Ultimo aggiornamento27 maggio 2024, alle 19:02

Breve storia del minuetto, in ventuno brani

di Filippo Simonelli - 27 Aprile 2019

L’associazione più comune che si fa pensando alla parola minuetto, oltre alla celebre canzone di Mia Martini, è quella del ballo di corte, rigorosamente pensato per una coppia incipriata e imbelletata che inizia una timida danza dopo una serie di cerimoniosi rituali. Nel corso della storia della musica però la forma minuetto si è presto staccata dalla sua funzione coreutica, divenendo componente autonoma prima delle suites e poi di sonate e persino sinfonie. Tracciare un filo rosso che unisca la produzione, potenzialmente sterminata, che si cela dietro questo nome è l’obiettivo ambizioso del disco Minuetto – l’arte della danza regale del pianista Alessandro Stella, pubblicato dall’etichetta KHA Records.

Il minuetto è generalmente il movimento più “tranquillo” nelle grandi forme del periodo classico, dicevamo: una forma di danza, relativamente stabile e prevedibile nel suo intersecarsi col trio, che getta un ponte tra il movimento lento e meditabondo e un gran finale. L’idea che c’è alla base di questo piccolo ma meritevole disco è quella di provare a dimostrare che dietro le quattro sillabe che compongono la parola minuetto c’è qualcosa di più. E così nasce un lungo excursus storico che dai minuetti barocchi, di autori celebri come Bach o Purcell ma anche oscuri come Krieger e Giustini – alzi la mano chi è tra i sei ascoltatori mensili che spotify, candidamente, gli attribuisce – arriva fino a Ricardo Viñes, Barber e Ravel, passando attraverso gli spigolosi ritmi compositi di Brahms e i guizzi virtuosistici di Albenìz.

Cambiano tutti i parametri possibili, in questi minuetti: la durata, che spazia dal minuto scarso di Zipoli fino ai sei minuti di Dvorak, lo spirito, l’intensità e il grado di virtuosità richiesto. A ciascuno di essi si adatta con gran gusto Alessandro Stella, il pianista deputato a questa inusuale impresa. E per gran gusto non intendo solo una valutazione estetica sul suo pianismo, peraltro veritiera, ma anche l’idea che trasmette tutto il disco: che sia stata una sfida intrapresa con grande soddisfazione. La performance è omogenea, anche se spicca una certa predilezione per il minuetto barocco fino al primo classicismo: parte inevitabile del retaggio di questa forma e della sua vocazione originaria, ma anche deformazione professionale del pianista, che per anni è stato animatore della Rassegna “Le cinque perle del Barocco”, serie di concerti nelle Chiese del Barocco Francese a Roma. Proprio per questo è interessante notare come la scelta per l’esecuzione sia ricaduta su un pianoforte moderno – il disco è stato inciso su uno Steinway D – a discapito di strumenti “storici” che avrebbero potuto restituire più fedelmente l’evoluzione della sonorità del minuetto che accompagna l’evoluzione armonico-timbrica che invece è il tratto dominante del progetto.

Dulcis in fundo, una segnalazione a parte la merita la deliziosa copertina realizzata dal grafico Bruno Melappioni: pochi tratti essenziali, due figure stilizzate impegnate nella loro danza senza aggettivi su uno sfondo pallido, ideale rappresentazione grafica del materiale sonoro custodito dietro la sua superfice.

Filippo Simonelli

Direttore

Non ho mai deciso se preferisco Brahms, Shostakovic o Palestrina, così quasi dieci anni fa ho aperto Quinte Parallele per dare spazio a chiunque volesse provare a farmi prendere una decisione tra uno di questi tre - e tanti altri.

Nel frattempo mi sono laureato e ho fatto tutt'altro, ma la musica e il giornalismo mi garbano ancora assai.

tutti gli articoli di Filippo Simonelli