lotta contro la violenza del totalitarismo e la difesa dall’astio e il rifiuto dell’arte. In un’intervista per Deutsche Welle, Silvestrov condanna apertamente il presidente russo nei termini più forti, ma difende fortemente la cultura russa. Considera anzi la musica russa e ucraina e il loro patrimonio culturale come parte integrante di quello europeo, e definisce la sua musica una risposta a tali violenze. Per Silvestrov lo stile potente e netto non è più appropriato, non riesce a comunicare direttamente con la fragilità della sua civiltà, e si affida quindi al silenzio, alla quiete più serena per contrastare il monumentalismo sociale contemporaneo protagonista del nostro tempo. Riconosce la stanchezza dell’uomo, il tragico abbandono della guerra, e ne cura i rumori e le interferenze con la morbidezza.

8.VI.1810… zum Geburtstag R.A. Schumann

I. Elegie

Composto nel 2004, 8.VI.1810… zum Geburtstag R.A. Schumann s’inserisce in una raccolta di tre brani per due violoncelli che Silvestrov definisce “quasi Violoncello solo” a sottolineare e anticipare una scrittura amalgamata, i cui contorni stilistici sembrano nascondersi nella (non) divisione del materiale musicale dei due strumenti. La partitura comunica questa necessità di spazio: caratterizzanti dello stile di Silvestrov, le legature tratteggiate fondono l’intenzione musicale dei due strumenti che non si accompagnano ma davvero entrano nella risonanza l’uno dell’altro. Il primo movimento è l’esempio più evidente di questa fusione.

La partitura è ricchissima di indicazioni circa la qualità e la gestione dei suoni e della frase, la loro estensione nel tempo nella sua suddivisione e nello spazio. Già dalle prime battute l’indicazione leggero è scritta, ripetuta più volte con delicata insistenza. Silvestrov annota continui accenni di ritardandi e accelerandi estremamente precisi, che sembrano una trascrizione, una suggestione di un rubato previsto, contestualizzato, ma non freddamente calcolato.

Queste annotazioni sono descritte in partitura come un cambio di tempo quasi impercettibile. Tempi binari e ternari si alternano senza smuovere la pulsazione in un gioco di ambiguità accentuali che risulta essere molto efficace e proprio del carattere di quest’Elegia, densa nella sua leggerezza e dall’impressione cullante. Questa precisione stilistica che ricorda davvero la natura di una miniatura è scevra però di eccessi: alla lettura si percepisce grande chiarezza d’intenti in ognuno dei particolari dipinti da Silvestrov.

Le due linee tematiche principali e di natura simile fra loro trovano espressione dentro a questo contesto così preciso, ricco, mai rigido e anzi molto aperto, quasi a confondersi con l’ambiente sonoro stesso: Silvestrov non incornicia il materiale melodico in un contesto dichiaratamente secondario, ma anzi gioca con la struttura ammorbidendone gli angoli e i contorni.

Questa scrittura così fine risulta altrettanto comunicativa e trasparente, a dimostrare quanto la progettualità delle risonanze e della ricerca dell’espressione nella qualità del suono possa concretizzarsi, ed essere tracciata su un mezzo comunque approssimativo e limitativo quanto la scrittura musicale.

L’armonia infine, è espressione e non colore, una qualità tipica di alcuni compositori romantici come Schumann.

II. Serenade

Dal carattere meno contemplativo e più cantabile, il secondo movimento è un Andante morbido, dolce, leggerissimo. Più breve del primo movimento – non arriva ai due minuti di durata – è caratterizzato da una maggiore fluidità del discorso musicale ed è più impressionista.

Il tema iniziale è una bellissima e lontana melodia ricorrente: l’uso del sordino, comune a tutti e tre i movimenti, incontra in questo movimento un uso più frequente e tematico degli armonici nella coda del movimento, in un accenno di stampo più avanguardista e moderno, francese, una transizione morbida verso il terzo movimento. Anche in questo movimento i contorni della battuta sono leggeri, e l’elemento del silenzio puro, senza risonanza, accenna la sua presenza, quasi assente nel primo movimento. Ne risulta un episodio altrettanto introverso ma con più moto, un’espressione più melodica, vagamente liederistica anche nei pochi momenti di grande estensione orizzontale nel registro più alto e vocale del violoncello.

III. Menuett

È l’elogio più evidente, più frontale del romanticismo di Schumann e della sua cosciente malinconia, la ricchissima profondità nella semplicità, nella sua limpidezza tematica.

La scelta della forma, della struttura dei movimenti e del loro fluire è progressivamente più presente: dall’Elegia, Silvestrov decide di chiudere questo omaggio con un Minuetto, una forma antica e tendenzialmente rigida. Risulta progressivo anche l’approfondimento melodico e tematico, che in questo movimento è un elemento preponderante.

È l’elogio più evidente, più frontale del romanticismo di Schumann e della sua cosciente malinconia, la ricchissima profondità nella semplicità, nella sua limpidezza tematica. Il tema ricorrente e dolcissimo si estingue, dopo un paio di interventi commoventi, nel tempo che si dilata, il silenzio che copre come una coperta lo spazio di una battuta, nei ritardandi sempre più estesi che sfociano nelle pause.

La risonanza così preponderante e caratterizzante del primo movimento qui trova e chiude il suo cerchio annullandosi e diventando sempre più fine. L’accordo finale è un raggio di sole morbido, dolcissimo e privo delle freddezza che a volte può produrre l’uso degli armonici. Il silenzio contemplativo, la corona sulla battuta finale di pausa è un sipario che si chiude dolcemente, un’ombra che copre la luce senza rinchiuderla violentemente.


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