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La nascita dell’Hard Bop

di Redazione - 31 Ottobre 2023

Da quando è nata, Quinte Parallele cerca di incuriosire i lettori più familiari e di avvicinare sempre più persone interessate alla grande musica classica (e non solo) attraverso articoli e contenuti divulgativi di vario genere, lavorando con passione ed entusiasmo. Tra le mission fondamentali della rivista, però, c’è anche quella di dare libero spazio di espressione a giovani scrittori che vogliano raccontare, a modo loro, la musica in tutte le sue molteplici sfaccettature e declinazioni.
In quest’ottica nasce la rubrica “Divulgatore per un giorno”, curata dal nostro Marco Surace, che negli scorsi mesi ha guidato un gruppo di studenti di musica del Conservatorio Franco Vittadini di Pavia nella ricerca della loro personale voce e della loro identità di divulgatori musicali.

Il quarto articolo della rubrica è una…pillola di storia del Jazz dedicata alla nascita dell’Hard Bop, a cura di Franco Campagnoli.

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Pillole di Storia del Jazz

La Nascita dell’Hard Bop

Parlare di Jazz significa parlare di tante cose. Vuol dire parlare della storia di più popoli che si incontrano, parlare di schiavitù, parlare di ribellione e di desiderio di libertà, di rinascita, e soprattutto significa parlare della musica degli oppressi che non ci stanno più ad essere sottomessi.
La musica Jazz nasce negli Stati Uniti d’America sul finire dell’Ottocento derivando principalmente dal Blues e dai canti sacri degli schiavi neri del sud degli USA. Continua a svilupparsi per tutto il secolo successivo passando dalle origini al New Orleans, dalla Swing Era degli anni Trenta alla rivoluzione Be-Bop degli anni Quaranta.

Gli anni Cinquanta furono un periodo di transizione, ricco di contraddizioni. Negli USA vigeva ancora la segregazione razziale quando iniziarono le prime rivolte dei neri degli stati meridionali, ancora incerti sulla loro identità e sul loro ruolo nella vita americana, non ancora propriamente consapevoli della propria forza. Tale instabilità si rifletteva anche nella scena musicale: in questi anni nasceva il Rock n’ Roll (che come il jazz avrebbe avuto il grande merito sociale di far avvicinare i giovani bianchi e neri all’ascolto della stessa musica), mentre il precedente impeto della scena Be-Bop si stava affievolendo.

Verso la metà degli anni Cinquanta il mondo del Jazz era diviso in due schieramenti, nettamente configurati. Da un lato i bianchi “sofisticati”, calligrafici, intellettualistici, ancora in parte legati al Cool Jazz come Dave Brubeck e Gerry Mulligan, che con i loro complessi monopolizzavano l’attenzione delle riviste specializzate. Alla loro musica ambiziosa, concertistica e prevalentemente scritta fu dato il nome di Third Stream, in cui confluirono e si fusero insieme il Jazz e la musica di tradizione dotta.
Dall’altro lato c’erano i neri, che, come già accadde durante l’era delle grandi orchestre Swing, ancora una volta attinsero alle fonti stesse del Jazz, riprendendo il discorso dal punto in cui i Boppers della prima leva lo avevano interrotto. Così facendo, ritrovarono se stessi e la forza di riprendere il cammino del Jazz.

La musica dovrebbe spazzare via la polvere della vita di tutti i giorni.” (Art Blakey)

Riattingere al passato significa anche ricordare il perché questa musica è nata: urlare con grinta il desiderio di libertà degli schiavi neri d’America. È doveroso parlare di una riscoperta delle fonti, di una rivalutazione dei caratteri fondamentali del Jazz (l’improvvisazione, l’impeto ritmico, l’eccitazione) e del senso del Blues. Il punto di partenza e di riferimento per questa nuova generazione di jazzman fu il Bop, di cui la loro musica può considerarsi una reincarnazione. Ma il nuovo Bop era più semplice, più greve, più aggressivo e vibrante di quello di Parker e Gillespie, meno drammatico e soprattutto robusto e duro. Si capì rapidamente di trovarsi di fronte ad una vera e propria nuova scuola jazzistica: l’Hard Bop.

I principali complessi (con i loro solisti) responsabili di questa nuova riforma della musica Jazz furono il quintetto di Horace Silver, il quintetto di Clifford Brown & Max Roach e soprattutto I Jazz Messengers di Art Blakey, vero e proprio vivaio di talenti in cui crebbero e si formarono la quasi totalità dei più importanti e famosi jazzisti degli anni a seguire. Seguendo l’esempio dei migliori Hard Boppers, quasi tutti gli uomini del Jazz fecero del loro meglio per aggiornare il loro stile. Le voci strumentali lievi e morbide prive o quasi di vibrato, le preziosità armoniche e timbriche furono abbandonate: ciò che importava era fare del Jazz bruciante, “swingare duro” e far battere il piede agli ascoltatori. Era anche importante che si improvvisasse parecchio. Ogni esecuzione pubblica e ogni seduta d’incisione divennero una sorta di rito nel quale i musicisti soffiavano a tutto spiano e si lanciavano in lunghi e grintosissimi soli. I musicisti cominciarono a sentirsi liberi da ogni vincolo, e si sbrigliarono, gli Hard Boppers furono i primi ad abusare di questa conquistata libertà.

I giovani trombettisti, che fino ad allora si erano ispirati a Davis e Gillespie, si misero a suonare con forza e prepotenza come il nuovo astro Clifford Brown, ispirati dai suoi virtuosismi tecnici. Horace Silver fece da tramite tra i boppers della prima generazione e i giovani delle nuove leve, i quali si innamorarono del suo stile pianistico percussivo, concitato, relativamente semplice ma affascinante e travolgente. Art Blakey, invece, “condannò a morte” tutti i batteristi leggeri e raffinati spopolando con un drumming violento, invadente, sicuro e solidissimo; capace di esprimersi, nonostante la forza, in un linguaggio duttile, complesso e fantasioso, facendo diventare così la batteria uno degli strumenti protagonisti assoluti dell’esecuzione Jazz.

Per concludere, vi propongo cinque ascolti fondamentali e irrinunciabili per capire e vivere l’impeto e l’energia di questa nuova musica:

  1. A Night at Birdland, Art Blakey and the Jazz Messengers

  •  Silver’s Serenade, Horace Silver Quintet
  • Clifford Brown & Max Roach, Clifford Brown, Max Roach

     

    4. Moanin’, Art Blakey and the Jazz Messengers

     

    5. Free for All, Art Blakey and the Jazz Messengers

  • Franco Campagnoli

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