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Gli inganni dell’autostima

di Redazione - 25 Agosto 2026

QPArena è il primo spazio online pensato per dare ai professionisti della musica l’opportunità di esprimersi in prima persona: una lettera aperta rivolta direttamente al pubblico — che in questo caso è anche il nostro. Oggi accogliamo il contributo di Lorenzo Gentili-Tedeschi, violinista e dal 2025 primo violino di spalla del Teatro Regio di Torino. Già membro dell’Orchestra del Teatro alla Scala, dell’Opera Carlo Felice di Genova e della London Philharmonic Orchestra, si è esibito in sale come Carnegie Hall, Musikverein, Philharmonie di Berlino e Royal Albert Hall. Particolarmente attivo nel repertorio contemporaneo, ha inciso come violino solista musiche di Salvatore Sciarrino e per dieci anni è stato membro di MDI Ensemble. Oggi ci parlerà della sua esperienza con l’errore, del faticoso percorso delle audizioni orchestrali e del lavoro svolto su se stesso per imparare a gestire pressione, aspettative e difficoltà, arrivando a esprimersi al meglio.

Lorenzo Gentili-Tedeschi

Chi ha detto che sentirsi vecchi sia per forza una sensazione negativa?

Se questo significa essere passati attraverso delusioni, batoste, insuccessi e successi non valorizzati, crisi, ma alla fine avercela fatta a raggiungere un obiettivo, allora sì, a trentasette anni posso dire di sentirmi vecchio. Perché ciò che ho vissuto mi ha lasciato quanto di più prezioso possiamo ricavare dalle pieghe della vita: l’esperienza.

Ma andiamo con ordine. Perché anche se non è su di me che voglio attirare l’attenzione, occorre sicuramente creare un contesto per esprimere i concetti che ritengo doveroso trasmettere.

Fin dalla prima prova con l’orchestra dei ragazzi della Scuola Civica di Milano a sei anni, ho sempre desiderato diventare parte di un’orchestra. Il gruppo che si muove insieme, essere tutti coinvolti nella stessa partitura sono solo due delle fascinazioni che l’attività orchestrale ha sempre esercitato su di me.

Eppure, insegnanti e genitori sembravano avere altri piani, come se il solismo fosse la strada maestra e l’orchestra niente più di una piazzola di sosta. Quando a diciott’anni mi iscrivo al primo concorso da spalla, per l’Opera di Nizza, qualcuno molto vicino a me dice che ha paura che io “mi chiuda” in orchestra.

È inutile dilungarsi su come sia andato quel concorso, e tutti i successivi fino ai ventitré anni; né mi interessa far ricadere le responsabilità di quei tentativi falliti su chi ha espresso quell’opinione.

Desidero invece focalizzarmi sul divario che, molto rapidamente, stava iniziando a scavarsi tra la mia effettiva dote violinistica (tanto che appunto qualcuno mi vedeva come solista, ero spalla dell’Accademia della Scala a diciassette anni, a diciannove ero ospite come concertino dei primi in Scala e regolarmente in Filarmonica della Scala) e gli scarsi risultati che ottenevo in concorso.

Un divario sempre più ampio, fatto di continue prove eliminatorie non superate e parallelamente di grandi gratificazioni al lavoro e in concerto.

Inevitabile che un giovane di venti, ventidue anni finisca per chiedersi: io chi sono? Quale delle due è la mia versione veritiera?

Ecco servita su un piatto d’argento la prima risposta rovinosa: io sono quello bravo, e se non ottengo i risultati che merito, allora sono gli altri che non mi valorizzano. Il mio insegnante non mi dà abbastanza fiducia, il pianista correva, oggi ero stanco, devo fare più concorsi così mi passa la paura, i miei genitori non mi hanno abbastanza valorizzato. Tutte cause esterne.

Oppure, peggio ancora: non riesco a passare nemmeno un’eliminatoria quindi sono veramente un fallito, non sono adatto a questo mestiere. Chi mi dice che ho qualità, sta mentendo e sabotandomi. La verità è che sono scarso. Punto.

