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Diario dallo Chopin: I 12 Finalisti

di Alessandro Tommasi - 17 Ottobre 2021

Non credevo sarebbe stato possibile, ma questa edizione del Concorso Chopin di Varsavia avrà 12 finalisti. Ancora una volta, la giuria non è riuscita a portare al numero previsto (10), solo che finché si trattava di aggiungere un paio di esecuzioni al giorno era gestibile: in questo caso significa ore di prova in più per l’orchestra, un concerto in più per due serate. E fondamentalmente significa anche procrastinare il momento in cui affrontare veramente la decisione. Normalmente in un concorso la finale non è mai un momento decisivo: si capisce davvero di che pasta sono i musicisti durante seconda e terza prova, quando ancora i musicisti non sono esausti. La finale in genere serve più che altro a testare la resistenza dei musicisti, oppure a dissipare un ultimo dubbio. In questo caso, però, ho la sensazione che la finale sarà veramente decisiva. Ma tuffiamoci di nuovo in questa pagina di Diario dallo Chopin.

Ha aperto l’ultima giornata Nikolay Khozyainov sullo Steinway 479, che fin dal Notturno op. 48 n. 1 ha mostrato i segni della stanchezza. Avevo grandi attese per il russo, tra i miei concorrenti preferiti dopo quella Barcarola in seconda prova!, ma il Notturno ha mostrato il profondo stato di ansia e nervosismo in cui versava. I fraseggi affrettati, la ripresa di corsa, buttando molte cose e perdendosene altre, Khozyainov non era ben concentrato. E come dargli torto: più si va avanti, più la stanchezza fisica e mentale rendono difficile affrontare le pressioni che un concorso di questo tipo ti mette addosso. Khozyainov si è in parte ripreso sulle Mazurche op. 59, con ottimo fraseggio e slancio, ma molto spesso confondendo molto le acque con il pedale e senza riuscire ancora a sciogliere una certa rigidità. Ho invece amato il Preludio op. 45. C’era tutto: sobrio lirismo, echi bachiani, controllo timbrico, suono ben appoggiato. Purtroppo non ha proseguito in questa direzione la Terza Sonata. Qui speravo che il pianista, originalissimo, riuscisse a scovarmi dettagli ignoti, nuances mai sentite, fraseggi originalissimi, architetture incrollabili. Purtroppo, invece, la stanchezza ha attutito molto lo spirito del musicista, che in sala faceva davvero fatica a ‘bucare’ e non è riuscito a trovare la concentrazione che aveva nelle prove precedenti. Questo non gli ha impedito di mostrare qualche zampata leonina su alcuni gesti tecnici, mentre il Largo è riuscito a trovare un magnifico cantabilie, soprattutto nella mano sinistra (ma ricordiamo ancora il meraviglioso Studio op. 25 n. 7 in prima prova). Khozyainov si è finalmente destato sul Presto conclusivo, in cui finalmente è emerso un po’ di fuoco. Il tempo non era eccessivamente spedito (“non tanto”, specifica l’autore), ma teneva bene la tensione drammatica. Anche qui, ogni tanto, alcune scelte molto arbitrarie di rallentando e diminuendo bloccavano completamente il discorso, ma non si è trattato che di poche khoze isolate. Per il resto è stato tecnicamente e sonoramente veramente ottimo: avesse fatto così tutta la Sonata!

