La trascrizione dagli occhi dell’interprete
di Redazione - 17 Agosto 2025
QPArena è il primo spazio online pensato per dare ai professionisti della musica l’opportunità di esprimersi in prima persona: un intervento, sotto forma di lettera aperta, che permetta ad artisti di tutte le generazioni e le sensibilità di esprimersi e rivolgersi in prima persona al loro pubblico, che in questo caso è anche il nostro pubblico. Oggi possiamo contare sulla riflessione di Filippo Tenisci, pianista italiano classe 1998, vincitore dell’International Competition “Franz Liszt” di Roma 2025. Specializzato nel repertorio romantico, ha inciso per Da Vinci Publishing l’integrale delle trascrizioni Wagner/Liszt, ottenendo la borsa di studio del Bayreuth Festspiele. Si è esibito in importanti sale in Europa, Asia e Stati Uniti, collaborando con direttori e festival di prestigio.
Filippo Tenisci
Quando ci si addentra in un repertorio tanto vasto quanto complesso come quello delle parafrasi e trascrizioni, due sono le domande principali che ogni musicista dovrebbe porsi in merito a queste opere: restituire a chi ascolta la versione più vicina all’originale oppure riproporre una nuova opera musicale evidenziando la penna e lo stile del trascrittore?

L’equilibrio tra le due ipotesi possono giovare verso l’opera musicale, conservandone l’integrità, l’eleganza, l’espressività e privandola di esagerazioni, effetti “speciali” e manierismi poco utili. È questa la strada che ho deciso di percorrere quando cominciai a studiare le trascrizioni di Franz Liszt sulla musica di Richard Wagner: da un lato il pensiero wagneriano presentato al pianoforte, dall’altro lo stile lisztiano e la sua geniale capacità di creare dei brani pianistici straordinari che uniscono brillanti effetti pianistici ad una coerenza e rispetto verso la musica originale. Le trascrizioni e parafrasi da concerto sono sempre state al centro del mio interesse musicale; riascoltare la stessa opera, sinfonica o lirica, al pianoforte o per una formazione cameristica diversa dall’originale mi ha sempre affascinato: l’arte della traduzione della reinterpretazione musicale attraverso l’intervento di un altro compositore che crea qualcosa di nuovo, di diverso. L’ampio virtuosismo di tante trascrizioni o parafrasi spesso distolgono l’attenzione dal contenuto e messaggio musicale per via di passaggi di forza decisivi e molto complessi, presentando così una esecuzione più dimostrativa ed atletica. Ed è proprio su questo aspetto che le opere lisztiane si discostano da quelle di altri autori del 19° secolo proprio perché anche quel virtuosismo è in realtà a pieno servizio dell’idea musicale del compositore trascritto.
Un brano dal catalogo Wagner-Liszt più impegnativo su questo fronte è certamente la celeberrima parafrasi da concerto dell’Ouverture dal Tannhaüser che Wagner stesso commentò come “meraviglioso sogno diventato reale”. Liszt concluse questo lavoro nel 1849, ossia gli anni più attivi e centrali della sua “propaganda wagneriana” come egli stesso chiamava. In questo periodo, le trascrizioni e le parafrasi del Maestro Ungherese si distinguono per una più stretta e profonda aderenza alla partitura originale rispetto a quanto avverrà negli anni più maturi della sua produzione.
Liszt, ben sapendo che l’ampio materiale orchestrale non può essere integralmente conservato, ci presenta una versione pienamente centrata in questa parafrasi da concerto dell’ouverture unendola ad una scrittura pianistica, dunque sostituendo alcuni passaggi orchestrali interni, in maniera del tutto efficace e convincente.
Resta comunque alto il rischio, per via del numero delle note, di restituire a chi ascolta un brano pesante e pedante. È dunque importante prestare attenzione alle dinamiche in relazione ai loro piani sonori e in particolar modo distinguere i diversi effetti pianistici, sempre al servizio dell’idea musicale principale, dai temi fondanti dell’opera.
Un chiaro esempio di ciò è presente nelle batt. 258 – 272, dove gli arpeggi ascendenti della mano destra danno volume e brillantezza al tema del Venusberg (Monte di Venere). Questi “getti di suono” devono, a mio avviso, sostenere ed evidenziare il fraseggio musicale, accompagnando così il pubblico verso un ascolto attivo, partecipe e soprattutto cercando di non far mai perdere il filo rosso, ancor di più quando si tratta di Wagner.

