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Choruses – Le mille voci della Biennale di Venezia

di Marco Surace - 5 Ottobre 2021

Fin dalla sua fondazione nel 1895, La Biennale di Venezia ha avuto un ruolo di prim’ordine nel panorama culturale italiano e internazionale, riuscendo gradualmente a imporsi come una delle realtà più all’avanguardia nella promozione delle nuove tendenze artistiche. La musica, entrata a far parte della composita offerta culturale della Biennale nel 1930, è una delle grandi protagoniste della prestigiosa manifestazione, anche e soprattutto in virtù del peculiare rapporto dell’arte dei suoni con figure, opere e luoghi propri della città di Venezia.
Esaurito il lungo mandato di Ivan Fedele quale direttore artistico della Sezione Musica (dal 2012 al 2020), il 65. Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale ha visto il passaggio di testimone della direzione artistica a Lucia Ronchetti, compositrice molto affermata e apprezzata a livello internazionale (Ronchetti è stata protagonista di una nostra intervista nell’ambito della rubrica “Testimoni del presente”).

Cambiare direzione artistica è stato un modo per dare una nuova voce alla proposta musicale veneziana, anzi delle nuove e diverse voci, considerando la tematica scelta per l’edizione di quest’anno (17-26 settembre 2021), che vuole creare una continuità con la grande tradizione corale veneziana del passato: Choruses – Drammaturgie vocali. Il periodo di pandemia che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo ci ha costretto a frammentarci, ad allontanarci gli uni dagli altri, a guardarci talvolta con diffidenza e questo mi fa pensare che forse non ci sarebbe potuta essere scelta più azzeccata per il tema della 65. Edizione. Mai prima d’ora la volontà di unirsi in coro è stata così forte e sentita, mai così urgente il bisogno di sentirsi partecipe di una collettività, mai come in questo periodo abbiamo avuto bisogno della musica per ritornare, insieme, all’uno.
Le mille voci (dei musicisti ma anche degli spettatori) della Biennale Musica hanno preso corpo nei luoghi più suggestivi della città lagunare, insinuandosi e divenendo parte integrante del paesaggio sonoro di Venezia: dal Teatro La Fenice al Teatro Malibran, dalla Basilica di San Marco a Ca’ Giustinian, dal Conservatorio Benedetto Marcello all’Arsenale, spingendosi fino al Teatro del Parco di Mestre, a testimonianza del fatto che è importante diffondere la musica contemporanea superando le convenzioni e i confini (anche geografici).
In questo imponente e fragoroso coro che è stata la 65. Edizione di Biennale alcune voci sono emerse più di altre, vuoi per la capacità di sapersi distinguere per la propria originalità vuoi per il grande prestigio che hanno acquisito ormai da decenni nel panorama internazionale. Mi riferisco in primis a Kaija Saariaho, grande compositrice finlandese del nostro tempo che, attraverso il suo “impressionismo materico” e per l’originalità con cui ha trattato l’elemento vocale nelle sue partiture corali, è stata insignita del Leone d’oro alla carriera dal comitato artistico della Biennale. La musica di Saariaho, coi suoi molteplici volti e con le sue differenti voci, è stata protagonista indiscussa del Festival: in prima italiana il suo Notes on light (2006) per cello e orchestra, che esplora diversi aspetti della luce attraverso un continuo cambio di caratteri e timbriche, e che è stato accostato ad una versione orchestrale arrangiata da Hans Abrahamsen del Children’s corner di Debussy nel concerto di apertura (17 settembre) al Teatro La Fenice; il giorno successivo, in prima europea all’interno del Teatro Malibran, è andata in scena con la regia di Aleksi Barrière Only the Sound Remains (2016), un’opera “ideogrammatica” basata sui due drammi Tsunemasa (dal carattere cupo e straziante) e Hagoromo (più luminoso, che si eleva verso il cielo e include l’arte della danza) del Teatro del nō giapponese, nella traduzione di Ezra Pound (non tutti sanno che il grande poeta e saggista statunitense è morto ed è sepolto proprio a Venezia); infine il 24 settembre nel Teatro alle Tese dell’Arsenale, insieme ad After Arethusa (2019) di Sivan Eldar e uno dei Cinque frammenti all’Italia (1967) di Sylvano Bussotti (scomparso pochi giorni prima, lo scorso 19 settembre) sono stati eseguiti dall’ensemble accentus, diretto da Marcus Creed, il suo Tag des Jahrs (2001) per coro a cappella, basato su quattro poesie di Friedrich Hölderlin da lui composte negli anni della sua malattia mentale e dedicato alla madre di Saariaho (che nell’ultimo periodo della sua vita era affetta da demenza), e in prima assoluta Reconnaissance. Rusty Mirror Madrigal (2019) per coro, percussioni e contrabbasso, un “madrigale fantascientifico” su libretto di Barrière che guarda a Marte, alla corsa allo spazio e al destino incerto della nostra specie, di un’umanità che in coro (a volte all’unisono e a volte in maniera frammentaria) si interroga sul proprio futuro.