Dopo Khozyainov, è stata la volta di Su Yeon Kim, sempre sullo Steinway 479. E questa è una prova difficile da valutare. Kim suona, semplicemente, divinamente bene. Il suono sulla Fantasia op. 49 era appoggiato, pieno, solido, diretto. Arrivava così bene in sala che non sembrava nemmeno lo stesso pianoforte di Khozyainov. Lo slancio era sempre ben marcato, ma mai esagerato, tecnicamente non ha un dubbio, nelle Mazurche op. 24 ha trovato buone sfumature malinconiche, su questo suono pieno e caldo. Bella la scelta della Tarantella, non molto tarantellica, ma allegra e spigliata. Il problema è che nei miei appunti continuo a trovare “bellissimo ma”. Non si può dire che la pianista sia fredda o algida, non si può dire che le manchi la brillantezza, ma comunque qualcosa manca e non arriva a prenderti fino in fondo. Forse è questo che di scolastico che ancora ogni tanto emerge, forse è una preparazione inossidabile da cui però non traspaiono momenti di bruciante emotività, non saprei. La Sonata op. 58 (recuperata dallo streaming causa Chopin Talk) penso possa essere un buon esempio. Qui do per scontato che il suono è quello che sentivo in sala prima e fuori sala dopo, dunque sempre questo suono pieno ma al contempo duttile. Manca però una resa drammaturgica per cui ogni elemento del primo tempo, ad esempio, assuma il suo ruolo e spinga in avanti il discorso. Ciò non toglie che il secondo movimento, con il suono nitido e sgranato nel pianissimo più controllato, fosse assolutamente spaziale, ma di nuovo il terzo tempo non ha dato quel qualcosa in più. I migliori in questo movimento sono stati per me Yasuko Furumi e Szymon Nehring, mentre di Khozyainov ho menzionato prima la compatta intensità e il fantastico cantabile della sinistra. Stesso discorso vale per il finale, solidissimo, buona tenuta anche delle sestine, una convizione veramente notevole, ma poi non arrivava fino in fondo.

Sorprendente invece la prova di Aimi Kobayashi. La pianista giapponese non aveva brillato in prima prova, mentre aveva cominciato a trovare la sua voce nel secondo round. Questo crescendo ha trovato il suo apice (per il momento!) ieri sul suo Steinway 479. Splendide le Mazurche op. 30, suonate bene, con suono nitido eppure bello rotondo, trovando sfumature colori e soprattutto quella nobiltà così propria alla pianista. Kobayashi suona veramente da aristocratica, un po’ distaccata dal mondo, guardandolo un po’ dall’alto in basso, quasi chiedendosi perché debba sforzarsi a camminare tra i plebei. L’effetto è di una fierezza elegante che non nasconde una forma di disagio interiore, un tipo di sensibilità che trova non pochi appigli nella musica di Chopin. Con queste premesse, potrete capire perché i Preludi op. 28 sono stati un trionfo. Ognuno dei 24, deliranti schizzi è stato affrontato con un suo suono, un suo carattere, alternando umori, sfumature, timbri. Si passava dal carattere stanco e mesto del secondo Preludio alla gestualità nervosa e perentoria del quinto, dalla varietà di tocco nel suono passaggio del n. 14 ad un diciottesimo molto schumanniano, per poi gettarsi su un Preludio n. 20 stupendo, cupo, capace di raggiungere sfumature di pianissimo sussurrato eppure sempre udibile, esprimendo un indefinito malessere che mi ha fatto davvero pensare alla complessa vicenda biografica che attraversa la stesura dei brani. Il ventitreesimo è stato un tripudio di riflessi luminosi, scorrendo liquido come un ruscello, mentre l’ultimo Preludio ha trovato un suono completamente diverso, pieno e caldo, dosando con grande sapienza la tensione espressiva, allentando quando necessario, riprendendo il piglio ardente per spingere in avanti. Notevole la scala di terze conclusiva, con una sola sporca, e il finale ha costruito un grandioso climax che si è gettato verso la chiusa fatale, metallica ma non pestata. Ho avuto i brividi per metà dei Preludi.

