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L’amore eterno di Orfeo per Euridice

di Carlo Emilio Tortarolo - 17 Maggio 2023

Ci sono narrazioni che attraversano i secoli della cultura occidentale, toccando vari periodi storici, generazione dopo generazione, e rimodellandosi a seconda delle circostanze ma rimanendone sostanzialmente immutate.

La storia di Orfeo ed Euridice parte dalla civiltà greca e ci racconta come l’amore (e la musica) possano vincere il soprannaturale ma non possano nulla contro la fallibilità umana. Euridice viene sì salvata, convincendo Ade e Persefone con il suono della lira, ma il dubbio di Orfeo di averla realmente dietro di sé, gioco passivo-aggressivo imposto degli Inferi, li costringerà alla separazione definitiva.

Un racconto così fertile di amore/morte con il resoconto del viaggio di Orfeo attraverso gli Inferi non poteva che essere una delle più fortunate trame operistiche a partire dall’ Euridice di Caccini sino all’Orfeo di Monteverdi, anche se… il finale negativo e truculento (Orfeo rimane fedele all’amata nonostante numerose avances e per questo viene fatto a pezzi nei rituali bacchici) mal si sposava con l’idea di intrattenimento cortigiano, costringendo a dei poco credibili ma molto spirituali happy ending in cui o Euridice comunque tornava in vita perché Omnia Vincit Amor o Orfeo ascendeva in cielo.

L’ Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck, una delle opere più amate/odiate dai musicisti durante gli anni di studio (questo è un buon momento per ripassare la riforma gluckiana) non si esime da questo ritornello storico anche se si contraddistingue per avere addirittura tre versioni.

A mettere in scena la versione primordiale, quella viennese, per il Teatro La Fenice ci pensa il decano della regia operistica italiana, Pier Luigi Pizzi. Le sue regie (e le sue scene, e i suoi costumi) sono prima di tutto esteticamente coinvolgenti, puliscono l’occhio da certe brutture moderne e danno quella sensazione di respiro diaframmatico che riequilibra. Passando gli anni, la sua scena si asciuga di orpelli ed attrezzeria, diluendo l’azione che estatica sembra fluttuare nella scena.

In una tavolozza bianco-grigia con larghe pennellate di grigio di Payne, Pizzi non cerca grandi escursioni cromatiche, concedendosi pochi tocchi di colore, come le proiezioni di sfondo per gli Inferi e le calze rosse di Amore (casuale che fosse lo stesso colore delle calze di Pizzi stesso agli applausi? Io non credo) e l’atmosfera da quadro di Friedrich viene assecondata dalle proiezioni nuvolose di sfondo, che ci anticipano e raccontano l’atmosfera in scena.

Al centro dell’idea registica, la musica, il mezzo tramite cui Orfeo convince il soprannaturale a invertire l’ordine naturale. Qui il regista decide di rompere la tradizione dell’Orfeo superuomo che tutto riesce a fare abbracciando la sua lira, aggiungendo, in palco, un ensemble di giovani musicisti che di volta in volta supporta, consola e gioisce con il protagonista, come fossero essi stessi parte ed emanazione di Orfeo stesso. Un accorgimento spaziale che ben rompe la parete spesso presente fra musica in buca e azione sul palco, colorando singole pagine della partitura di piacevoli echi che riescono a fungere da valida rappresentazione dell’aldilà.

A completamento dello stato meditativo dell’opera, l’azione musicale ha in Ottavio Dantone la giusta prosecuzione. Vengono tolte o rese esclusivamente musicali le pagine più energetiche e coreutiche (la danza degli spiriti è oggettivamente spuria per l’edizione viennese ma allora avremmo anche dovuto vedere un Orfeo realizzato da un castrato o equivalente moderno), le dinamiche così come le articolazioni appaiono misurate ed essenziali senza però inficiare sul ritmo scenico. Dantone da straordinario cembalista quale è accompagna e disegna musica per tutta la durate dell’opera, lesinando sull’interazione empatica con i musicisti e limitando gli interventi a solisti e coro.

Il cast ben ha sposato musica e scene risultando nel suo complesso omogeneo e congeniale.

Venendo meno la Danza degli Spiriti, l’intera opera si basa principalmente sulla riuscita del ‘Che farò senza Euridice’ di Orfeo. Qui il mezzosoprano Cecilia Molinari, decide, in sintonia con la regia, di asciugare ornamenti e variazioni, puntando sull’evocazione della parola. Molto pregevoli le rese sceniche del protagonista, repentine e ben centrate.

Più incentrata sulla drammaticità la prova di Mary Bevan anche se non perfettamente a suo agio nel range vocale alto del personaggio. A dispetto di questo, il soprano illumina con la sua voce limpida i suoi interventi musicali.

Terso l’apporto vocale di Amore, Silvia Frigato, specialista del ruolo e del genere, che illumina e risolve le tensioni teatrali con grande sensibilità.

Corposo ma non sempre omogeneo il contributo del coro, ben preparato da Alfonso Caiani.

Applausi ripetuti e prolungati, soprattutto per Pier Luigi Pizzi.

La recensione si riferisce alla recita del 28 Aprile

ORFEO ED EURIDICE 

Azione teatrale per musica in tre atti
Libretto di Ranieri de’ Calzabigi
Musica di Christoph Willibald Gluck

Orfeo | Cecilia Molinari
Euridice | Mary Bevan
Amore | Silvia Frigato

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore e maestro al cembalo | Ottavio Dantone
Maestro del coro | Alfonso Caiani

Regia, scene e costumi | Pier Luigi Pizzi
Light designer | Massimo Gasparon
Assistente alla regia e movimenti coreografici | Marco Berriel

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