La solitudine della Sirena
di Redazione - 22 Gennaio 2026
Il futuro della musica classica contemporanea
QPArena è il primo spazio online pensato per dare ai professionisti della musica l’opportunità di esprimersi in prima persona: un intervento, sotto forma di lettera aperta, che permetta ad artisti di tutte le generazioni e le sensibilità di esprimersi e rivolgersi in prima persona al loro pubblico, che in questo caso è anche il nostro pubblico. Oggi possiamo contare sulla riflessione di Paolo Catenaccio, compositore italiano nato nel 1998. La sua musica è stata eseguita in Italia e all’estero e commissionata da istituzioni e festival come Accademia Filarmonica Romana, Orchestra della Toscana e PianoSofia Festival. Nel 2022 è stato selezionato per la giuria studentesca della Biennale Musica. Le sue opere sono pubblicate da editori come Da Vinci Publishing ed Ermes404. È inoltre fondatore e direttore artistico del festival “Suoni Oltre Confine“. Il 28 Gennaio verrà eseguito per la prima volta il brano Grande Danse, concerto per violoncello e orchestra, commissionato da Fondazione ORT.
Paolo Catenaccio

Ha davvero senso, oggi, scrivere nuova musica, quella che viene definita “classica contemporanea”? Il mondo sembra mostrare uno scarso, se non nullo, interesse per questo tipo di produzione e, persino all’interno della nicchia degli appassionati di musica classica, lo spazio riservato ai compositori viventi è spesso molto ridotto rispetto al passato. Quale orizzonte dovrebbe dunque trovarsi di fronte un giovane compositore under 30 che desidera avviarsi a questa professione?
Per provare a rispondere a questa domanda può essere utile partire da una storia. O meglio, da una rivisitazione di una storia molto più grande, di un mito ampiamente conosciuto.
Immaginate il mito greco della Sirena. Togliete il ruolo “malvagio” tradizionalmente attribuito a queste creature, che divorano e uccidono i poveri marinai ammaliati dalle loro voci, e conservatene solo i magnifici canti, le melodie irresistibili. Pensatele come esseri che si adagiano sugli scogli e, avvistando da lontano delle navi, iniziano a cantare con il solo scopo di condividere qualcosa con i loro ospiti passeggeri. Quei marinai, però, non sono a conoscenza di questo cambiamento e continuano a temerle, legati a un ricordo ormai antico, e così fuggono, ignorandone le note.
Ecco: la posizione del compositore contemporaneo assomiglia molto a questa. Il pubblico ricorda bene la stagione delle avanguardie che, nella loro pur legittima e affascinante ricerca, hanno però senza dubbio allontanato molte persone da questo tipo di musica. Di conseguenza, ancora oggi, una parte consistente del pubblico tende a fuggire intimorita, mettendo da parte la curiosità verso la nuova produzione musicale.
Se si guarda invece alla realtà con uno sguardo più clinico, è necessario fare un passo indietro: quando si vuole contribuire alla crescita di un mondo, o di un settore, per usare un gergo più contemporaneo, è sempre estremamente utile partire da un’analisi del suo stato di salute generale, dal suo “termometro”. Ignorare il contesto in cui si opera significa spesso condannarsi a un dialogo a senso unico.
Ignorare il contesto in cui si opera significa spesso condannarsi a un dialogo a senso unico.
La necessità vitale di scrivere, che appartiene più o meno a tutti i compositori, purtroppo non basta. L’arte, per sua natura, implica anche la condivisione con altri esseri umani, la capacità di comunicare in profondità e senza qualcuno che risuoni con ciò che viene detto, qualcuno disposto ad ascoltare, tutto rischia di diventare sterile, autoreferenziale, privo di un vero senso. Ma allora la domanda iniziale torna a imporsi: che senso ha scrivere musica classica contemporanea se sono in pochissimi a prestare attenzione?