È stato parecchio sfortunato Mateusz Krzyżowski sempre sullo Steinway 479: dopo le Mazurche op. 56, anche lui ha affrontato i Preludi op. 28, ma con risultato meno felice. Procediamo con ordine. Le Mazurche sono state tra le migliori, per me. Suono bellissimo, ottimi cambi di carattere, spiccato piglio popolareggiante. La lettura di Krzyżowski è stata diversissima da quella di Nehring e Sorita. Se i due hanno sottolineato gli aspetti più onirici e sognante della tarda produzione chopiniana, Krzyżowski ha prediletto una lettura schiettamente popolareggiante, dal cantabile nobile e intenso e un fraseggio coerentissimo. A livello di gusto, avevo prediletto le nebbie brumose di Sorita nell’op. 56 n. 3, ma quella di Krzyżowski è stata veramente una resa degna di nota. Meno efficaci i Preludi: il suono era molto diverso da Kobayashi, più massiccio, ma fin da subito si è percepito che di Kobayashi mancava il controllo ma anche la fantasia timbrica, la varietà di umori. Al contrario, i Preludi del polacco sono spesso apparsi un po’ statici, sia per questa fissità, sia per una metronomicità ossessiva che non era giustificata da ostinati come nel quindicesimo Preludio. Prendiamo il Preludio n. 8: qui Kobayashi era partita direttamente dalle soffuse risonanze del settimo, per muoversi agilmente nelle asperità tecniche, mentre Krzyżowski separa i due preludi e poi procede con un po’ di pesantezza senza riuscire a sollevarsi al di sopra del modulo tecnico. Non sono mancate ovviamente cose molto belle anche nella prova del polacco, sia chiaro: il suono è sempre stato bello, ben appoggiato e ben tenuto (tranne che nell’eccessivo Preludio n. 20), ogni tanto si riusciva a creare qualche bella atmosfera come nel bucolico n. 23, ma lo spirito di questi enigmatici e caleidoscopici capolavori di Chopin non è mai emerso in tutta la sua dirompente bellezza.

Il pomeriggio è stato inaugurato da un musicista che ho imparato ad apprezzare veramente molto in questi giorni: Jakub Kuszlik. Sì, ciuffoman! Anche lui ha scelto lo Steinway 479 ed è partito subito con una Fantasia op. 49 a dir poco meravigliosa. Bellissima la linea del fraseggio, climax chiari ma non esasperati, ogni tanto aveva qualche problema di instabilità a livello di tempi, ma è riuscito a sottolineare con grande sapienza relazioni tematiche e collegamenti nel brano. Il suono del pianista polacco è solido, massiccio, ma morbido. Riesce a trovare belle sfumature e soprattutto a piegarlo per le sue necessità espressive con una certa duttilità. Si sente che alla preparazione aggiunge un qualcosa di suo. E questo non è solo il colpo di ciuffo sui fortissimo. Nelle Mazurche ha trovato un bel carattere, anche se mi mancava un po’ di fascino, un po’ di finezze polacche. Assolutamente meravigliosa la Terza Sonata, però. Forse la migliore tra le Sonate op. 58 che abbia ascoltato nell’intero concorso (se ha senso fare queste classifiche, vista la diversità di idee). Il fatto è che nella Sonata di Kuszlik tutto era, semplicemente, convincente. Bello l’inizio maestoso, bello il cantabile, bella la direzione, tiene bene la tensione drammatica, bel suono. Nel primo tempo si poteva dare di più espressivamente, ma veramente notevole. Il secondo purtroppo l’ha staccato un po’ troppo rapidamente e il controllo è andato un po’ a farsi friggere, però è riuscito a tenere duro, rimettersi in sella sul trio centrale e procedere spedito verso il terzo. Qui ho sempre sentito l’assenza dell’emotività di Yasuko Furumi, però bello veramente tutto il Largo. Ciuffoman non ha un’enorme tavolozza timbrica, ma quello che ha, sa come usarlo e anche molto bene. Bellissimo il Presto non tanto. Qui abbiamo avuto una serie di colpi di ciuffo veramente potentissimi, che hanno traghettato il movimento con tutta la loro travolgente potenza pilifera verso un Signor Finale, veramente entusiasmante. Da notare, poi, i punti di contatto che Kuszlik ha sottolineato tra Fantasia op. 49 e Sonata op. 58. In molti punti mi trovavo proprio a pensare “Ma guarda, è proprio come dall’altra parte!”. L’abilità del pianista nel tenere questo sguardo sobrio e lucido in un’esecuzione che comunque sapeva essere emozionante è stata davvero notevole.