Dal magma corale che è risuonato nei luoghi della città di Venezia sono emersi anche i Neue Vocalsolisten, considerati uno degli ensemble vocali più importanti e rappresentativi della musica contemporanea. L’ensemble, premiato dalla Biennale col Leone d’argento (durante la cerimonia i componenti si sono cimentati in un simpatico jingle vocale sulla parola “Leone”), è a tutti gli effetti quello che Lucia Ronchetti ha definito un “laboratorio sperimentale sulla drammaturgia vocale e un gruppo aperto di discussione sulle tecniche vocali contemporanee e sul significato del canto d’insieme nella sua prospettiva storica e potenzialità futura”. Ciascuno dei sette componenti, come singolo e nell’insieme, si distingue per la spiccata abilità attoriale e teatrale così come per la peculiarità della voce. Il Leone d’argento ai Neue Vocalsolisten non è solo un premio per la loro capacità performativa, ma anche e soprattutto per il loro incessante impegno nel commissionare nuovi lavori vocali sia ai grandi compositori del nostro tempo che a numerosi giovanissimi compositori emergenti.
Il 19 settembre l’ensemble è stato protagonista di un concerto con due prime esecuzioni (assoluta e italiana): Amo (2020) del compositore americano George Lewis, ispirato al filosofo Anton Wilhelm Amo, la cui storia parte dall’Africa dello schiavismo e culmina con carriera accademica in Germania (è il primo africano ammesso a frequentare l’università in Europa) e i cui scritti trattano del rapporto tra mente e corpo, un’idea resa musicalmente da Lewis attraverso l’interazione tra le cinque voci e l’elettronica, tra lo spazio reale delle loro voci in acustico e quello virtuale delle stesse voci trasformate elettronicamente e diffuse da tutti gli angoli della sala; l’altro è Die Einfachen (2021) del russo Sergej Newski, un’opera documentario per cinque cantanti, elettronica e video che parte dagli scritti della Russia del 1920, ritrovati dalla studiosa Irina Roldugina dell’Università di Oxford, che raccontano dei “semplici”, di quel popolo operaio, studentesco e contadino che si riconosceva nella sottocultura omosessuale e che per questo veniva criminalizzato ed emarginato. I Neue Vocalsolisten sono stati, come Kaija Saariaho, un punto di riferimento per il Festival e una presenza fissa anche nei giorni successivi: il 21 settembre il Teatro alle Tese li ha ospitati nuovamente per l’esecuzione della Wölfli-Kantata (2006) di Georges Aperghis, un lavoro che pienamente incarna lo spirito dei Choruses poiché ha creato, attraverso le voci confusionarie dei Solisten e dell’ SWR Vokalensemble, il caos che regnava nella vita di Adolf Wölfli, uomo violento e dal passato tragico che, rinchiuso in manicomio, riuscì a calmare i suoi attacchi incontrollati disegnando simboli astrusi e forme immaginarie (sarebbe poi divenuto uno degli esponenti dell’Art Brut). Sempre dentro l’Arsenale ma stavolta alle Tese dei Soppalchi, i  Solisten si sono cimentati in un ultimo concerto, nel giorno conclusivo del Festival (26 settembre), che testimonia ancora una volta il loro grande impegno nella commissione di nuovi brani. Si è iniziato con la prima assoluta di ir (2021) per ensemble vocale e tape del giovanissimo spagnolo Manuel Hidalgo Navas, che a partire dal sonetto ir y quedarse di Lope de Vega ha proposto una sorta di soliloquio a cinque voci che si fa largo emergendo da una “nuvola di rumori”, giocando teatralmente e vocalmente sull’andare e il rimanere. Un’altra prima assoluta è stata quella dell’altrettanto giovane compositrice italiana Maria Vincenza Cabizza, che con il suo The difference between being and staying (2021) fa un collage multilinguistico delle voci di tutti quei popoli che lottano per la propria sopravvivenza e che, a forza di comunicare, giungono ad una situazione di stravolgimento del messaggio originario. L’ultimo brano eseguito dai Neue Vocalsolisten è stato Herzstück (2012) di Luca Francesconi, un “teatro clandestino” (come dice lo stesso compositore) nel quale la continua ripetizione di frammenti del “dramma del cuore” di Heiner Müller porta alla perdita di senso della parola e a far emergere la denuncia di Francesconi sulla nostra società dell’informazione, un contesto in cui si è perso il significato condiviso delle cose del mondo, una realtà in cui tutti noi non siamo altro che tante piccole voci che hanno bisogno di riunirsi e formare Choruses.

