L’Ottocento della noia
di Redazione - 25 Giugno 2026
QPArena è il primo spazio online pensato per dare ai professionisti della musica l’opportunità di esprimersi in prima persona: un intervento, sotto forma di lettera aperta, che permetta ad artisti di tutte le generazioni e le sensibilità di esprimersi e rivolgersi in prima persona al loro pubblico, che in questo caso è anche il nostro pubblico. Oggi possiamo contare sulle riflessioni di Samuele Provenzi, chitarrista italiano attivo tra ricerca storica, interpretazione e valorizzazione del repertorio per strumenti a corda. Formatosi tra il Conservatorio di Milano, il Conservatorio di Brescia e la Hochschule der Künste di Berna, ha vinto numerosi concorsi nazionali e internazionali e si esibisce regolarmente in festival e stagioni concertistiche in Italia e all’estero. Accanto all’attività solistica, dedica particolare attenzione alla prassi esecutiva storica e alla riscoperta del repertorio ottocentesco, con progetti che coniugano ricerca musicologica e interpretazione su strumenti storici.
Samuele Provenzi

Tutto è iniziato da una domanda molto semplice, quasi banale: perché, quando penso alla musica dell’Ottocento, a volte mi sembra noiosa?
È una sensazione scomoda da ammettere, soprattutto per chi quella musica la ama e la studia. Eppure sentivo che qualcosa, nel mio rapporto con questo repertorio, non funzionava fino in fondo. Era come se stessi ripetendo un gesto già deciso, già fissato, senza più metterlo davvero in discussione.
Quando Gabriele Lodi, liutaio e restauratore specializzato in chitarre storiche, mi ha prestato una chitarra romantica, senza che ci fosse ancora un progetto preciso dietro, qualcosa è cambiato quasi subito. Il rapporto con la musica è diventato diverso: il fraseggio più elastico, il gesto più naturale, meno forzato. Avevo la sensazione che lo strumento stesso suggerisse direzioni, posizioni, respiri, quasi come se alcune diteggiature emergessero spontaneamente, come se nascessero da un dialogo silenzioso tra il corpo e la chitarra. Più che “suonare uno strumento storico”, avevo l’impressione di entrare dentro un modo diverso di pensare la musica.
Più che “suonare uno strumento storico”, avevo l’impressione di entrare dentro un modo diverso di pensare la musica
Ed è lì che la domanda iniziale si è trasformata: se questa musica può essere così viva tra le mani, dov’è che avevo iniziato ad annoiarmi?
Cercando una risposta, mi sono accorto che la questione andava oltre gli strumenti o la tecnica. Riguardava il modo stesso in cui avevo imparato a pensare questa musica che, fino a quel momento, l’avevo spesso trattata come qualcosa da riprodurre, più che da reinventare nel presente.
In quel periodo stavo lavorando sulla Première Fantaisie di François de Fossa, un compositore che avevo sempre considerato “di repertorio”. Ma più approfondivo la sua figura, più quell’immagine iniziava a incrinarsi. De Fossa non appariva più come un autore statico, museale, ma come un uomo in continuo movimento: come un militare, un viaggiatore, un mediatore culturale, immerso in contesti politici e geografici molto diversi tra loro.
Ripensando anche a un periodo in cui avevo lavorato in ambito teatrale, mi sono accorto che gran parte del lavoro passava dal corpo: dal peso, dall’equilibrio, dal gesto come motore dell’azione. Suonare quella chitarra mi riportava esattamente lì ed è stata forse la prima volta in cui ho iniziato a percepirmi come performer, quasi come un attore musicale.
La virtuosità, in fondo, è sfoggio tecnico, ma anche un’estensione del corpo, la capacità di abitare uno spazio instabile.
Ed è proprio l’instabilità che ho iniziato a ritrovare anche nella vita di de Fossa. Nato a Perpignan, in una terra di confine, entra giovanissimo nella Legione dei Pirenei. Poco dopo lascia la Francia, si arruola nell’esercito spagnolo, parte per il Messico, attraversa continenti e sistemi politici diversi, prova a costruirsi una vita sentimentale che fallisce, torna indietro, riparte ancora. Finisce a Parigi, si reinventa nuovamente, si sposa, diventa ufficiale della Legion d’Onore.
