Possiamo pensare la musica senza generi?
di Redazione - 7 Luglio 2026
La ricerca dell’illimitato in Apeiron
QPArena è il primo spazio online pensato per dare ai professionisti della musica l’opportunità di esprimersi in prima persona: un intervento, sotto forma di lettera aperta, che permetta ad artisti di tutte le generazioni e le sensibilità di esprimersi e rivolgersi in prima persona al loro pubblico, che in questo caso è anche il nostro pubblico. Oggi possiamo contare sulle riflessioni di Jacopo Ferrazza, contrabbassista, compositore e pianista classico e jazz, vincitore del Premio SIAE nel 2018 come miglior talento italiano, vincitore dei Global Music Awards 2022 e più volte selezionato negli anni tra i migliori talenti italiani dalla rivista Musica Jazz. Ha collaborato con i più importanti musicisti della scena jazz italiana e internazionale (Fabrizio Bosso, Dave Liebman, Nicola Piovani, Florian Weber), incidendo cinque album come leader e oltre quaranta come sideman.

Quando ho iniziato a lavorare ad Apeiron, il mio ultimo disco realizzato in duo col pianista Sebastian Marino, ho iniziato a riflettere su alcune questioni che secondo me sono cruciali nel panorama musicale, oggi: la definizione dei generi musicali, il rapporto tra composizione e improvvisazione, il ruolo del sound design elettroacustico nella nuova musica.
La suddivisione della musica in generi diversi e specifici è diventata necessaria dagli albori dell’industria musicale, con la nascita delle prime case discografiche tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Infatti, le case discografiche, i negozi di dischi e la radio, sviluppatasi come mezzo di intrattenimento intorno agli anni ’20, avevano l’esigenza pratica di classificare la musica per indirizzare i loro ascoltatori e per promuovere e vendere i brani al pubblico giusto. La stessa operazione, anche se in maniera diversa, oggi viene compiuta dalle piattaforme di streaming come Spotify o Apple Music che dominano l’industria musicale, assumendo molti dei ruoli che un tempo appartenevano a radio e negozi di dischi.
Ma se la designazione di un “genere” viene stabilita a posteriori, la musica, quando nasce, appartiene già a qualcosa?
Parzialmente sì: appartiene a tutto ciò che è stato consciamente o anche inconsciamente assorbito da chi la produce. Se un tempo questo universo sonoro era piuttosto circoscritto alla tradizione musicale della comunità di provenienza (quindi un preciso contesto geografico in un determinato momento storico), chiaramente l’industria musicale e la globalizzazione hanno cambiato le carte in tavola, diffondendo musiche di luoghi e tempi potenzialmente lontani. L’avvento di Internet e delle piattaforme streaming ha ovviamente velocizzato a dismisura questo processo di assoluta accessibilità alla musica più disparata.
La musica che viene prodotta oggi può quindi subire influenze varie e molteplici e sempre più spesso ci sono casi in cui diventa difficile stabilire realmente a quale “genere” può aderire integralmente. Oltretutto è importante chiedersi se è veramente giusto, a questo punto, classificare a tutti i costi. Non potrebbe essere più interessante, anche creativamente, liberarsi dalla legnosità di pratiche musicali e mondi sonori chiusi in categorie?
Il termine presocratico “apeiron”indica l’indefinito, l’illimitato, ciò che contiene in potenza tutte le forme.
L’esperimento che ho compiuto con Sebastian in Apeiron è stato proprio questo. Il termine presocratico “apeiron”, infatti, indica l’indefinito, l’illimitato, ciò che contiene in potenza tutte le forme.
Quando abbiamo iniziato a suonare e a sperimentare, ci piaceva l’idea di un salto nel vuoto: un vero e proprio viaggio alla ricerca dell’ignoto e di ciò che ancora deve essere scoperto. La produzione di Apeiron è diventata una pratica musicale fondata su ricerca, rischio e ascolto, che rifiuta le categorie prestabilite per costruirsi interamente nel presente.
Questo concetto, oltretutto, rispecchia molto un’idea di musica e di arte in generale che sento molto mia. Credo che attraverso la musica, elemento che a mio parere non appartiene all’uomo, ma di cui l’uomo si serve e di cui è strumento, si possano celebrare la pluralità e le meravigliose dinamiche che reggono la vita e l’universo intero, rendendo così simili e complementari il macrocosmo e il microcosmo. Apeiron è incentrato sul celebrare la pluralità e la convivenza di elementi apparentemente distanti che in realtà fanno parte della stessa esistenza. Ciò che da vicino ci sembra diverso e inconciliabile, da lontano appare come un’unica cosa, compatta e parte di qualcosa di più grande, così come le gocce d’acqua formano il fiume, proprio come ci insegna Hermann Hesse in Siddharta.
Il presupposto per cui potremmo smettere di delimitare e categorizzare in modo rigido i generi è anzitutto filosofico: perché non iniziare a identificarli come varianti e possibilità della stessa materia?