Si potrebbe rispondere, e non sarebbe una risposta sbagliata, che basta anche una sola persona ad ascoltare, meglio ancora se in carne e ossa, per raggiungere lo scopo ultimo dell’arte. Eppure, la verità è che non sempre ci si pone davvero questa domanda, o almeno per molto tempo non me la sono posta io. La voglia di scrivere, di mettere sul pentagramma le proprie idee e le proprie emozioni, è talmente intensa che, in certi momenti, sembra sufficiente a se stessa, quasi bastasse da sola per essere felici.
Oggi, nonostante spesso non si scriva più secondo le logiche di quella stagione storica e, anzi, si avverta un forte desiderio di tornare a toccare nel profondo la platea, questo stigma continua a pesare. Si fatica a far capire ai “marinai” che non c’è alcuna trappola nascosta dietro il canto, che non esiste la volontà di ferire o respingere. Fortunatamente, però, le cose stanno lentamente cambiando anche da questo punto di vista e, timidamente, l’interesse per la musica contemporanea sembra crescere in alcuni contesti e in certi teatri. Ma torniamo ancora al mito.
La conclusione della sirena, nella solitudine del suo scoglio, non può che essere quella di aggrapparsi alle proprie melodie, alla propria arte, continuando a donare il suo canto incondizionatamente. Un canto che affonda nel mare, disperso, con la speranza che un giorno qualcuno possa pescarlo, ascoltarlo e goderne fino in fondo.
È qui che il mito incontra la realtà odierna: in un mondo in cui non è conveniente scrivere nuova musica, chi sente questo fuoco inestinguibile sembra avere come unica strada quella della sirena solitaria. Almeno, è ciò che per alcuni anni mi sono raccontato. La motivazione che mi ha personalmente accompagnato negli ultimi anni era la stessa della sirena, disinteressato del mondo e interessato solo al rapporto creativo con il pentagramma, l’unica cosa che conta. Oggi però non lo credo più, o meglio, continuo a viverlo intensamente, ma penso sia giusto compiere un passo ulteriore.
Così come sento una necessità profonda di comporre, avverto con la stessa forza il desiderio di condividere questa musica con il maggior numero possibile di persone, anche al di fuori della ristretta nicchia della musica classica. Diventa quindi inevitabile interrogarsi su quale possa essere la strada migliore da percorrere. Una cosa, in particolare, credo che possiamo migliorarla: il modo in cui ci approcciamo al mondo, soprattutto sul piano della comunicazione. Raramente si vedono autori di “musica classica contemporanea” impegnati nella costruzione di un’immagine pubblica, nell’uso consapevole di canali mediatici di massa, nell’espressione esplicita di una visione sull’arte, sulla società e sul presente, capace di dialogare anche con un pubblico meno avvezzo alla musica classica.
Questo è un grande peccato, perché esistono molti compositori, anche molto giovani, che hanno davvero tanto da dire, tanto da donare. Musica che sarebbe quasi un crimine lasciare affondare nelle profondità del mare, senza darle la possibilità di incontrare un ascolto, una chance, una presenza umana.
E allora, tornando alla domanda iniziale: perché avrebbe senso, oggi, per un compositore under 30 come me, scrivere nuova musica se il panorama è questo? La mia risposta è semplice: voglio provare nuove strade, sperimentare, azzardare, perché qualsiasi cosa è meglio che continuare a percorrere una via che, nei fatti, mette in difficoltà tanti miei colleghi, coetanei e non, e che sembra non offrire più reali possibilità di dialogo col mondo fuori dalla nostra nicchia.
Sono convinto che i prossimi anni ci riserveranno molte sorprese in questo senso e, nonostante tutto, mi sento fondamentalmente ottimista. Forse i marinai che passano davanti al nostro scoglio, prima o poi, smetteranno di fuggire. Forse si fermeranno, anche solo per un momento, ad ascoltare il nostro canto.