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Fung-Fu fighting: cronache dall’Unione Musicale

di Matteo Camogliano - 2 Gennaio 2022

No, non è un errore di battitura, il titolo della canzone di Carl Douglas ce lo ricordiamo. Tranquilli, non ci siamo messi nemmeno a recensire l’ultimo film di Bruce Lee, o l’ultima canzonetta di qualche rapper in vena di orientalismi. Lo strano binomio, passibile di facili battute, è in realtà composto dal duo che si è esibito lo scorso mercoledì 15 dicembre nell’ultimo concerto della prima parte di stagione dell’Unione Musicale di Torino.

Zlatomir Fung, per chi stesse vangando nella sua memoria cinefila – eppure l’ho già sentito questo nome – non è la spalla di Jackie Chan in un esilarante combattimento, bensì l’astro nascente del mondo del violoncello, o meglio, forse una delle stelle che al momento brillano più intensamente in questo particolare settore di cielo. Solo ventiduenne, il sino-bulgaro-americano (!) è infatti già passato alla storia come il più giovane vincitore (ad oggi) del prestigioso Concorso Tchaikovsky di Mosca quando di anni ne aveva appena venti, nel 2019. Il collega Richard Fu se vogliamo è sì il Robin che appoggia Batman, ma sicuramente non risente dell’ombra del più noto violoncellista, come dev’essere del resto in un duo da camera con pianoforte.

Il programma della serata, si diceva conclusiva di questa prima tranche di concerti in attesa della ripresa nel nuovo anno che si prospetta piena di grandi nomi, prevedeva un menù decisamente ampio e divertente, verrebbe da dire, adatto a soddisfare i palati più esigenti. In apertura, la pagina di David Popper, noto ai violoncellisti anche (ma per fortuna non solo) per i suoi Studi, è subito una ventata di aria fresca, come una finestra che si apre su un terso mattino primaverile, in cui prontamente i due interpreti danno prova della loro intesa, e il violoncellista della sua straordinaria padronanza e facilità tecnica.

Come secondo, ecco venire una delle pagine cameristiche più incantevoli forse dell’intera storia della musica, la famosa Sonata per “Arpeggione” in la minore di Franz Schubert, che coniuga all’incantevole e avvolgente dolcezza delle melodie, ora malinconiche ora struggenti, una difficoltà tecnica davvero notevole, che ne fanno da sempre una particolare sfida all’interno del repertorio per violoncello. Qui il frontman dà conferma della sua agiatezza anche nelle asperità, inoltre la lettura che ne dà il duo è semplice e apollinea, ripulita con labor limae da ogni surplus per lasciar parlare direttamente la musica, che arriva dritta al cuore dello spettatore, specialmente nel primo e nel secondo tempo. Forse il terzo è meno brillante rispetto a certe registrazioni che si hanno nell’orecchio ma trovare un alone su quest’esecuzione è quasi lavoro da microscopisti.

Al monumento schubertiano segue un breve intervallo, giusto il tempo per i due lottatori di fare un po’ di stretching, per poi riprendere il via voltando decisamente pagina. Sul palco ritorna Fung in solitaria, per eseguire una pagina tardo novecentesca per violoncello solo. Il giovane violoncellista ha abituato il suo pubblico a un frequente confronto con il repertorio moderno e contemporaneo, come si era visto già in occasione dello stesso concorso Tchaikovsky vinto due anni or sono. Knock, breathe, shine di Esa-Pekka Salonen è una pagina raramente eseguita, vista la sua giovane età, risale al 2010, e poco nota anche ai molti violoncellisti di tutte le età giunti in sala per l’occasione. La composizione, a dispetto del titolo che potrebbe suggerire un intento in qualche modo rappresentativo o simbolico, ma che è stato scelto in un secondo momento, è in realtà concepita come una sorta di sonata trasfigurata, stravolta nei suoi termini classici. I tre movimenti sono organizzati in modo da creare un accumulo di tensione che con un climax di intensità, si libera nel finale. La serata stessa è in qualche modo un grande crescendo: i due protagonisti parrebbero essersi appena scaldati, perché la chiusura è davvero forse il piatto forte.

A concludere arriva infatti la Sonata per violoncello e pianoforte di Dimitri Shostakovich, in cui effettivamente il duo sembra dare il meglio di sé, in un’esecuzione del gioiello russo davvero ai limiti della perfezione, forse il tipo di repertorio che meglio si addice al momento alla scoppiettante freschezza giovanile degli interpreti. Ancora una volta emerge lo strapotere tecnico di Fung, non ci stancheremo di sottolinearlo, che si esalta in particolare nel secondo e nel quarto movimento, fuoco e fiamme da parte di entrambi. Così anche le linee melodiche improvvisamente eteree e sognanti del compositore russo presenti nel primo tempo arrivano dirette al cuore, e il terzo tempo, forse il meno immediato e d’effetto sull’ascoltatore, è interpretato con personalità e reso anch’esso toccante, a dimostrazione di come oltre alla tecnica ci sia una completezza su tutti gli aspetti musicali naturalmente.

Il concerto si chiude così tra gli applausi entusiasti dei presenti, purtroppo meno numerosi di quanti avrebbero meritato i due protagonisti, ma sicuramente sinceri e apprezzati dai musicisti, che concedono ben due succulenti bis, di quelli che non capita di sentire tutti i concerti: la Romanza di Jurij Aleksandrovič Šaporin e The Nightingale Captivated by the Rose di Nikolaj Rimskij-Korsakov. Intercettati una volta defluito il pubblico – not many but very nice people – chiosano, pochi ma buoni insomma, dimostrando senso dell’humor nonché simpatia e disponibilità. Una serata per intenditori insomma, e sì, non saranno karateki ma i due giovani sul palco lottano meravigliosamente sulle corde del violoncello e del pianoforte.

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