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Tra Pizzi, drappi e pennacchi: il risotto alla Rinaldo di Federico Maria Sardelli

di Alessandro Tommasi - 10 Settembre 2021

Il 4 settembre si è tenuta l’ultima recita del Rinaldo di Händel al Gran Teatro La Fenice di Venezia. Sul podio Federico Maria Sardelli, con la regia (ormai storica, si può dire) di Pier Luigi Pizzi. Mettere Pizzi e Sardelli nello stesso pentolone era un esperimento ardito e la sensazione è stata che non si sia veramente creato un amalgama tra la visione dei due artisti. E per ovvie ragioni: la produzione di Pier Luigi Pizzi è il risultato di un’altra epoca, in cui il teatro barocco (all’epoca ridotto a ben pochi titoli) veniva affrontato come appendice esotica del repertorio principale di stampo sette-ottocentesco, l’era Mozart-Puccini che ancora domina i cartelloni, ma cui gli ultimi anni hanno gradualmente sottratto spazio per variegare un po’ l’offerta. Sia chiaro: lo spettacolo di Pier Luigi Pizzi, al netto dei tagli, rimane ancora fantastico. Il grande regista coglie l’aspetto più fastoso, spettacolare, istrionico e variopinto dell’opera del caro sassone, componendo grandi immagini per ottenere grandi effetti. Valga su tutte la battaglia Goffredo-Rinaldo VS Argante-Armida, di quelle scene che ti fanno proprio esclamare “oh” mentre questi grandi cavalli di pietra scivolano sul palco, i lunghi drappi volteggiano e si intrecciano, sbuffi e pennacchi si scuotono e un esercito di mimi/figuranti di nero vestiti e senza volto spingono con infaticabile precisione ogni azione ogni elemento della scenografia. Se c’è una messa in scena a prova d’accidia è questa. Per il cast, almeno.

La regia di Pizzi dunque non solo sopravvive, ma gode ancora di ottima salute (come l’arzillo novantunenne, d’altronde), anche se, certo, con assai minore carica rivoluzionaria. Oso solo immaginare quanto esuberanti potessero essere i vaporosi costumi nel 1989, quando lo spettacolo debuttò. Oggi, dopo che RuPaul’s Drag Race (in Italia noto anche come America’s Next Drag Queen) ha staccato quattordici stagioni e già dal 2016 si trova persino su Netflix Italia, la carica potenzialmente dinamitarda risulta assai attenuata a favore di una generale gradevolezza. Gradevolezza in realtà di tanto in tanto ostacolata dalle luci un po’ tagliate con l’accetta di Massimo Gasparon, che ha sicuramente ricreato un’atmosfera molto primissimi anni ’90, ma che poteva trovare ben più sfumature e dettagli per valorizzare la spettacolarità del tutto.

Ora, prendete quanto ho appena scritto e pensate a Federico Maria Sardelli: barocchista, estroso, falsario dalla mano d’oro, flautista dal becco di fringuello, tutto proiettato verso una direzione di nervo, energica, brusca persino al punto di rischiare uno scollamento (cosa successa più e più volte tra buca e palco e persino da un lato all’altro della buca) pur di non perdere lo slancio. Il Rinaldo di Sardelli è un Rinaldo italiano, ancora ben lontano dai rigonfiamenti anglosassoni degli anni londinesi, in cui allo sfarzo dell’ottone si preferisce il ferro della sciabola. Cosa c’azzecca Federico Maria Sardelli con Pier Luigi Pizzi? (Non rispondetemi che hanno tre nomi perché già c’ho pensato).

L’impressione dunque era di una produzione composita, dominata da diverse visioni, impressione riconfermata anche dal cast. Teresa Iervolino è un fantastico Rinaldo e affronta il repertorio con evidente consapevolezza: agile eppure solida, eroica eppure non tronfia, sempre pronta ad ammorbidirsi negli afflati lirici ma senza perdere nervo, molti sono stati i momenti di sincera commozione, tra cui spicca a mio avviso il Cara sposa. È stata però l’unica che ha trovato davvero un’intesa con Sardelli, nonostante anche qui non siano mancate le incomprensioni. Il resto del cast non mancava certo di buone voci e valenti musicisti. Francesca Aspromonte è un’Almirena capace di grandi morbidezze, Leonardo Cortellazzi è un Goffredo dal bel timbro ma spesso in difficoltà, Maria Laura Iacobellis è una Armida dal grande effetto ma palesemente fuori ruolo, Tommaso Barea è un Argante di cui si può dire poco se non fargli i complimenti per la sostituzione last minute di Andrea Patucelli (Barea era infatti previsto inizialmente per il ruolo di Mago Cristiano, ruolo che ha comunque svolto, vestendo i panni di entrambi i personaggi: fortuna che il secondo non compare che una volta). In tutto questo aggiungiamo l’orchestra della Fenice, ridotta in ensemble, decisamente non in splendida forma e con grandi difficoltà nel seguire i cantanti sul palco. Il che diventa un problema in un’opera come il Rinaldo di Händel, in cui i duetti tra voce e strumenti sono all’ordine del minuto (in questo, particolarmente in affanno sono apparsi primo oboe e primo fagotto).

Insomma, gli ingredienti potevano anche essere buoni, perfino strepitosi, ma la sensazione è che sia successo un po’ quello che accade quando svuoti il frigo prima di partire per le vacanze: prendi e butti tutto ciò che trovi in un unico risotto, poi vedi che succede. A volte il risultato è sorprendente. A volte meno. E vabbè. Comunque ha fatto un enorme piacere rivedere il teatro gremito (con distanziamento, ancora) di pubblico entusiasta e soprattutto vedere Pier Luigi Pizzi trascinare di corsa tutto il cast sul proscenio per gli applausi scroscianti, non una, non due, ma tre volte (o forse addirittura quattro, la memoria mi inganna). A novantuno anni. Highlander.

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