Una vera e propria sfida si presenta quando nell’Ouverture ritorna il celeberrimo leitmotiv dei pellegrini, tema portante di tutto il dramma wagneriano, con una nuova variante ritmica affidata ai violini che eseguono rapide scale discendenti caratterizzate da note ribattute. Se si ascolta bene l’effetto orchestrale di questo passaggio è abbastanza semplice intuire come sul pianoforte è quasi impossibile riprodurlo nella stessa maniera per questioni tecniche e strumentali, ancora di più quando il tema torna in fortissimo (fff).
Ma il nostro caro Liszt non ci delude neanche qui, anzi, ci sorprende per la geniale soluzione che ritrova al pianoforte offrendoci una versione travolgente e originale. La mia personale lettura di questa ultima sezione è di restituire un’interpretazione semplice e declamata allo stesso tempo, solenne e diretta. In termini pratici, c’è bisogno di un approccio assai serio e quasi distaccato per non farsi sopraffare dall’emotività e rischiare spiacevoli incidenti durante l’esecuzione. Confesso che mi è servito tanto allenamento, mentale e fisico, prima di presentare questo capolavoro in concerto ma il risultato ottenuto ripaga tante fatiche e ore di studio.
Nelle seguenti battute, da 324 – 360, molti pianisti spesso eseguono questi passaggi utilizzando solo la mano destra quando, a mio modesto avviso, anche la mano sinistra potrebbe intervenire rendendo il tutto più fluido e soprattutto leggero; si rischia altrimenti di arrivare al termine del brano affaticati e tesi, questo certamente nuoce profondamente la musicalità del brano.

Vorrei sempre ricordare, a chi vorrà cimentarsi in questo repertorio, come queste opere non devono essere il risultato di un mero fattore dimostrativo delle proprie abilità tecniche quanto invece trasmettere un messaggio musicale sentito e profondo.
Il pedale di risonanza, e in alcuni casi anche quello tonale, sosterrà gli accordi in chiave di basso.
Vorrei sempre ricordare, a chi vorrà cimentarsi in questo repertorio, come queste opere non devono essere il risultato di un mero fattore dimostrativo delle proprie abilità tecniche quanto invece trasmettere un messaggio musicale sentito e profondo.
Importante è stato anche il mio studio sulle trascrizioni Schubert-Liszt, il processo tecnico con il quale Liszt trascrive Schubert al pianoforte è totalmente diverso. Mentre in Wagner la trascrizione veniva da un ampio filtraggio del materiale orchestrale, nel compositore viennese il materiale musicale viene amplificato, variato e arricchito di nuove figurazioni ornamentali e passaggi virtuosistici.
In Horch horch, die lerch! S. 558/9 ad esempio, Liszt ci presenta, come negli altri lied, una versione pianistica molto fedele alla parte originale per poi sfociare in un linguaggio sempre più complesso e virtuosistico; si comincia con Schubert e si finisce con Liszt!
Da interprete ho voluto mettere in risalto la dolcezza dei temi schubertiani uniti col linguaggio pianistico di Liszt, questa volta dando più rilievo a tutto quello che Liszt aggiunge e come lo scrive.
Nelle battute 40 – 47 ho sempre evidenziato, nelle mie esecuzioni in concerto, il controcanto che Liszt aggiunge in relazione al tema che viene riproposto, aumentando così il carattere giocoso e vivace del brano. Ancora di più nelle batt. 54 – 65 dove i “getti di suono”, ossia arpeggi ascendenti molto rapidi, variano sempre di più il tema trasformando questo pezzo in un piccolo capolavoro lisztiano.

In conclusione, l’arte della trascrizione e della parafrasi in Liszt non è solo una semplice operazione di “arrangiamento” ma tanto più una manifestazione profonda dell’amore per la musica che egli trascrive e del profondo rispetto che porta. Da interprete vorrei un’ultima volta sottolineare quanto è fondamentale evidenziare, attraverso i suoi brillanti passaggi, lo stile e l’eleganza della penna di Liszt che perfettamente si bilancia con il pensiero dei compositori trascritti e parafrasati.
Un gesto di profonda generosità da un uomo che ha dedicato tutta la sua straordinaria vita alla valorizzazione della musica altrui.