Tante altre sono le personalità musicali che hanno permesso ai partecipanti del Festival di girare per la città di Venezia ed ammirarne i paesaggi, gli spazi, i monumenti, e per scoprire le sue mille voci. È il caso di Christina Kubisch, sound artist celebre per le sue installazioni sonore che usano la tecnica dell’induzione magnetica per esplorare le possibilità del suono in rapporto con la luce e lo spazio. La sera del 21 settembre, Kubisch ha regalato al pubblico un concerto veramente speciale, in primis per la location: la Basilica di San Marco. Di notte. Si resta incantati dalla sua monumentalità, dai mosaici su fondo oro illuminati a giorno per l’occasione, dalle varie cupole in cui il suono riverbera e si propaga; ma si resta ancora più sorpresi quando si ascolta un concerto come quello proposto da Kubisch che, in collaborazione con la Cappella Marciana diretta da Marco Gemmani, ha condotto il pubblico in quello che lei ha chiamato Il viaggio della voce: dopo aver preliminarmente registrato a Venezia e fuori città una serie di pezzi rinascimentali per coro di Monteverdi, dei Gabrieli, di Merulo e Zarlino (che di San Marco sono stati maestri di cappella e organisti), il materiale sonoro è stato manipolato e infine è ritornato quella stessa sera a San Marco, venendo poi diffuso da ogni angolazione della Basilica tramite degli altoparlanti, in alternanza con l’esecuzione dal vivo degli stessi brani da parte dei cantori della Marciana. Una sonorità del tutto nuova ha pervaso l’intero spazio della Basilica di San Marco che, con le sue innumerevoli e sempre differenti situazioni acustiche di diffusione, ha permesso a Kubisch di portare avanti il discorso musicale e spaziale già iniziato dai musicisti e dai cantori della San Marco del Cinquecento.