D’altronde, la mia esperienza musicale personale è stata fin da subito ricca di stimoli provenienti da mondi formalmente lontani, e non solo perché sono nato in un mondo globalizzato con un’industria musicale a pieno regime. Mi sono diplomato in contrabbasso e pianoforte classico al Conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone, ma fin da piccolo in casa mia c’erano jazz, musica classica, musica cantautorale, rock e molti altri generi. Ho avuto la fortuna di crescere con un padre musicista e curioso, che mi ha permesso di fare ascolti passivi e attivi di qualità.
Più tardi, ho scoperto realmente il jazz ed è stata un’attrazione fatale. Ricordo che a 14 anni, la prima volta che ho ascoltato il disco Birthday concert di Jaco Pastorius, dove c’era una versione bellissima del suo brano Continuum e altri brani jazz rivisitati, ho cominciato a piangere nella piena consapevolezza che avrei voluto fare esattamente quello nella vita.
Da quel momento mi sono addentrato sempre più nel jazz tradizionale e contemporaneo studiando l’improvvisazione, l’armonia e i linguaggi. In quel periodo ho fondato i miei primi ensemble musicali, prima con Enrico Olivanti e Valerio Vantaggio, poi con Enrico Zanisi. Questo mi ha permesso e ci ha permesso di crescere, iniziare a suonare dal vivo e comprendere a pieno quello che volevamo fare.
Il resto è stato tutto consequenziale ed è andato di pari passo con la mia crescita musicale e umana, agevolata dai tanti musicisti e persone fantastiche che ho avuto la fortuna di conoscere e che mi hanno insegnato tantissimo sulla musica, sul jazz e sulla vita in generale. Proprio questa esperienza così approfondita del jazz mi ha permesso di comprendere che non è un mondo distante da quello della musica classica: sono, anzi, mondi estremamente vicini, simili, speculari, ma appartenenti a epoche e contesti diversi, come due gemelli con la stessa eredità genetica ma, per assurdo, cresciuti in momenti storici diversi.
Posso addirittura dire che se non avessi fatto il percorso classico, probabilmente non avrei combinato nulla nel jazz e, allo stesso modo, se non avessi studiato jazz, avrei capito poco della letteratura barocca, classica e romantica. Questo per me vale più di tutte le etichette e considerazioni del caso.
Posso addirittura dire che se non avessi fatto il percorso classico, probabilmente non avrei combinato nulla nel jazz e, allo stesso modo, se non avessi studiato jazz, avrei capito poco della letteratura barocca, classica e romantica.
Lo stesso discorso di complementarietà funziona tanto per il rapporto tra classica e jazz quanto per quello tra l’improvvisazione e la composizione. In un certo senso possono essere considerate come uno stesso atto maturato in tempi diversi. La composizione ha uno sviluppo dilatato nel tempo e nello spazio, mentre l’improvvisazione vive di estemporaneità, input rapidi e spazi ridotti.
Le pratiche improvvisative, esattamente come quelle compositive, possono essere tantissime. Alcune improvvisazioni sono molto costruite. Sono delle vere e proprie composizioni in tempo reale basate sulla riproposizione di alcuni elementi e delle loro variazioni. Possiamo riscontrare qualcosa di molto simile nella musica scritta, “classica”: nelle Variazioni Goldberg di Bach, nella Hammerklavier di Beethoven, nei Notturni di Chopin e in molti altri esempi, soltanto che nel caso dell’improvvisazione quel processo di sviluppo e di esplorazione di un determinato tema in tutte le sue possibilità avviene estemporaneamente, non “a tavolino”.
Altre volte l’improvvisazione prevede un’istintività totale con poca costruzione mentale. Ve ne sono storicamente degli esempi importanti che hanno dato dignità a un lato spontaneo dell’essere umano, forse più ancestrale e meno costruito rispetto a un approccio “colto”; qualcosa di simile a quello che faceva Jackson Pollock nelle sue celebri tele.
Quando si improvvisa suonando con altre persone, dal duo fino all’ensemble, e prende forma la magia dell’“interplay”, il prodotto sonoro risultante diventa un vero e proprio atto di composizione collettiva, in cui ognuno deve abbandonare il proprio ego individuale a vantaggio di un desiderio di ascoltare l’altro e costruire insieme. La cosa incredibile di questa pratica è che può funzionare sia con musicisti con la stessa formazione sia con artisti provenienti da altri ambiti. Nel momento in cui si è predisposti all’ascolto e alla creazione, tutto può avvenire.
In questo sono stato molto fortunato con Sebastian, che oltre a essere un musicista meraviglioso è una persona estremamente predisposta all’ascolto e alla collaborazione. Oltretutto abbiamo un lungo percorso di studi e di ascolto in comune, e questo ci ha consentito di portare l’interplay in direzioni ignote, ma con un punto di vista spesso condiviso, come due marinai che si trovano in acque sconosciute, ma capaci di affrontare le intemperie usando lo stesso metro di giudizio.

La nostra esplorazione si è rivolta anche molto verso gli aspetti timbrici della musica: per tornare al discorso sul termine Apeiron, abbiamo scelto di utilizzare tutti i suoni e tutte le possibilità acustiche ed elettroniche che riuscivamo a raggiungere. Pianoforte, hammond, mellotron, synth, mini moog, processamenti elettronici sul suono del contrabbasso, convivono proprio per dare ancora più forza al concetto di moltitudine, pluralità e coesistenza di elementi apparentemente lontani.
L’uso delle voci, dei cori e dei canti presenti nel disco certifica proprio questo. Ci sono cori tribali, cori bulgari, ortodossi, cristiani, canti popolari e voci di attori, scienziati e pensatori, unite tutte insieme senza distinzione. In mezzo a queste voci c’è anche un testo scritto da me, “recitato” da una voce artificiale che compare più volte e funge da collante.
L’accostamento tra mondo acustico ed elettronico, strumenti antichi e moderni, voci geograficamente e culturalmente agli antipodi, generi apparentemente in opposizione, è tutto ciò che io e Sebastian volevamo e di cui sentivamo il bisogno. Non per fare qualcosa di “strano” a prescindere, ma per rafforzare il concetto che tutto è presente in noi e nella natura, tutto è collegato e vibra nelle stesse frequenze. Credo che questo sia un concetto da approfondire e mettere in luce con forza, soprattutto in un mondo in cui, al di là della musica, esistono dinamiche che tendono a rafforzare polarizzazioni e divisioni.