José María Sciutto, la voce che ci insegnò ad ascoltare
di Natalia D'Angelo - 3 Luglio 2026
“L’attività corale per bambini è una scuola di democrazia e convivenza”
Con José María Sciutto cinque minuti di ritardo potevano bastare per rimanere fuori dalla porta. Durante una prova, persino la caduta di una matita poteva ghiacciare tutto, il suo sguardo arrivava tagliente come una lama. Quando entrava lui, noi bambini smettevamo improvvisamente di essere soltanto bambini, diventavamo Musicisti. Per Sciutto l’età non era un limite, non trattava i bambini come esecutori minori, non semplificava il senso della musica per assecondarci e non abbassava le aspettative perché eravamo piccoli. Non era un maestro facile, anzi, era severissimo, rigoroso fino all’eccesso, pretendeva puntualità, concentrazione e responsabilità assolute tanto dai più piccoli quanto dagli adulti. Ha lavorato con bambini, adolescenti, giovani e adulti formando coristi, cantanti, direttori ed insegnanti; alcuni hanno proseguito professionalmente nella musica, altri hanno scelto strade completamente diverse. Ma credo che a ciascuno di noi abbia lasciato qualcosa. Ed è per questo che oggi sono qui a ricordare la sua memoria, a pochi giorni dalla sua scomparsa, avvenuta il 20 giugno.

Il mio primo incontro con lui avvenne all’Auditorium Parco della Musica, nel Coro Arcobaleno, poi fu il turno delle Voci Bianche dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e infine del Teatro dell’Opera di Roma. La sua presenza attraversò quasi tutta la mia infanzia e la mia adolescenza musicale, fino ai miei sedici anni.
Quando entrava lui, noi bambini smettevamo improvvisamente di essere soltanto bambini, diventavamo Musicisti.
Allora non potevo ancora saperlo, ma quelle esperienze avrebbero orientato tutto il resto della mia vita.
Sciutto era un maestro tra due continenti, la sua storia superava ampiamente i confini romani. Nato in Argentina e formatosi in direzione di coro e d’orchestra, trascorse molti anni in Italia, dedicandosi all’insegnamento e alla direzione. Conosciuto per il suo costante impegno nella costruzione di percorsi di formazione musicale dei più giovani diresse il Coro di Voci Bianche, la Cantoria e il Laboratorio Corale dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, per poi approdare alla guida del Coro di Voci Bianche e della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma.
Queste esperienze lo portarono a elaborare una nuova metodologia, nella quale gli elementi di alfabetizzazione musicale, tecnica vocale, lettura, movimento, memoria e polifonia non venivano trattati come compartimenti separati, ma parti dello stesso pensiero musicale. Lo studio dell’apprendimento musicale avveniva direttamente con la pratica sullo spartito. La sua Metodologia Globale, pur essendo ludica, gioiosa e divertente, richiedeva da tutti un altissimo livello di eccellenza, senza fare sconti a nessuno, un principio che oggi sarebbe controintuitivo. Alla base del suo insegnamento vi era una continua e minuziosa ricerca della perfezione.
Dopo una lunga vita professionale trascorsa tra Italia e Argentina, ritornò definitivamente nella sua terra natale a Buenos Aires, dove proseguì la propria attività come direttore titolare del Coro Polifónico Nacional e come direttore artistico della Schola Cantorum Argentina. Parallelamente continuò a dedicarsi alla formazione dei più giovani con il Programa Escuela de Canto Coral attraverso il suo Metodo Globale.
Il suo pensiero musicale emerge con particolare chiarezza in un’intervista pubblicata nel 2018 dalla Secretaría de Cultura de la Nación argentina. Sciutto era da poco tornato in Argentina dopo trentacinque anni trascorsi in Italia e si preparava a guidare la nuova Escuela de Canto Coral. In quell’occasione, raccontò il suo metodo innovativo di insegnamento musicale rivolto ai bambini, affermando:
“Per cantare in un coro, bisogna saper ascoltare. Non si può cantare da soli; bisogna ascoltare chi ci sta accanto, e persino chi è più lontano. Questo è un ottimo esempio per la nostra società: sapersi ascoltare a vicenda e non cercare di superarsi a vicenda con la sola forza. Per questo credo che il coro sia una vera e propria scuola di democrazia e convivenza.”
Oggi questa frase mi colpisce in modo particolare, perché proprio l’ascolto fu uno dei principali motivi di scontro tra noi.
Io cantavo troppo forte. La mia voce emergeva dall’impasto corale, usciva dall’insieme e cercava uno spazio tutto suo. Lui mi richiamava continuamente, ma allora vivevo quei rimproveri come un tentativo di limitarmi, non riuscivo a comprendere come la mia voce potesse diventare un problema, ero piccola, probabilmente dentro di me immaginavo che cantare significasse soprattutto riuscire a farsi sentire.
Adesso comprendo ciò che cercava di insegnarmi: Sciutto non voleva spegnere la mia voce, voleva insegnarmi a governarla.
Otto voci, un solo respiro
C’è un ricordo che, più di altri, ha segnato profondamente la mia esperienza nel coro: l’esecuzione di O vos omnes di Egisto Macchi, nel 2013.
Eravamo divisi in otto sezioni vocali con linee differenti e ingressi a cui porre attenzione, otto gruppi che dovevano essere autonomi e, nello stesso tempo, inseparabili. Coloro che parteciparono a quel concerto conoscono la fatica, il sudore, i silenzi, i rimproveri di ogni singola battuta. Quel brano fu sviscerato fino a non essere più soltanto musica, ma qualcosa di ancestrale, quasi intoccabile. Sciutto lavorò su quel brano fino a spremerci completamente, per lui ogni parte esisteva soltanto in relazione alle altre, non più otto voci, ma una sola.
Fine della prima esecuzione, noi e il pubblico: un istante sospeso, noi in attesa della chiusura del suo gesto ed il pubblico in attesa di respirare. Il gesto arrivò e gli applausi furono interminabili, il pubblico piangeva e fu una catarsi. Forse O vos omnes fu la dimostrazione più completa della sua idea di coro: nessuno prevaleva sull’altro, tutti insieme in un unico respiro.
Molti dei suoi ragazzi sono diventati musicisti anche grazie a lui e io sono una di loro. Se oggi sono una cantante lirica, se ho scelto di studiare Musicologia e se scrivo di musica, una parte di queste decisioni nasce nelle sale in cui Sciutto ci chiedeva di ricominciare ancora una volta, di entrare davvero nella partitura, di ascoltare meglio e di non accontentarci.
I maestri non scompaiono interamente, non lui almeno.
Sciutto rimane nella bambina che cantava troppo forte, negli ottanta ragazzi diventati un solo respiro e nella cantante e musicologa che oggi prova a ricordarlo. Forse, caro Maestro, soltanto adesso comprendo davvero ciò che volevi insegnarmi: non mi stavi chiedendo di avere meno voce, mi stavi insegnando che una voce diventa veramente grande soltanto quando impara ad ascoltare.
Grazie, Maestro.