Più leggevo la sua biografia, più mi sembrava chiaro che de Fossa non fosse un compositore “stabile”. È una figura in continua trasformazione che cambia lingua, esercito, paese, ruolo sociale. Vive nel movimento. E anche la sua attività musicale lo conferma perché François de Fossa non è soltanto autore, ma trascrittore, mediatore, traghettatore di repertori. Copia, rielabora, traduce. Basta pensare ai quintetti di Boccherini o alla diffusione dell’Escuela de Guitarra di Aguado: lavori che mettono la chitarra in dialogo con mondi che normalmente le sarebbero rimasti esterni.
A quel punto ho smesso di chiedermi soltanto che tipo di musica stessi suonando. Ho iniziato invece a interrogarmi su che tipo di musicista fosse stato de Fossa. E soprattutto se questa sua identità instabile, sempre in trasformazione, non fosse proprio la chiave per far parlare ancora oggi la sua musica.
Così ho iniziato a guardare quelle opere come il risultato di un’esperienza umana complessa, attraversata dal viaggio, dal corpo e dal cambiamento continuo. Forse è proprio questo che rende quella musica ancora capace di dialogare con il presente. È lì che ho capito che lavorare su de Fossa significava usare il passato come uno spazio critico da abitare oggi.
A quel punto registrare un disco dedicato a de Fossa nel 2025 ha iniziato ad avere un senso preciso. Non si trattava più soltanto di eseguire quella musica, ma di capire se fosse ancora possibile reinventarla nel presente.

Il lavoro è partito inevitabilmente dalla partitura, l’unico vero mezzo di comunicazione che il compositore ci ha lasciato, senza però dimenticare che una partitura prende significato soltanto quando incontra un corpo, uno strumento, un gesto e, in questo processo, la chitarra romantica è diventata parte integrante del linguaggio musicale stesso: per la sua risposta, per i suoi limiti, per il modo in cui resiste oppure suggerisce determinate soluzioni. Anche i trattati dell’epoca mi hanno aiutato a immaginare come venissero pensati il suono, il tempo, l’articolazione e il carattere.
Da questo dialogo è nato anche il repertorio del disco: una selezione che mette in relazione mondi differenti, proprio come faceva de Fossa nella sua vita di musicista, soldato e viaggiatore.
Nel panorama musicale di oggi, in Italia ma anche più in generale in Europa, sembra esistere spesso una separazione molto netta: da una parte il patrimonio storico, trattato come uno spazio rassicurante e intoccabile; dall’altra la musica contemporanea, sempre più fragile e percepita come un rischio. In mezzo, però, manca spesso un’idea di continuità: la possibilità che il passato non sia soltanto qualcosa da conservare, ma anche un campo di attrito, un luogo da interrogare con strumenti nuovi.
Lavorare su de Fossa mi ha fatto capire che reinventare il passato è già, nel senso più semplice e concreto del termine, un gesto politico. Significa rifiutare sia la musealizzazione della storia sia l’isolamento della contemporaneità. Significa accettare che la musica rimanga viva solo finché continua a produrre tensione, a mettere in discussione chi la suona e chi l’ascolta.
The Guitar Soldier nasce proprio come tentativo di abitare quello spazio instabile: tra memoria e immaginazione, tra disciplina e libertà.
Alla fine di questo percorso ho ancora domande sulla musica dell’Ottocento? Sì, assolutamente. è cambiato il modo in cui la ascolto e la suono. Ho capito che la noia nasceva dal ripetere un gesto senza più interrogarlo, senza esporsi al rischio che qualcosa potesse smettere di funzionare come prima.
Ho capito che la noia nasceva dal ripetere un gesto senza più interrogarlo, senza esporsi al rischio che qualcosa potesse smettere di funzionare come prima
Quando la musica smette di metterci in crisi, diventa soltanto patrimonio da conservare. Quando invece ci costringe a rinegoziare continuamente il nostro ruolo di interpreti, allora può ancora diventare un luogo di dialogo.
Forse è proprio lì che la musica del passato torna a parlare al presente: non come rifugio, ma come spazio di responsabilità e immaginazione.