Facendo un passo in avanti, più mi dedico all’insegnamento e alla preparazione delle audizioni d’orchestra, parallelamente all’attività concertistica, più mi accorgo di quanto in fondo siamo quasi tutti uguali e funzioniamo allo stesso modo. Per questo scelgo di condividere la mia esperienza.
Eppure, quando si provano queste sensazioni a vent’anni, ci si sente soli in un oceano di persone che sembrano avere semplicemente più successo di noi.

A ben poco è servito vincere a ventitré anni il posto di violino di fila alla London Philharmonic Orchestra: oltremanica le audizioni si svolgono senza anonimato e la selezione passa attraverso il trial in orchestra. Non è un sistema da sminuire, anzi sarebbe da adottare nel nostro Paese al posto dei tanti inutili periodi di prova semestrali, perché va a selezionare il musicista anche e soprattutto sulla base delle sue doti professionali. Ma ad oggi non è il cursus concorsuale tipico europeo: pertanto, ogni volta che mi presentavo ad un concorso per provare a rientrare in Italia, magari come prima parte, continuavo ad essere sempre eliminato in prima prova
Il divario si stava allargando e la vittoria inglese non stava diventando altro che l’illusione di avere imparato a vincere la paura.

A ventott’anni la decisione: mi dimetto dalla London, voglio rientrare in Italia e fare la spalla.

Daniele Rustioni, allora direttore stabile dell’Orchestra Regionale Toscana, mi chiama a Firenze per un anno come primo violino, memore delle nostre collaborazioni giovanili all’Accademia della Scala.

Al termine di una stagione positiva, arriva l’audizione. Mi preparo assiduamente, ma suono disastrosamente. Inconsapevole, tremebondo, senza riuscire a proporre né dinamiche né colpi d’arco. Ottengo miracolosamente una terza idoneità, ma in buona sostanza mi brucio contratti e stima dei colleghi in un colpo solo.

Il bello è che io sono convinto di aver subito un’ingiustizia! Perché vengo giudicato ottusamente sulla base della prova di un solo giorno e non sulla base di un anno di lavoro?

Seconda domanda a cui segue risposta fallace. I concorsi sono per antonomasia una prova che termina con un giudizio legato alla prova stessa. Certo, una commissione può tenere conto della conoscenza maturata sul posto di lavoro, ma per ottenere l’idoneità a tempo indeterminato serve fornire una prova inequivocabile.

Il divario tra le mie qualità violinistiche e i miei risultati in concorso è a quel punto incolmabile.

Perché non riesco ad ottenere ciò che ritengo di meritare? Perché vengo sempre sorpreso e aggredito dall’ansia e dalla paura quando sto per compiere il passo necessario per conquistare ciò che desidero?

Prima che prendessi la responsabilità verso me stesso di rispondere a queste domande sono passati altri quattro anni e numerosi concorsi da primo violino. Tutti senza superare la prima prova. Tutti mentre ero invitato come concertino dei primi violini e spalla dei secondi al Teatro alla Scala, spalla dei primi all’Orchestra di Padova e del Veneto.

La mia carriera sembrava orientata verso l’insegnamento in Conservatorio, dove insegnavo parallelamente.

Poi la svolta: Marcell Jacobs vince i cento metri alle olimpiadi di Tokyo e ringrazia in mondovisione la sua mental coach. A livello mediatico si apre un dibattito su quanto sia fondamentale la preparazione mentale per affrontare la competizione sportiva.

Il paragone tra una gara di atletica e un concorso di violino arriva spontaneamente: si tratta di allenarsi mesi per una prova che si svolge in pochi secondi o pochi minuti,

Decido che voglio lavorare sulla mia mente, come se fossi un atleta. Devo vincere i miei cento metri, lo devo a me stesso.

Nelle sedute di coaching inizio un lavoro che smonta pezzo per pezzo tutte le mie convinzioni più forti.

Ne riporto tre che sono comuni alla maggior parte dei musicisti che, in una determinata fase della loro crescita, si ritrovano ad affrontare lo stesso divario e le stesse lotte interiori.

Sono certo che possano servire a smontare rapidamente la maggior parte delle convinzioni che ognuno di noi, ad un certo punto del percorso, ritiene di avere interiorizzato come certezze assolute.