Notevole è poi la parola che utilizzerei per Hyuk Lee, sul Kawai. Il ventunenne sudcoreano è riuscito nella notevole (appunto) impresa di portare ambo le Sonate al Concorso e di riuscire a tenere botta benisimo. In questa prova, in realtà, è partito con le Variazioni dal Don Giovanni op. 2, nella versione per pianoforte solo di Ekier, affrontate conun gran sorriso. Per Lee sembra che esca tutto facile e quando sbaglia procede dritto per la sua strada senza un istante di dubbio. Il pianista sa costruire con abilità i suoi apici, lavorando molto soprattutto a livello di tensione. In questa prova, però, questo è stato il suo più grande limite. Notevole l’agilità tecnica, notevole la chiarezza di suono, notevole la varietà timbrica, ma poi rimaneva sempre questo suono un po’ appuntito, che troppo facilmente rischiava di divenire aggressivo o semplicemente di non lasciar trasparire una dimensione emotiva. Questo si sente di più nelle Mazurche op. 17, lontanissime da quelle di Eva Gevorgyan. Qui c’è ancora tanto lavoro da fare, il carattere polacco non è sempre così a fuoco, tutto realizzato bene, ma sempre con qualcoas che manca, vuoi che sia un colore più popolareggiante, una parentesi riflessiva, un cantabile più pieno e appoggiato. La Terza Sonata, di conseguenza, fatica a staccarsi da questo “notevole”. Sì, bel declamato (e ci credo, con sto suono nitido!), fraseggio sempre logicissimo, proprio inscalfibile. Però a questo si univa un’impassibilità calcolata che se ti fa sgusciare via magnificamente sullo Scherzo, non ha trovato una sua chiave espressiva nel Largo, mai caldo, mai dolce, mai veramente espressivo. Ha trovato ben più pane per i suoi denti nel quarto tempo, affrontato con la forza nervosa che avevamo sentito nella Seconda Sonata, ma senza mai esagerare o tendere alla nevrastenia. E il risultato è stato un successo: Lee spinge in avanti il discorso come pochi. Lo capisci da subito, la metà è limpida, Lee vuole arrivare lee e lee lui arriva. Meno disinvolte le sestine, ma senso drammaturgico perfetto, grandissimo finale, poi si alza, sfodera il suo sorriso come se fosse andato a coglier primule e tanti saluti a tutti.

Intervallo e poi ci siamo potuti godere l’ultimo concorrente del giorno e di tutte le semifinali: Bruce Xiaoyu Liu, sul Fazioli. E qui ci si spacca. Premessa: Bruce Liu suona da dio. Vi giuro, va delle cose al pianoforte che non dovrebbero essere umanamente possibili. Ha un suono impressionante, corre sullo strumento con grazia ed eleganza, atterra sempre bene, fraseggia bene, segue bene, si traina dietro tutta la sala con carisma e virtuosismo. Ve lo dico, un potenziale candidato per il primo premio è lui, andate a sentire i boati del pubblico dopo le Variazioni sul Don Giovanni op. 2 (anche lui!). Ma c’è un grande ma: si ferma lì. Belle le Mazurche op. 33, ma mancava di colore particolare, l’elemento di danza lo interpretava più danzando sullo strumento che con lo strumento, mentre alla lunga diventava un po’ tutto ripetitivo. La Seconda Sonata, poi, chiarisce tutto. Il suono era impressionante, ma mancava di chiarezza ed era spesso un po’ confuso non solo per scelte di pedali, ma proprio per idee. Prendiamo il fraseggio ansioso e angosciato di Armellini, la forza di Gevorgyan, la tensione visionaria di Gadjiev e Lee. In quei Doppi movimenti c’era una visione, un’idea, uno spunto, un qualcosa. Qui no, scorreva tutto liscissimo, si gettava benissimo verso i climax espressivi, ogni tanto un bel dettaglio e poi via, freschi come rose. Lo Scherzo non ha trovato dei buoni ribattuti e alla lunga è risultato abbastanza noioso, soprattutto nella sezione centrale. Non ho amato nemmeno la Marcia funebre: anche qui, tutto bellissimo, ma se penso all’atmosfera che ha creato Sorita, oppure Gadjiev, siamo su altri livelli! Liu si inserisce qui in una tradizione che vuole anche una certa esagerata retorica nella marcia, con i crescendoni giganteschi, i trilli nel basso roboanti un po’ gratuiti, l’esplosione trionfale nella ripresa, ma si perde completamente la sobrietà luttuosa che altre Seconde Sonate avevano portato finora. E il Finale, suonato benissimo, non ha aggiunto né tolto nulla. Stava lì, perfetto ma insapore. Dopo il Finale di Kyohei Sorita, io ho fatto fatica ad ascoltare qualsiasi altra cosa. Qui invece, momento di concentrazione, e poi le brillantissime Variazioni op. 2 hanno cominciato come se nulla fosse. Perché nulla era successo, nessuna rivelazione, nessuna folgorazione, nessuna idea profonda di cosa significhi questa Seconda Sonata per Chopin. Poi, sia chiaro, sulle Variazioni op. 2 io avevo gli occhi fuori dalle orbite. Mai sentite delle robe del genere! Però mentre ascoltavo le vertiginose variazioni, mi ricordavo anche che quelle stesse volate le avevo sentite tale e quali sul Rondò à la Mazur e sulla Grand Polonaise op. 22 in seconda prova. Bruce Liu suona divinamente bene, ma sempre quel tipo di Chopin, quello elegante, ancora immerso nelle atmosfere Biedermeier, ma quando poi si inizia ad entrare nella maturità dell’autore, si inizia a perdere di consistenza musicale. Poi, come dicevo, ora in Finale lo attende il Primo Concerto, quindi farà cose strepitose ed è assai possibile che si pigli pure il primo premio!