Di grande rilievo è sicuramente anche la partecipazione dell’ SWR Vokalensemble che, sotto la direzione del giovane Yuval Weinberg, si è cimentato in performance dalla grande complessità come quella della già citata Wölfli-Kantata ma anche in occasione del concerto del 20 settembre al Teatro alle Tese. In programma un brano per doppio coro in prima assoluta, Tutto in una volta (2021) di Francesco Filidei (anche lui è stato uno dei protagonisti della nostra rubrica “Testimoni del presente”), in cui il testo neoavanguardista di Nanni Balestrini trasla le sue architetture linguistiche sperimentali in architetture sonore frammentate. A seguire un caposaldo della produzione vocale contemporanea, Rothko Chapel (1971) per soprano, contralto, coro misto e strumenti di Morton Feldman, grande compositore americano del secolo scorso che con questo brano rese tributo a Mark Rothko creando una tela sonora che richiama l’espressionismo astratto del pittore attraverso colori e sezioni continuamente contrastanti. Per finire l’SWR si è cimentato in una prima esecuzione italiana di TIMNA (2018-2020) del compositore israelo-palestinese Samir Odeh-Tamimi, in cui il linguaggio dell’avanguardia occidentale si combina a quello delle tradizioni musicali (e linguistiche) arabe per trascinare il pubblico in una dimensione rituale antica, anche grazie al ritmo tribale scandito dalle percussioni e alle sonorità di vari strumenti etnici.
Christina Kubisch e l’SWR Vokalensemble, però, non sono solo accomunati dalla loro originalità e dai loro meriti artistici e performativi, ma anche perché entrambi sono stati insigniti di due premi speciali: rispettivamente per la miglior prima esecuzione assoluta e per il miglior ensemble vocale o coro del 65. Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia.
Ciò che c’è di particolare in questo riconoscimento non è tanto legato a chi è stato premiato, ma riguarda piuttosto coloro che hanno fatto parte dei giudici. A partire da quest’anno è stata infatti istituita una giuria composta di sette allievi under 25 dei Conservatori del Veneto. I ragazzi, chi compositore chi strumentista, hanno avuto modo di partecipare a tutti gli eventi del Festival e, con la supervisione di Francesco Antonioni, di valutare attentamente le proposte artistiche di quest’anno, per poi dare il loro verdetto il 26 settembre, giornata conclusiva della manifestazione, nella splendida Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian.

È veramente lodevole l’interesse che la Biennale dimostra nei confronti dei giovani, nell’ottica di favorire il dialogo tra generazioni e con lo scopo di formare i nuovi musicisti, compositori, critici e musicologi di domani. I frutti di questo atteggiamento lungimirante sono stati concreti e visibili sotto vari punti di vista. Oltre alla giuria di giovani studenti dei Conservatori, numerosissimi sono stati i giovani compositori coinvolti nel programma definito Biennale College Musica  – oltre ai già citati Hidalgo Navas e Cabizza abbiamo Jack Sheen e Chonglian Yu con le loro installazioni sonore che reinterpretavano i suoni di Venezia, rispettivamente Croon Harvest al Conservatorio “Benedetto Marcello” e I see the cloud in the water alla Sala d’Armi dell’Arsenale; le tre performance sperimentali al Teatro Piccolo Arsenale di Daniele Carcassi, Agita Reke e X. Lee, che si sono serviti del live electronics manipolando suoni vocali preregistrati per costruire mondi nuovi, per emulare esperienze extracorporee o per farci immergere nella realtà cibernetica – così come tanti son stati i performer: il polistrumentista e produttore ZULI con la sua live performance tutta Autotune e Melodyne per voce ed elettronica al Teatro del Parco della Bissuola, i sei giovani membri dell’EVO Ensemble con le loro esecuzioni rumoristiche e teatrali di musiche di Jennifer Walshe, Peter Ablinger e Claude Vivier, la cantante e polistrumentista albanese Elina Duni che ha catturato l’attenzione del pubblico nella Sala delle Colonne con le sue canzoni d’amore, di perdita e di partenze, la cantante e compositrice Joy Frempong con le sue narrazioni in jazz/hip hop/elettronica.
Ma il progetto Biennale College è rivolto anche ad alcuni giovani laureati e laureandi in discipline letterarie e musicologiche che, nel corso di questi mesi, saranno impegnati nella stesura di un saggio legato alle tematiche della vocalità e della coralità a Venezia sotto la guida della prof. Vincenzina Ottomano. Il saggio sarà poi pubblicato dalla Biennale e sarà disponibile per la consultazione nell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (ASAC), oltre che essere reperibile all’interno del circuito del Servizio Bibliotecario Nazionale.