1) Non ho mai ottenuto risultati in vita mia: falso. Realizzo che soltanto nella mia mente non ho mai vinto; in verità ho ottenuto quattordici idoneità d’audizione in varie orchestre italiane più il concorso a Londra e il concorso per insegnare al Conservatorio Peri di Reggio Emilia. Eppure sono sempre stato convinto di non aver raccolto nulla: sono completamente inconsapevole dei miei punti di forza e dei traguardi, magari anche piccoli, che ho raggiunto. Senza una consapevolezza del proprio valore, non si va da nessuna parte.

2) Non riuscirò mai a vincere un concorso perché vince solo chi è perfetto e io non lo sono, sono sempre stato più musicale che tecnico: falso. Nessuno vince attraverso la perfezione, perché essa – per definizione – non esiste. Esiste solo la migliore versione di noi stessi, che se presentata in modo convincente è molto probabile che risulti efficace. Più si cerca di non commettere errori, viceversa, più si suona in modo controllato, chiuso, “inscatolato”, risultando inevitabilmente scolastici o rigidi.

3) La convinzione più errata di tutte: io non so più chi sono. So di avere qualità altissime ma non è possibile, visto che vengo sempre respinto ai concorsi. Falsissimo. Io sono una persona che ha qualità altissime e limiti evidenti, ma sono la stessa persona. Unica, un unico corpo fatto di voci che si criticano, sabotano, insultano e aiutano a vicenda. Siamo tutti parte della stessa persona. Quindi, i limiti risiedono dentro di me esattamente come i miei pregi, sta a me lavorarci con coraggio e creatività.

Sento che sto rinascendo, ho trovato la quadra. Lavoro così tre mesi, mi ritaglio addirittura giorni in montagna per studiare in serenità e affronto quello che allora sembrava il mio obiettivo principale: il concorso di spalla dei secondi al Teatro alla Scala, nella mia città in un ruolo di prima parte.

Risultato: eliminato in prima prova.

La commissione mi regala un feedback desolante: schiaccio il suono, sono scoordinato, risulto piccolo all’ascolto. Arriva anche un commento di una persona importante che rappresenta la mazzata finale: se non riesci a vincere un concorso, vuol dire che la carriera d’orchestra non fa per te.

Ma come? Se l’orchestra è stato il mio primo amore a sei anni, ho veramente sbagliato tutto?

Ed è proprio qua che finalmente arrivano i frutti del lavoro mentale, dopo l’ennesimo fallimento: mi guardo dentro e vedo qualcuno che grida. “Sono degli infami! Non è vero che suoni male, ti vogliono sabotare, il posto te lo meriti tu!”. Gli sorrido e gli dico: “Ti piacerebbe, eh?”. E poi guardo un’altra persona dentro di me e gli dico: “Caro Lorenzo, sei un violinista davvero bravo, ma sai che c’è? Schiacci il suono, sei scoordinato, sei piccolo. Ci mettiamo a studiare seriamente per limare questi aspetti e valorizziamo i pregi che hai, o vogliamo continuare a credere che avere talento significhi sperare che si risolvano i limiti tecnici da soli?”.

Può far sorridere che io sia stato costretto a parlare a me stesso come se fossi seduto al bar con i miei migliori amici e contemporaneamente con i miei migliori nemici, eppure quella conversazione, a cui ne sono seguite molte altre, è stata la vera ammissione di responsabilità nei miei confronti. Basta cause esterne, basta autosabotaggi: siamo tutti parte della stessa famiglia.

Spetta a me, Lorenzo, prendermi cura di quella voce interiore che mi critica aspramente: in realtà altro non fa che proteggermi da ulteriori delusioni facendomi sentire non all’altezza e evitandomi di espormi nuovamente. Decido di usarla piuttosto durante le ore di studio sul violino sapendo che analizzare i miei limiti tecnici con ferocia non fa di me un inetto, ma un vero professionista.

Inizio anche ad inserire con rigore delle pause programmate nello studio, senza sentirmi in colpa di non avere sempre il violino tra le mani e scatenando piuttosto il mio lato indisciplinato durante i break.

Altrettanto, comincio ad andare in terapia per prendermi cura delle mie insicurezze più profonde.

Tutto ciò che sento che serve, lo faccio.