Dunque, come accennavo all’inizio, ma abbiamo i risultati. E qui, come prevedibile, inizia veramente a farsi tosta. Per entrare nei primi 10 (già allargati a 12) abbiamo dovuto rinunciare a diversi musicisti. Ma dunque vediamo chi si cimenterà con Primo o Secondo Concerto di Chopin nei prossimi giorni:

Leonora Armellini, Italia
J J Jun Li Bui, Canada
Alexander Gadjiev , Italia/Slovenia
Martin Garcia Garcia, Spagna
Eva Gevorgyan, Russia/Armenia
Aimi Kobayashi, Giappone
Jakub Kuszlik, Polonia
Hyuk Lee, Corea del Sud
Bruce (Xiaoyu) Liu, Canada
Kamil Pacholec, Polonia
Hao Rao, Cina
Kyohei Sorita, Giappone

Dove sono Yasuko Furumi, Nikolai Khozyainov, Su Yeon Kim, Andrzej Wiercinski? Purtroppo non sono passati. È il brutto dei concorsi, ad una certa bisogna scegliere e lì ogni giurato porta avanti un’idea diversa. Visto che però abbiamo solo 12 musicisti, posso qui permettermi di andare un po’ nel dettaglio musico per musico. Questa è anche l’occasione di iniziare ad affrontare una questione già ben nota, ma di cui ancora non ho scritto: gli allievi dei membri della giuria.

Sono molto contento per Leonora Armellini, che aveva fatto una prima e una seconda prova a dir poco meravigliose. Avevo un po’ di timore per la terza, visto che la Sonata, pur nella qualità sempre alta, non era stata altrettanto convincente. La pianista, però, è una chopinista nata e si sente in ogni nota. Non so se ci sia lo spazio di un primo premio: oltre alle considerazioni strettamente musicali, una giuria tiene sempre in conto questioni pratiche e di carriera, come la capacità di bucare le grandi sale, la brillantezza necessaria a sovrastare una grande orchestra sinfonica, l’abilità nel poter sottostare ai forsennati ritmi della vita concertistica. Qui dipende veramente molto da come valuterà la giuria. Intanto, a noi rimane il privilegio di poter continuare ad ascoltare questa pianista e la speranza che il già notevole risultato si traduca in una sua sempre maggiore presenza sui principali palchi italiani e stranieri.

