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Ignorante nel senso che ignora

di Lorenzo Ottaviani - 11 Gennaio 2026

Tre riflessioni su come rapportarsi ad un presente sempre più veloce, superficiale ed ignorante.

L’ignoranza è uno dei prodotti più evidenti del nostro tempo. E quando parlo di ignoranza non lo faccio da una posizione snobistica, anzi. Qui, per “ignoranza come prodotto del nostro tempo”, intendo qualcosa di più strutturale: un vero e proprio perno attorno al quale ruota un ecosistema globale. La domanda, allora, diventa inevitabile: come si colloca la cultura all’interno di tutto ciò?

L’ignoranza di cui parlo è il risultato diretto della velocità con cui ingurgitiamo contenuti. Una velocità che non consente lo sviluppo di un pensiero complesso, che richiederebbe invece tempo, sedimentazione, riflessione. Senza contare che, come sappiamo, i social non sono costruiti sull’azione, ma sulla re-azione. Insomma, il mondo di oggi sembra strutturato per coltivare le persone all’ignoranza, per farle mantenere sulla superifice. Si sbircia senza mai andare in profondità, si assaggia senza mai gustare fino in fondo un piatto. Diciamolo chiaramente: tutto questo non è una novità del 2026. Ma è una questione che va continuamente ricordata ed evidenziata, soprattutto da chi opera nel mondo della cultura.

Una velocità che non consente lo sviluppo di un pensiero complesso, che richiederebbe invece tempo, sedimentazione, riflessione.

Ma andiamo ora nel concreto.

Chi insegna deve lottare, lezione dopo lezione, per strappare anche solo un minuto di attenzione in più. Chi lavora nell’organizzazione musicale e nel management è costretto, consapevolmente o meno, a interrogarsi continuamente su come dare più ritmo alle proposte, su come rinnovare i format, su come adattarli alla logica della spettacolarizzazione dei social, alla famigerata “instagrammabilità”.

E chi fa divulgazione, come noi, deve da sempre mettersi dall’altra parte, cercare di capire il proprio pubblico, ascoltarlo davvero, trovare un modo per parlargli. Ma nel 2026 tutto questo deve avvenire in tempi sempre più compressi e con margini di errore sempre più ridotti.

Non ho una ricetta per la soluzione e né pretendo di averla. Vorrei però condividere tre riflessioni che considero oggi inevitabili.

La prima riguarda una presa di coscienza che deve coinvolgere molti più enti di settore. Velocità e spettacolarizzazione sono elementi strutturali del presente. Far finta che il cambiamento non sia avvenuto è inutile, nonostante qualcuno continui ad avere le classiche fette di salame sugli occhi. Non si tratta di abbassare la qualità dell’offerta culturale, ma di ripensarne la comunicazione. In Italia assistiamo ancora troppo spesso a una comunicazione patinata, ovattata, solo apparentemente progressista. Se guardiamo al panorama internazionale, invece, esistono esempi virtuosi: è impossibile non citare la Concertgebouw e la sua orchestra. Al di là della diversa struttura organizzativa della sala da concerto olandese, il tipo di comunicazione è radicalmente diverso. Si presta attenzione ai trend online, si presentano artisti, orchestra e staff in modo più moderno e realistico. Basti pensare anche ai loghi, progettati in modo funzionale alla comunicazione sui social, a differenza di quanto accade in molte tra le più importanti istituzioni culturali di questo Paese.

…una parte consistente dell’intellighenzia italiana, ancora arroccata nella propria torre d’avorio, convinta di essere l’unico faro legittimo della cultura. Bene: quel modello non funziona più.

La seconda riflessione riguarda l’atteggiamento di una parte consistente dell’intellighenzia italiana, ancora arroccata nella propria torre d’avorio, convinta di essere l’unico faro legittimo della cultura. Bene: quel modello non funziona più. Viviamo in un’epoca in cui i linguaggi si contaminano e si ibridano continuamente; di conseguenza, anche il linguaggio di chi produce e rappresenta la cultura deve aprirsi a stili di vita differenti, a bisogni diversi, a nuove forme di relazione con il pubblico.

La terza riflessione riguarda un cambio di paradigma più ampio, che non coinvolge solo le grandi istituzioni. Anche i piccoli festival e le realtà indipendenti devono iniziare a sperimentare nuovi format, utilizzare strumenti di ascolto come i sondaggi, analizzare i dati, fare ricerca su ciò che avviene prima e dopo il concerto. Non si può più pensare al pubblico che va a teatro come se partecipasse a un evento isolato: bisogna ragionare in termini di esperienza a 360 gradi. Curarne ogni dettaglio è ormai una necessità. È così che un’esperienza diventa memorabile ed è così che si attiva la forma di comunicazione più potente che esista ancora oggi, che lo si voglia ammettere o meno: il passaparola o, come direbbero quelli bravi, il referral. Anche online.

Insomma, la velocità del nostro tempo genera ignoranza, ed è un movimento al quale pensare di opporsi frontalmente risulta spesso controproducente. Questo non significa che la cultura debba eliminare le pause, le attese, i silenzi o il passo cadenzato di chi sa cosa voglia dire approcciarsi a determinate letture o a determinati ascolti. Significa, piuttosto, che deve immergersi nel proprio tempo e conquistarsi uno spazio all’interno di un mondo elastico, un mondo che una parte del settore culturale italiano sta ancora cercando di digerire.

Anche nel 2026 nessuno di noi può prevedere quale sarà il futuro della cultura e della musica, ma ciò che è certo è che si può, e forse si deve, guardare al presente che abbiamo intorno.

Lorenzo Ottaviani

Autore

Sono laureato in chitarra classica al Conservatorio "L. Marenzio" di Brescia. Nella mia vita tengo concerti, insegno, organizzo e in generale faccio cose con la cultura. Attualmente frequento il MADAMM a Lucca.

Alla fine la vita è bella, con Beethoven e due linguine al pesto un po' di più.

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