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Il cinema è così, ti mostra quello che trova

di Redazione - 13 Dicembre 2025

QPArena è il primo spazio online pensato per dare ai professionisti della musica l’opportunità di esprimersi in prima persona: un intervento, sotto forma di lettera aperta, che permetta ad artisti di tutte le generazioni e le sensibilità di esprimersi e rivolgersi in prima persona al loro pubblico, che in questo caso è anche il nostro pubblico. Oggi possiamo contare sulla riflessione di Fabio Massimo Capogrosso, compositore umbro classe 1984, primo compositore in residenza della storia della Filarmonica Toscanini. Vincitore di premi internazionali come il Bassoon Chamber Music Composition Competition negli Stati Uniti e il Keuris Composers Contest, ha collaborato con istituzioni e artisti di rilievo in Europa, Asia e America. Autore delle colonne sonore dei film Esterno Notte e Rapito di Marco Bellocchio, per il quale è stato nominato ai David di Donatello e premiato come “Composer of the Year” all’Apulia Soundtracks Award. Un percorso in continua evoluzione, che continua a intrecciare nuovi linguaggi e nuovi ascoltatori.

Fabio Massimo Capogrosso

“Allora, diamoci del tu… hai già scritto per il cinema, vero?!”
“Beh, Marco, veramente no!”
“Ah, va bene, non è importante.”

Così, con l’incontro con Marco Bellocchio, è iniziato il mio viaggio nel mondo della composizione per il cinema e, ancora oggi, mi emoziona pensare che per il mio “battesimo cinematografico” io abbia avuto il privilegio di lavorare con uno dei più grandi registi della storia cinematografica del nostro Paese, su un monumentale lavoro come Esterno Notte.

L’impatto con la straordinaria sceneggiatura firmata da Ludovica Rampoldi, Stefano Bises, Davide Serino e lo stesso Bellocchio è stato da subito fonte di immensa ispirazione e, per me, che da sempre vivo un forte legame tra la mia produzione di “musica assoluta” e fonti letterarie, pittoriche o in qualche maniera immaginifiche, è stato del tutto naturale trasporre in musica le suggestioni che la lettura mi imponeva, guidato dalla dirompente e geniale sensibilità artistica di Marco e di Francesca Calvelli (moglie e montatrice di tutti i suoi film).

Il successo della serie, presentata al Festival di Cannes, vincitrice dell’European Film Award e record di candidature ai Premi David di Donatello (tra cui miglior colonna sonora), mi ha poi portato ad avere l’opportunità di comporre musica per diversi progetti cinematografici e a lavorare con alcuni tra i più importanti registi del cinema nostrano: altri due lavori del Maestro Bellocchio, i film di Gianluca Jodice e Francesca Comencini e, ultimamente, il debutto cinematografico di Damiano Michieletto, il nostro regista teatrale più rappresentato nel mondo. Proprio per questo progetto, dove la musica riveste un ruolo da protagonista in quanto racconta l’ incontro tra una giovane ragazza dell’ orfanotrofio della Pietà e Antonio Vivaldi, ho avuto l’ opportunità di lavorare nuovamente con alcune delle eccellenze musicali Italiane: Orchestra e Coro del Teatro La Fenice di Venezia, Solisti Aquilani, David Romano – primo violino del Sestetto Stradivari – e Carlo Boccadoro che si è occupato della direzione d’orchestra.

In molti mi chiedono se lo scrivere per cinema abbia in qualche misura limitato la mia creatività e condizionato la mia libertà ed estetica musicale; se in qualche modo il mio scrivere “al servizio” di un opera filmica abbia condizionato la qualità musicale delle mie partiture. A queste domande mi sento di poter rispondere con assoluta certezza: “No, tutt’altro!”.

Ora, complice il fatto di aver lavorato a progetti caratterizzati da una forte autorialità e, per di più, con cineasti dallo sguardo libero, profondo e sincero, credo che il confronto con opere e personalità molto diverse tra loro mi abbia dato l’opportunità costante di mettermi alla prova con linguaggi diversi, estetiche diverse, visioni diverse. Ogni regista, infatti, porta con sé un universo poetico preciso: Marco Bellocchio è sempre sorprendente, capace di far vacillare le tue certezze e di trovare soluzioni geniali per leggere i momenti del film in modo profondo e inatteso, spesso con una componente grottesca o lirica che sento molto vicina anche alla mia musica. Francesca Comencini, invece, ha uno sguardo estremamente di cuore: diretto, sincero, capace di mettere al centro il sentimento.

Eccovi un esempio concreto: il film di Gianluca Jodice, ambientato nel Settecento e incentrato sugli ultimi giorni di Maria Antonietta. In un primo momento si immaginava una scrittura di tipo sinfonico, anche perché il film è articolato in tre atti, quasi come una sinfonia in tre movimenti. Durante le riprese è emerso come un linguaggio musicale così legato all’epoca storica non fosse adatto, e si è aperta la necessità di una musica più metafisica, introspettiva, sospesa. Abbiamo quindi iniziato a lavorare con l’elettronica, concependo una musica che non provenisse dal film, ma che abitasse il film dall’interno, in una dimensione più profonda e meno di servizio.

…un incubo può essere osservato con sguardo grottesco, un pizzicato di un violino solo può essere drammaturgicamente più potente di un’intera orchestra.

Questo mi ha portato a mettere in dubbio le mie certezze, a cercare paste sonore e tessuti armonici nuovi, a confrontarmi con le risorse che la tecnologia e l’elettronica ci offrono; mi ha fatto capire che un incubo può essere osservato con sguardo grottesco, che un pizzicato di un violino solo può essere drammaturgicamente più potente di un’intera orchestra, che un film ambientato nel ’700 può essere raccontato con sonorità elettroniche e proiettato in un’atmosfera metafisica e contemporanea.

In questa stessa direzione si colloca anche il lavoro con Michieletto per Primavera (2025): non voleva che il film si adagiasse su un’estetica settecentesca, né che la musica fosse semplicemente al servizio della figura di Vivaldi. Il mio compito era invece quello di dare voce alla musica che abitava la mente dei personaggi; così, pur attingendo talvolta a qualche stilema barocco, ho costruito un linguaggio sonoro molto più contemporaneo e personale. Michieletto mi ha lasciato grande libertà espressiva e con lui si è instaurato un confronto continuo, diretto e molto ricco.

C’è un momento bellissimo nel film di Francesca Comencini dedicato al padre Luigi, dove il cineasta, in un intimo confronto, le dice: “Il cinema è così, ti mostra quello che trova”. E questo credo abbia fatto con me, in qualche modo condizionando e arricchendo alcuni aspetti formali e caratteristici della mia produzione di musica destinata alla sala e facendo, per esempio, riemergere una componente più gioiosa e ironica presente nella mia personalità ma che, per ragioni a me ignote, tendevo sempre a celare nelle mie partiture, che sono invece caratterizzate da una forte drammaticità.

Dunque, che si tratti di musica assoluta, di musica per cinema, teatro, balletto ecc., non credo sia importante. Importante è continuare a guardare il “foglio bianco” con sincerità, onestà e libertà, sapendo che ogni nuova composizione può essere fonte di sperimentazione, esplorazione, libertà e riscoperta.

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