Rimango più perplesso da J J Jun Li Bui. Il pianista è senza dubbio preparatissimo e una bella personaità, ma procedendo con il concorso mi ha convinto gradualmente sempre di meno e i 17 anni si son fatti sentire in una certa meccanicità dell’esecuzione. Bui suona veramente molto, molto bene, ma ancora si vede che suona più come gli viene insegnato che per una spinta interna. Peraltro il suo insegnante siede pure in giuria (Dang Thai Son). Certo, i giurati non possono votare né prendere parola quando si discute dei loro studenti, ma la situazione è sempre un po’ complessa da gestire. Finora la giuria si è comportata in modo abbastanza corretto, spero non cambi proprio per la finale.

Sorpresissimo di vedere Alexander Gadjiev! Non certo perché io non apprezzi moltissimo il goriziano, ma se c’è qualcuno che è capace di spaccare una giuria è proprio Gadjiev. O lo ami, o lo odi e spesso questo tipo di personalità ai concorsi non viene premiata. Abbiamo perso Osokins, abbiamo perso Khozyainov, ma almeno Gadjiev è rimasto in gara per fortuna! Sono molto curioso di vedere cosa ci riserverà il nostro per il Secondo Concerto di Chopin. Intanto sono felice che il livello del musicista (già vincitore di Hamamatsu, Monte-Carlo, Sidney) venga riconosciuto sempre più e riceva questa bella botta di popolarità.

Se ero sorpreso di vedere Gadjiev, sono sbalordito a vedere il toreador in Finale. Che ci fa qui Garcia McGarcia? Non ha senso gridare alla mafiata, non ha nessun contatto con i membri della giuria. Non che io non l’abbia apprezzato, come scrivevo, ascoltarlo è divertente, rinfrescante, ma già ero in dubbio sulle fasi precedenti a causa della totale approssimazione delle sue esecuzione, di vederlo portato fino in Finale proprio non l’avrei mai immaginato! Sicuramente è un pianista che resta molto impresso, questo sì, e inizio a pensare che una parte di giuria stia cercando anche grandi personalità brillanti, capaci appunto di saper rimanere impresse con forza, ma quando andiamo sull’interpretazione della musica di Chopin, il pianista spagnolo non si capisce bene cosa ci faccia in Finale al posto di Khozyainov o Kim, per dire.

Molto felice per Eva Gevorgyan, invece. La musicista ce le ha tutte e pur essendo una 2004 il fatto di finire in Finale è una bella spinta per la sua futura carriera e il suo percorso. Ancora ovviamente è molto giovane, molte cose sono da sgrezzare e il peso mediatico di un primo premio temo potrebbe spezzarla o bloccare la sua crescita musicale, ma spererei sinceramente di vederla da qualche parte nei primi sei.

Aimi Kobayashi sta facendo un Concorso in crescendo. Dopo un inizio non brillante è andata sempre meglio e ora il primo premio non è più completamente fuori dalla sua portata. Vedremo: la musicista ha talento, ha idee, ha personalità, ha i mezzi tecnici e sa muoversi con disinvoltura nell’ambiente. Ci sono alcuni aspetti del suo pianismo su cui mantengo alcune perplessità, ma i Preludi di ieri mi hanno veramente mostrato una musicista matura ed estremamente sfaccettata (il che, sotto la pressione di un Concorso Chopin, è ancora più notevole).

Molto bravo Jakub Kuszlik, tra i polacchi il mio preferito, che ha finito per offuscare completamente Nehring, pur essendo entrambi allievi della presidentessa di giuria, Katarzyna Popowa-Zydron. Non credo ci siano veramente gli estremi per poter andare sopra ad un terzo premio, magari ex aequo, ma il suo nome nei finalisti è meritatissimo. Nehring, al contrario, non è riuscito ad emergere nel corso di tutte le sue tre prove. Questo non toglie nulla al livello del pianista, ma semplicemente non era ben concentrato e presente nel concorso.

Non mi sarei aspettato Hyuk Lee. Pensavo che l’ultima prova l’avesse un po’ affossato, ma l’impresa di ambo le Sonate portate più che dignitosamente, unite alla solidità razionale del musicista hanno evidentemente convinto molti dei giurati. Certamente l’aver vinto il Paderewski di Bydgoszcz è un bel biglietto da visita, specie perché il direttore artistico del Concorso Paderewski, Piotr Paleczny, siede in giuria, però è anche vero che tra il Concorso e diversi altri giurati che insegnano nell’accademia pianistica della medesima città (in primis la Popowa) non corre buon sangue e dunque questo poteva anche ritorcerglisi contro. In ogni caso, il pianista ha le armi per affrontare un’ottima finale.