La 65. Biennale musica, naturalmente, non è stata solo la somma dei tanti e variegati concerti che non posso riportare qui interamente (mi scusino i vari esecutori di Silvestrov, Pärt, Lang e i vari compositori a cui ho solo rapidamente accennato), anche se tra questi mi pare doveroso menzionare ancora Moving still – Processional  Crossings: la compositrice Marta Gentilucci ha saputo realmente coinvolgere quel pubblico che pubblico non era, in quanto gruppo di persone facente parte di una processione sonora lungo tutta la superficie dell’Arsenale e guidata dai musicisti dell’ensemble vocale Sequenza 9.3 (i cui costumi di scena, così per dire, sono stati realizzati da Dior), processione che è culminata in un concerto corale immersivo in cui l’elemento della spazialità del suono è stato curato in ogni minimo dettaglio, anche e soprattutto per far emergere i testi angosciosi e di denuncia recitati da quattro poetesse ai quattro angoli del Teatro alle Tese (II).

Tra le numerose altre iniziative che hanno formato il composito programma della Biennale Musica, dicevo, ci sono state anche delle interessantissime conferenze e talk. Quando volevi essere sicuro di iniziare le mattine col piede giusto bastava arrivare in tempo alle ore 9 alla Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, dove il musicologo e divulgatore Giovanni Bietti ha tenuto quattro delle sue celebri “Lezioni di Musica” in forma di lezione per il pubblico in sala e contemporaneamente in live su Rai Radio 3. Protagonisti dei quattro incontri sono stati i grandi musicisti della Venezia del Cinque-Sei-Settecento (Willaert, Gabrieli, Monteverdi e Vivaldi), o meglio alcune delle loro musiche corali più belle che, raccontate da Bietti, assumono ancor più valore e senso. Veramente interessanti sono stati anche i vari eventi svoltisi nella Sala Concerti del Conservatorio, che hanno spaziato dalle interviste a Saariaho e Gentilucci ai talk di approfondimento di Kubisch, Lewis e Walshe, e a Ca’ Giustinian la conferenza “L’emancipazione della voce. Sulle composizioni sperimentali per ensemble vocali” di Gianmario Borio, professore ordinario presso il Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali dell’Università di Pavia e direttore dell’Istituto per la Musica della Fondazione Giorgio Cini.

Insomma, quelli che traspaiono da queste righe sono solo gli echi di alcune delle mille voci dei numerosi Choruses che hanno reso il 65. Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale l’evento risonante e fragoroso che è realmente stato. Dal punto di vista di spettatore posso solo immaginare tutto il lavoro che c’è dietro all’organizzazione di un calendario di eventi così fitto e variegato, quindi non posso far altro che complimentarmi con l’organizzazione della Biennale e specialmente con Lucia Ronchetti che, nonostante fosse il suo primo mandato in veste di direttrice artistica, ha saputo mettere in piedi e dare sostegno, un po’ come il diaframma, alle tante voci dei mille Choruses di quest’anno. Credo sia difficile dimenticarsi di una così bella “dieci giorni a Venezia” quando, tra un tramonto sulla laguna e una carrellata di cicchetti dei bacari locali, la musica fa da fil rouge e ricolleziona le emozioni in un unico spazio, proprio come in un coro.

Marco Surace

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