L’importante è che io abbia una considerazione di me sufficientemente alta per non pensare che queste persone dentro di me dicano la verità: ognuna di loro esprime un’opinione, a me spetta solo ascoltarle tutte e accontentare il più possibile le loro reciproche richieste.

Ho persino messo l’orecchino, a trentacinque anni suonati, per avere sempre con me un dettaglio esteriore che mi ricordasse che posso esprimere me stesso senza temere il giudizio degli altri. Perché, mi ripeto, se propongo una cosa in modo convinto, anche se può non piacere a tutti, ho serie probabilità che risulti convincente, e – come dice la parola stessa – vincente.

Infine, naturalmente, ho chiesto consigli a violinisti di cui mi fidavo veramente, indipendentemente da ruolo o convenienza, per trovare un suono appoggiato senza schiacciare, per studiare la coordinazione, per tirare più arco, arrivando a studiare con un’autodisciplina al limite dell’intolleranza, ma senza rimanerne schiacciato come invece spesso succede.

Non viene un passo a fine giornata? L’importante è avere studiato bene. Ho studiato solo due pagine a fine giornata? L’importante è avere studiato bene. Mi hanno detto di tirare più arco? Tiro più arco anche se non sono convinto del risultato iniziale. Esagero, mi creo il margine sapendo che sotto stress ne avrò bisogno.

Potrei andare avanti all’infinito, ma preferisco citare solo questi aspetti esemplificativi.

Le successive vittorie arrivano consecutivamente: come spalla dei secondi all’Opera Carlo Felice di Genova, come violino di fila in Scala (dopo 11 eliminazioni al primo turno), come docente a tempo indeterminato al Conservatorio di Genova ed infine la tanto agognata vittoria come Spalla del Teatro Regio di Torino.

E finalmente capisco il bagaglio che mi hanno lasciato queste esperienze. Le sintetizzo qui.

Le aspettative che nutri nei confronti di te stesso iniziano a schiacciarti quando i risultati che ottieni sono inferiori alla considerazione che hai di te stesso.

Non giudicarsi in base ai risultati che si ottengono in competizione è una corretta definizione di autostima.

Ritenere che se si continua ad agire nello stesso modo si ottenga prima o poi il risultato che si crede di meritare è una erronea definizione di autostima.

L’autostima vera che ci libera dalle aspettative è invece costituita dalla consapevolezza assoluta dei propri pregi e dei propri difetti, provando a superarli senza approfittare del talento che madre natura ci ha regalato.

In questo modo l’autostima passa da essere una zavorra che ci impedisce di progredire ad un’àncora che ci radica nelle nostre certezze. Anche quando ci guardiamo in faccia e ammettiamo che abbiamo dei limiti che ci ostacolano, ed è solo su quelli che dobbiamo lavorare, costi quel che costi, con disciplina, coraggio e capacità di mettersi in discussione seriamente.

Solo noi abbiamo la severità necessaria per sconfiggere con onestà i nostri limiti, perché solo noi sappiamo quali sono nel profondo. Ma fatichiamo a vederli perché non li guardiamo abbastanza e perché sono dolorosi da ammettere, specialmente quando passano gli anni.

Possiamo allora affidarci ad uno sguardo esterno, che sia un docente, un coach, un amico sincero o un terapeuta che abbia il coraggio di farceli notare, e ci indichi la strada per ammetterli senza che questo comporti un crollo della fiducia in noi stessi.

Ora che ho deciso di ripercorrere col sorriso questo percorso fatto di insuccessi e successi che ancora tendo a sminuire, mi sento tutt’altro che vecchio, ma soprattutto spero di avere trasmesso a chi si trova ad affrontare i concorsi d’orchestra e le delusioni che ne conseguono nuova linfa per approcciarli diversamente.
La strategia si costruisce a casa, usando il dubbio come un amico che ci aiuta a crescere, non come una persona da scacciare perché ci “rovina” l’autostima.

Inutile studiare nella propria comfort zone, dicendosi che stavolta sarà diverso, che ce la faremo. Capiamo i nostri limiti da come è andata in passato e affrontiamoli quando possiamo farlo, cioè ben prima di ributtarci in competizione.

Sapendo che è solo affrontando serenamente i nostri difetti che scopriamo i pregi che ci rendono speciali, ognuno a modo nostro.

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