Di Bruce Liu ho scritto più sopra. Il pianista canadese veleggia pacifico verso un primo posto e sarei sorpreso di non vederlo sul podio, mercoledì sera.

Faccio fatica a spiegarmi la presenza di Kamil Pacholec. Certo, il buon Camillo ha sempre suonato bene, con abilità e destrezza, ma senza mai emergere veramente come artista. Certo, uno potrebbe dire “Eh, c’ha gli insegnanti in giuria”. Vero, Pacholec ne ha ben due, Wojciech Świtała e Ewa Pobłocka, ma perché lui sì e Wierciński no? Eppure anche Wierciński è uscito dalla classe di Świtała a Katowice ed è piuttosto famoso in Polonia. Forse in questo caso è veramente solo un discorso di gusti: Pacholec ‘passa’ molto meglio di Wierciński grazie ad un suono più nitido e cristallino, ma il secondo è musicalmente più interessante. Chissà.

Felicissimo anche per Hao Rao, per cui valgono più o meno gli stessi discorsi fatti per Gevorgyan. Il musicista ha uno spirito raffinato che credo lo porterà molto avanti in futuro e pur senza pretese di podio, questa esperienza in finale è un bel riconoscimento del talento e dell’abilità del musicista. Ne risentiremo parlare di sicuro: ma intanto lo ascolteremo sui Concerti tra un paio di giorni!

Infine, Kyohei Sorita. Ci sarebbe mancato altro, la prima prova del pianista giapponese non mi aveva entusiasmato, ma dalla seconda fase Sorita ha proprio spiccato il volo, mangiandosi la scena ogni volta che compariva. Per me è tra i candidati più solidi al primo posto: è solido, tecnicamente preparatissimo, ha sfumature e controllo, ma non è algido. Soprattutto, è un musicista completo, che ha dimostrato nel corso dello Chopin di saper spaziare dalla Seconda Ballata alla Grande Polonaise brillante, lasciandoci ricordi indelebili nell’Andante spianato o in terzo e quarto tempo dalla Sonata op. 35. Altro elemento che aiuta, è un gran furbacchione, che sa come costuirsi una carriera (e già l’ha fatto e sta continuando a farlo) e sa come muoversi. In ogni caso, spero che al Corsaro non finisce niente di meno che il podio.

Il caso di Sorita, poi, mi permette di fare una riflessione. Il pianista giapponese è allievo di Piotr Paleczny, già menzionato, che siede in giuria. Ciò non toglie che il pianista sia anche un fuoriclasse. Lo stesso vale per altri musicisti, come Liu e Kuszlik, che sono, semplicemente, bravi. Quando le polemiche sui vincitori infurieranno (perché infurieranno), prima di guardare il curriculum, bisognerà ascoltare con attenzione i musicisti. E poi nel caso lasciar libera la polemica.

Ecco, di più non saprei scrivere e così è già tanto. Perdonate la pagina di Diario dallo Chopin meno sgargiante e brillante del solito, quest’oggi me la sto prendendo calma. Non che si possa davvero riposare: alle 17 riprendiamo già con eventi e le celebrazioni per i 172 anni dalla morte di Chopin. E da domani: Finali.

Alessandro Tommasi

Autore

Viaggiatore, organizzatore, giornalista e Pokémon Master, studia pianoforte a Bolzano, Padova e Roma e management culturale alla Rome Business School e alla Fondazione Fitzcarraldo. È Head of Artistic Administration della Gustav Mahler Jugendorchester e direttore artistico del Festival Cristofori e di Barco Teatro.

Nel 2021 è stato Host degli Chopin Talk al Concorso Chopin di Varsavia.

Nel 2020 ha pubblicato il suo primo libro, dedicato all'opera pianistica di Alfredo Casella.

Dal 2019 è membro dell'Associazione Nazionale Critici Musicali.

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